"La carezza di un agente non cancella quello che ci hanno fatto - ripete lei, supportata dalle altre - e non voglio più avere a che fare con gli italiani: ci hanno buttato via come una scarpa vecchia. Quando loro sono stati in Eritrea, non li abbiamo trattati così". Poi, Lelti si copre il volto con le mani e piange. Indossa gli stessi vestiti del giorno precedente ed è visibilmente scossa. Non voleva affatto diventare un simbolo.
Quell'immagine pubblicata su tutti i media le ha creato problemi con il suo lavoro da colf: "Le persone da cui presto servizio mi hanno riconosciuta, hanno scoperto la storia e non l'hanno presa bene", spiega. Ma, soprattutto, Lelti non vuole essere strumentalizzata per far passare il messaggio che la polizia durante il blitz "sia stata buona". Per lei, è stata un'operazione "fascista".
Sgombero migranti, la carezza del poliziotto durante gli scontri
La foto di un momento, la carezza di un poliziotto a una migrante disperata. L'agente deve effettuare lo sgombero, la donna non ha un posto dove vivere. Ed è un momento di luce nel buio di Roma nel pieno degli scontri tra le forze dell'ordine e le centinaia di eritrei, etiopi e somali che avevano occupato un palazzo di via Curtatone, vicino a piazza Indipendenza. Intorno al poliziotto e alla migrante scene di guerriglia urbana: sassi e bottiglie lanciate dalle finestre, manganelli, idranti. A due passi dalla stazione Termini ci sono persone a terra, operatori di Medici senza Frontiere che soccorrono i feriti. E un solo momento di pace immortalato dal fotografo dell'Ansa Angelo Carconi e da quello di LaPresse Vincenzo Livieri, una sequenza di poche immagini, un pezzo di speranza in mezzo al caos. LEGGI L'ARTICOLO
Alcune mamme con i figli sono andate nei centri di accoglienza, dopo essere state ore all'Ufficio Immigrazione. Ad altri è stato offerto di dormire al punto di accoglienza non autorizzato del Baobab, in zona Tiburtina, ma ad attenderli c'era solo un parcheggio senza servizi. Perciò si sentono presi in giro. "Carezze? Noi abbiamo visto gli idranti puntati in faccia, le donne prese per il collo o per i capelli. Abbiamo sentito gli insulti", si sfogano.
Ieri un gruppo si è riunito tra via Goito e via Montebello, non molto lontano dal palazzo che occupavano. Hanno pranzato insieme con il cibo portato dai loro connazionali che sono riusciti a sistemarsi e a prendere la cittadinanza in Italia. E qualcuno ha offerto il pasto anche ai cronisti presenti. La giornata passa così, sul marciapiede, in un andirivieni di persone. Sulla strada ci sono pure parecchi bambini che si distraggono come possono.
Una spensieratezza che svanisce appena si chiede loro dello sgombero. Parlano in italiano perfetto, vanno a scuola lì vicino e ricostruiscono i fatti degli ultimi giorni con una lucidità che in bocca a bambini fa impressione. "I poliziotti sono arrivati mentre ancora dormivamo - ricorda Enos, sei anni - tutti urlavano. Ho visto quando prendevano per il collo una donna. Abbiamo tirato le bombole, volevamo difenderci". Intanto, Lelti si allontana: "Non so dove finirò. Non lo so, perché non ci hanno dato soluzioni".