ROMA - Non rimandare l’ambasciatore. Dichiarare l’Egitto un paese non sicuro. Permettere ai nostri investigatori di interrogare i due agenti della National Security – Sharif Magdi Ibraquim Abdlaal e Mahmud Hendy – che, come Repubblica ha dato conto il 7 aprile scorso, hanno avuto sicuramente un ruolo nel sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. Sono queste le richieste fatte dalla famiglia Regeni, attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini, nel corso dello speciale #cartabianca, la trasmissione di RaiTre che ha trasmesso in prima visione Nove giorni al Cairo, il docufilm di Repubblica sull’assassinio di Giulio.
“Chiediamo che l’Italia non cambi il suo atteggiamento nei confronti dell’Egitto” ha spiegato l’avvocata Ballerini che ha partecipato al dibattito in studio insieme con il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, il giornalista Riccardo Iacona, il direttore di Amnesty International, Riccardo Noury e lo scrittore Gianrico Carofiglio. “Rimandare l’ambasciatore potrebbe essere letto come un atto di debolezza che potrebbe allontanarci dalla ricerca della verità. Che non è poi così lontana”. Il riferimento è ai nomi e ai cognomi che già ci sono in questa storia, quelli dei dieci ufficiali del servizo segreto civile egiziano che la procura di Roma ha chiesto di interrogare alla procura egiziana senza però aver avuto alcuna risposta. Perché nell’indagine sulla morte di Giulio ci sono pochi punti fermi. Ma quelli tracciati sono molto chiari: la National Security, il servizio segreto civile egiziano, ha avuto un ruolo diretto nell’assassinio Regeni. Tanto da arruolare Mohammed Abdallah, l’ambulante del Cairo che ha abusivamente registrato e poi venduto Giulio.
Nel docufilm e nel dibattito in studio, sottolineato il ruolo ambiguo dell'Università di Cambridge. Quasi un atteggiamento di omertà. "Ma la nostra è una battaglia di dignità - ha affermato Mario Calabresi - e non bisogna abbassare la guardia fino a quando non arriveremo alla verità. Il nostro paese sta pagando un alto prezzo, anche in termini economici. Questa storia è andata avanti grazie al nostgro giornalismo, abbiamo già nomi e cognomi, ci manca il timbro della giustizia".
“Basterebbe poco – ha continuato l’avvocato Ballerini – appena qualche mese fa il procuratore generale Sadek aveva promesso ai genitori di Giulio un cambio di passo, che il fascicolo di indagini sarebbe stato messo a disposizione ai nostri avvocati. E invece niente è successo”. L’avvocato ha poi fatto i nomi dei due agenti della National security, il servizio segreto civile egiziano, di cui Repubblica aveva dato conto nel Super 8 di aprile: le indagini difensive hanno documentato infatti che il colonnello della National Security Sharif Magdi Ibrqaim Abdlaal, che aveva coordinato l’operazione di spionaggio su Giulio, era lo stesso che aveva falsamente accusato e arrestato Ahmed Abdallah, il consulente della famiglia Regeni. Che lo stesso Sharif aveva agganciato nelle settimane precedenti la scomparsa amici egiziani di Giulio di cui Giulio si era fidato. E che il colonnello Mahmud Hendy aveva collocato i documenti di Giulio nella casa del capo della banda dei cinque eliminati il 24 marzo.
Sharif ed Hendy potrebbero raccontare un pezzo cruciale di questa storia. Basterebbe che qualcuno imponesse loro di raccontare la verità.
“Chiediamo che l’Italia non cambi il suo atteggiamento nei confronti dell’Egitto” ha spiegato l’avvocata Ballerini che ha partecipato al dibattito in studio insieme con il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, il giornalista Riccardo Iacona, il direttore di Amnesty International, Riccardo Noury e lo scrittore Gianrico Carofiglio. “Rimandare l’ambasciatore potrebbe essere letto come un atto di debolezza che potrebbe allontanarci dalla ricerca della verità. Che non è poi così lontana”. Il riferimento è ai nomi e ai cognomi che già ci sono in questa storia, quelli dei dieci ufficiali del servizo segreto civile egiziano che la procura di Roma ha chiesto di interrogare alla procura egiziana senza però aver avuto alcuna risposta. Perché nell’indagine sulla morte di Giulio ci sono pochi punti fermi. Ma quelli tracciati sono molto chiari: la National Security, il servizio segreto civile egiziano, ha avuto un ruolo diretto nell’assassinio Regeni. Tanto da arruolare Mohammed Abdallah, l’ambulante del Cairo che ha abusivamente registrato e poi venduto Giulio.
Nel docufilm e nel dibattito in studio, sottolineato il ruolo ambiguo dell'Università di Cambridge. Quasi un atteggiamento di omertà. "Ma la nostra è una battaglia di dignità - ha affermato Mario Calabresi - e non bisogna abbassare la guardia fino a quando non arriveremo alla verità. Il nostro paese sta pagando un alto prezzo, anche in termini economici. Questa storia è andata avanti grazie al nostgro giornalismo, abbiamo già nomi e cognomi, ci manca il timbro della giustizia".
“Basterebbe poco – ha continuato l’avvocato Ballerini – appena qualche mese fa il procuratore generale Sadek aveva promesso ai genitori di Giulio un cambio di passo, che il fascicolo di indagini sarebbe stato messo a disposizione ai nostri avvocati. E invece niente è successo”. L’avvocato ha poi fatto i nomi dei due agenti della National security, il servizio segreto civile egiziano, di cui Repubblica aveva dato conto nel Super 8 di aprile: le indagini difensive hanno documentato infatti che il colonnello della National Security Sharif Magdi Ibrqaim Abdlaal, che aveva coordinato l’operazione di spionaggio su Giulio, era lo stesso che aveva falsamente accusato e arrestato Ahmed Abdallah, il consulente della famiglia Regeni. Che lo stesso Sharif aveva agganciato nelle settimane precedenti la scomparsa amici egiziani di Giulio di cui Giulio si era fidato. E che il colonnello Mahmud Hendy aveva collocato i documenti di Giulio nella casa del capo della banda dei cinque eliminati il 24 marzo.
Sharif ed Hendy potrebbero raccontare un pezzo cruciale di questa storia. Basterebbe che qualcuno imponesse loro di raccontare la verità.