Cronaca

"Quella carezza non cancella la rabbia mi sento buttata come una scarpa vecchia"

Lelti, rifugiata eritrea ex residente in via Curtatone (ansa)
Parla la rifugiata ritratta durante le cariche mentre un poliziotto la conforta: "Sono stanca, non mangio e non dormo da giorni. Qualcuno ha voluto usare quella foto, ma la verità è che avevamo gli idranti puntati addosso"
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ROMA - A pranzo con gli altri, lei non ci è rimasta. Quando torna, i suoi compagni la abbracciano e si preoccupano che stia bene. Lelti, rifugiata eritrea di 40 anni con una figlia rimasta in Sudan, è diventata il simbolo dello sgombero di piazza Indipendenza, dopo la foto che la ritrae mentre riceve un gesto di conforto da un poliziotto. "Sono stanca, non dormo e non mangio da giorni, non voglio più parlare", dice mentre si siede a terra e scaccia gli interlocutori indesiderati. Subito le altre donne che vivevano con lei nel palazzo di via Curtatone le si mettono intorno, per proteggerla.

"La carezza di un agente non cancella quello che ci hanno fatto - ripete lei, supportata dalle altre - e non voglio più avere a che fare con gli italiani: ci hanno buttato via come una scarpa vecchia. Quando loro sono stati in Eritrea, non li abbiamo trattati così". Poi, Lelti si copre il volto con le mani e piange. Indossa gli stessi vestiti del giorno precedente ed è visibilmente scossa. Non voleva affatto diventare un simbolo.

Quell'immagine pubblicata su tutti i media le ha creato problemi con il suo lavoro da colf: "Le persone da cui presto servizio mi hanno riconosciuta, hanno scoperto la storia e non l'hanno presa bene", spiega. Ma, soprattutto, Lelti non vuole essere strumentalizzata per far passare il messaggio che la polizia durante il blitz "sia stata buona". Per lei, è stata un'operazione "fascista".
  Per la comunità eritrea ed etiope, a cui appartengono quasi tutti gli sgomberati, giovedì scorso non c'è stata umanità. Sono traumatizzati e non vogliono rimettere piede nella piazza, dove c'è ancora lo schieramento di blindati della polizia. Molti hanno trascorso la notte per strada, in altri edifici occupati o da qualche amico.

Alcune mamme con i figli sono andate nei centri di accoglienza, dopo essere state ore all'Ufficio Immigrazione. Ad altri è stato offerto di dormire al punto di accoglienza non autorizzato del Baobab, in zona Tiburtina, ma ad attenderli c'era solo un parcheggio senza servizi. Perciò si sentono presi in giro. "Carezze? Noi abbiamo visto gli idranti puntati in faccia, le donne prese per il collo o per i capelli. Abbiamo sentito gli insulti", si sfogano.

Ieri un gruppo si è riunito tra via Goito e via Montebello, non molto lontano dal palazzo che occupavano. Hanno pranzato insieme con il cibo portato dai loro connazionali che sono riusciti a sistemarsi e a prendere la cittadinanza in Italia. E qualcuno ha offerto il pasto anche ai cronisti presenti. La giornata passa così, sul marciapiede, in un andirivieni di persone. Sulla strada ci sono pure parecchi bambini che si distraggono come possono.

Una spensieratezza che svanisce appena si chiede loro dello sgombero. Parlano in italiano perfetto, vanno a scuola lì vicino e ricostruiscono i fatti degli ultimi giorni con una lucidità che in bocca a bambini fa impressione. "I poliziotti sono arrivati mentre ancora dormivamo - ricorda Enos, sei anni - tutti urlavano. Ho visto quando prendevano per il collo una donna. Abbiamo tirato le bombole, volevamo difenderci". Intanto, Lelti si allontana: "Non so dove finirò. Non lo so, perché non ci hanno dato soluzioni".