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Riina, quegli anni nel carcere di Padova con l'incubo del caffè al cianuro

Riina dopo l'arresto nel gennaio del 1993 (ansa)
Nel primo periodo della sua detenzione, tra il 1993 e il 1994, il boss di Corleone era sottoposto a misure rigidissime di isolamento per paura che potesse essere avvelenato. All'epoca si sperava che collaborasse, che rivelasse i suoi segreti. Speranza poi rivelatasi vana
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La "belva", come lo chiamavano, ha trascorso in gabbia poco più di novemila giorni. Isolato dal mondo per non permettergli di influire ancora sulle attività di Cosa Nostra. Ma non solo a quello scopo: nei primi anni di detenzione di Totò Riina c'era anche l'incubo di un nuovo caffè al cianuro, come quello che aveva stroncato in epoche diverse Gaspare Pisciotta e Michele Sindona.

Siamo a Padova, tra il 1993 e il 1994. Attorno al capo dei capi, arrestato da pochi mesi, c'è una pressione enorme. Si spera ancora che dalla sua bocca possa uscire qualche parola che permetta di lanciare la scalata al livello più alto, quello dei mandanti politici delle stragi. Speranza vana, rivelerà la storia successiva, ma in quel momento l'uomo che conosce i segreti più abominevoli del Paese è ancora un potenziale obiettivo sensibile.

Nella prigione veneta viene rinchiuso in una cella della sezione di massima sicure…
La "belva", come lo chiamavano, ha trascorso in gabbia poco più di novemila giorni. Isolato dal mondo per non permettergli di influire ancora sulle attività di Cosa Nostra. Ma non solo a quello scopo: nei primi anni di detenzione di Totò Riina c'era anche l'incubo di un nuovo caffè al cianuro, come quello che aveva stroncato in epoche diverse Gaspare Pisciotta e Michele Sindona.

Siamo a Padova, tra il 1993 e il 1994. Attorno al capo dei capi, arrestato da pochi mesi, c'è una pressione enorme. Si spera ancora che dalla sua bocca possa uscire qualche parola che permetta di lanciare la scalata al livello più alto, quello dei mandanti politici delle stragi. Speranza vana, rivelerà la storia successiva, ma in quel momento l'uomo che conosce i segreti più abominevoli del Paese è ancora un potenziale obiettivo sensibile.

Nella prigione veneta viene rinchiuso in una cella della sezione di massima sicurezza. Si trova in un mini reparto isolato, senza vicini di stanza. E a vigilare su di lui sono agenti di un nucleo selezionato di polizia penitenziaria. Ufficialmente nessuno sa della sua presenza, anche se in un istituto di reclusione "radio carcere" si diffonde presto. E gli interventi del boss nell'aula bunker di Mestre sono un'indicazione chiara, per gli addetti ai lavori: Padova è la "buca" di riferimento per i casi più delicati, in quell'area d'Italia.

Sono pochissimi però a entrare in contatto con Riina. "Tutto funzionava con il meccanismo delle scatole cinesi, nessuno conosceva tutti gli ordini sulle procedure di sicurezza, ma solo la porzione che lo riguardava", racconta una fonte. E proprio sul cibo c'erano le restrizioni più forti. Niente servizio di mensa: il boss si doveva cucinare da solo in cella. Tanto che un funzionario di fiducia doveva andare all'esterno a fare la spesa: ogni giorno in un supermercato diverso, in gran segreto e senza scorta. Nessuno, in quel modo, avrebbe potuto avvelenarlo. "Consumava il pasto da solo, sotto lo sguardo degli agenti e in silenzio, come sempre".

Raccontano che chiedesse solo di avere pane morbido. Il resto era in linea col personaggio: "Aveva 64 anni ma sembrava un anziano. Tanto dimesso da far pensare che in carcere al 41bis non avrebbe resistito a lungo". Sono passati invece 24 anni: è arrivato l'isolamento all'Asinara, poi Ascoli Piceno e il carcere milanese di Opera. Ma a quel punto si era già capito che Riina non avrebbe parlato.