✕

A essere uomo si impara a scuola

Negli istituti inglesi si prova ad insegnare ai ragazzi cosa significhi essere maschio oggi. Si parla di tutto: sesso, violenza, salute. Per combattere gli stereotipi di genere e la rabbia. Contro le donne e contro se stessi
5 minuti di lettura
È mattina presto alla Charter School, scuola secondaria londinese nel verde quartiere di Dulwich. I ragazzini arrivano a poco a poco e prendono posto tra i banchi, scomposti, timidi e svogliatissimi. Ad aspettarli in aula ci sono David Brockway, 28 anni, biondo, occhiali da nerd e barba hipster, e Saaqib Afzal, 27, un gigante in felpa rosa e piercing al naso. C'è una lezione speciale. "Parleremo di che cosa significhi essere un uomo oggi. Non della biologia o dei peli pubici, ma di quello che significa per voi, le idee che avete ascoltato e i comportamenti su un sacco di cose, dal sesso alla violenza alla salute mentale", inizia David. "Questa è la prima di tre sessioni. Ci saranno giochi e attività ma vogliamo che partecipiate, quindi se parliamo troppo diteci di stare zitti. Non prendeteci per il culo, ma interrompete se necessario". Grande fragore di sedie, qualcuno bofonchia qualcosa. "E no, mi spiace, non distribuiamo prese…
È mattina presto alla Charter School, scuola secondaria londinese nel verde quartiere di Dulwich. I ragazzini arrivano a poco a poco e prendono posto tra i banchi, scomposti, timidi e svogliatissimi. Ad aspettarli in aula ci sono David Brockway, 28 anni, biondo, occhiali da nerd e barba hipster, e Saaqib Afzal, 27, un gigante in felpa rosa e piercing al naso. C'è una lezione speciale. "Parleremo di che cosa significhi essere un uomo oggi. Non della biologia o dei peli pubici, ma di quello che significa per voi, le idee che avete ascoltato e i comportamenti su un sacco di cose, dal sesso alla violenza alla salute mentale", inizia David. "Questa è la prima di tre sessioni. Ci saranno giochi e attività ma vogliamo che partecipiate, quindi se parliamo troppo diteci di stare zitti. Non prendeteci per il culo, ma interrompete se necessario". Grande fragore di sedie, qualcuno bofonchia qualcosa. "E no, mi spiace, non distribuiamo preservativi anche perché siete tutti minorenni". Risate. Great Men è una delle organizzazioni che girano tra le scuole secondarie inglesi (12-18 anni anche se il target ideale ne ha 14-15, come in questo caso) con workshop di tre giorni distribuiti durante l'anno.

Si ispira al discorso dell'autore Tony Porter A Call To Men per Ted (e all'omonima associazione), diretto a chi esercita la violenza, non a chi la subisce, mettendo in discussione i ruoli di genere. La missione di Great Men? Sfidare gli stereotipi della mascolinità, le versioni tossiche dell'essere uomo e creare ragazzi profemministi. Molte altre organizzazioni lo fanno per le ragazze, parlando di corpo e consenso, o per tutti e due i sessi. Ma la particolarità di Great Men è che i facilitatori sono solo maschi - in genere piuttosto giovani - e, almeno in questo ciclo di incontri, si rivolgono solo ai maschi. "Vogliamo che siano genuini, e mostrino anche comportamenti negativi o sessisti che davanti a una ragazza tenderebbero a nascondere", dice David. Ce n'è un gran bisogno, e non solo nel Regno Unito. "Le scuole hanno cominciato a chiamarci denunciando difficoltà per come i ragazzi parlavano o trattavano le ragazze. Nonostante tante belle iniziative, non cambiava mai nulla. Perché? Perché i workshop si rivolgevano alle ragazze. Ma se i ragazzi chiamano le ragazze "troie", mentre loro si sentono fighi quando si comportano nello stesso modo, il problema non è delle donne ma degli uomini. Quindi bisogna parlare con loro e capire perché le chiamano così. Discutendo, sfidando le loro affermazioni, le loro opinioni cominciano a sgretolarsi". All'inizio i facilitatori scompaginano l'assetto dei banchi e distribuiscono questionari con affermazioni che vanno da: "È importante per un uomo fare sesso ogni volta che vuole" o "È ok per un uomo colpire un altro uomo".

I ragazzi devono scrivere se sono o non sono d'accordo. Alla fine della sessione lo faranno di nuovo, per vedere se alcune opinioni sono cambiate. Poi si entra nel vivo. Il primo esercizio è una gara. Si divide la classe in due squadre e si scrive su una lavagna la parola Uomo. Ogni team deve scrivere tutto quello che associa a quella parola in pochi minuti. I ragazzi corrono alla lavagna uno dietro l'altro. Allo scoccare del cronometro appaiono: leader, forte, aggressivo, glande, cazzo, alto, peloso, piedi grossi. Poi lo si fa con la parola Donna. Ecco fica, gambe, tette, culo, capelli lunghi, debole, ingiusto. "Perché ingiusto?", si incuriosisce Saaqib. "Perché le donne vengono pagate meno degli uomini per gli stessi lavori", risponde un ragazzino con un filo di voce. "È vero, hanno stipendi più bassi. Ma avete visto? Ci sono tanti nomi di genitali femminili ma nulla su come si comportano le donne. Voi vi rappresentereste così?", continua Saaqib. "Le donne sono ingiuste quando hanno il ciclo!", urla uno dal fondo della classe. Scoppiano tutti a ridere. "Attenzione ragazzi, questo è un punto interessante. Alcune donne durante il ciclo si comportano diversamente, cambiano umore. Le mestruazioni sono un fatto biologico e ha a che fare con gli ormoni. Bisogna accettare come si sente quella donna: noi non abbiamo gli organi per capirlo", riprende David. "Ma qui parleremo di disuguaglianza e di come la società è strutturata. Vi faccio notare che tra le caratteristiche attribuite agli uomini, ci sono "leader" e "forza", per le donne c'è "debolezza". Che cosa sono?". Brusio. "Stereotipi", alza la mano un ragazzo dal fondo. "Bene. Oggi parleremo molto di stereotipi, e di come definiamo, giudichiamo o addirittura attacchiamo certi gruppi da come appaiono". 

Che cosa significa essere maschio oggi? Fuori dalle scuole imperversa una conversazione globale sulle molestie sessuali e su una cultura maschilista che le promuove. Lo scandalo Weinstein ha messo in luce la crisi della mascolinità estrema. Ma il panorama è comunque complicato dalle pari opportunità che avanzano e dalle differenze di genere che si assottigliano. Una cosa è certa: non è facile. Rapper e calciatori a parte, non ci sono molti modelli per i ragazzini. Secondo David e Saaqib, i ragazzi di tutte le classi sociali e di diversa etnia hanno gli stessi pregiudizi, sebbene a Londra siano più smussati rispetto alle aree rurali. 

Lo scopo di Great Men non è solo combattere una cultura androcentrica che favorisce una serie di comportamenti e consumi, dalla molestia allo stupro alla pornografia, ma anche ridurre la violenza dei maschi tra loro e contro se stessi. Secondo le statistiche gli uomini commettono il 90% dei reati violenti, sono il 94% della popolazione carceraria globale e si suicidano il doppio delle donne. La mascolinità è una gabbia piccola e stretta, come dice Chimamanda Ngozi Adichie in Dovremmo essere tutti femministi (Einaudi), e noi ci chiudiamo dentro i ragazzi. Liberarli dalla camicia di forza e aiutarli a scoprire chi sono veramente - qualsiasi cosa significhi - può fare bene a loro, e alle ragazze. 

L'atmosfera in classe si è riscaldata. Saaqib chiede agli studenti di dividersi rispetto a una linea immaginaria al centro della stanza a seconda se sono d'accordo su certe affermazioni. Una di queste è "È ok per un uomo colpire un altro uomo" - quasi tutti concordano -, un'altra: "Piangere per gli uomini è sintomo di debolezza". Qui si scatena un putiferio. C'è chi dice che non lo farebbe mai a scuola e chi che "è ok se per esempio hai saltato la colazione e quindi hai molta fame". Per uno "è accettabile se ti è morto qualcuno, altrimenti stai solo cercando attenzione", per un altro "se lo fanno le ragazze, vengono trattate in modo diverso". "In che senso?", chiede David. "Be', una femmina che piange riceve 50 abbracci", risponde uno, "un maschio è considerato uno sfigato". "E nessuno gli chiede perché sta male", aggiunge un altro. La discussione ha toccato uno dei punti dolenti dell'essere maschio: la difficoltà a esprimere le emozioni - a parte la rabbia - per timore di essere considerato "una femmina". La creazione di una corazza, e quindi la perdita di contatto con quello che si prova. "Questo comportamento diverso per i due sessi influisce su come trattiamo noi stessi e può avere conseguenze gravi in futuro. Non siamo abituati a chiedere aiuto", dice David. Il suicidio è la causa di morte più comune per gli uomini sotto i 35 anni. Quando David menziona le statistiche sui suicidi maschili (3 volte di più di quelli femminili nel Regno Unito, 5 in Irlanda), i ragazzi chiedono di ripetere. Sono increduli. 

Si passa agli stereotipi sulle donne. Si mostrano pubblicità con il logo coperto. Gli studenti devono indovinare il prodotto. Donna seminuda a gambe aperte. "Preservativi!", dice uno. No. Sono vestiti di American Apparel. "Pensate al messaggio", dice David. "Se comprate i vestiti di questa marca farete sesso facilmente". Nella successiva c'è un uomo che guarda quattro donne in abiti attillati chiuse in frigoriferi trasparenti, con la scritta: "Servite fresche". "Sembrano coca cola!", dice uno. "Le puoi usare e gettare". Per qualche strana dissonanza cognitiva si vendono scarpe di Red Tape. In un'altra c'è una donna bloccata per terra da un uomo mentre tre uomini in piedi guardano la scena. "Gang bang", grida uno, "stupro di gruppo". Ma è parte di una campagna di Dolce&Gabbana. "È interessante notare che a concepirla siano due uomini gay", sottolinea David. Poi chiede: "Se una donna è tenuta ferma che cosa manca?". "Il consenso", risponde uno. "Sì. Sebbene ci sia gente a cui piace il sesso di gruppo, in questa situazione manca il consenso. E che cosa succede quando una donna non viene rappresentata per intero ma solo a pezzi?", continua mostrando l'immagine di seni procaci e bocche truccate e semiaperte. "Non è più una persona", risponde uno. "È priva di diritti", riflette un altro.

David prende lo spunto per citare una serie di dati sulle violenze sessuali. La discussione è piuttosto accesa. C'è chi non crede che il 95% dei detenuti in carcere per violenza sessuale sia un uomo, e chi pensa che i giudici abbiano un pregiudizio a favore delle donne. "Vedete", dice David. "L'opinione corrente è che gli uomini siano per natura violenti. Ma non è necessario esserlo per sentirsi uomini. Potete sempre scegliere". Alla fine del workshop i ragazzi ricompilano i questionari iniziali. Alcune risposte sono cambiate. Ma i facilitatori non si illudono. Gli stereotipi di genere non si combattono in tre ore. "Gli abbiamo lasciato food for thought, cibo per pensare", dice Saaqib. "E quando torneremo tra qualche mese vedremo se hanno ragionato e magari cambiato qualcosa nell'intendere l'identità maschile". E David: "Vogliamo che sia parte dell'educazione fare sì che i ragazzi si facciano domande su chi sono, che cosa la società si aspetta da loro e che tipo di maschio vogliono essere quando crescono".