Sono ancora vivi, li stanno tirando fuori". È da poco iniziata la riunione di redazione mattutina del 20 gennaio quando arriva la telefonata di Corrado Zunino, trafelatissimo, che avevamo mandato tra le nevi dell'Abruzzo per seguire quella che già chiamavamo la "tragedia di Rigopiano". Tragedia perché da 36 ore assistevamo impotenti alla lotta impari dell'uomo contro il fango e il ghiaccio e, per essere onesti fino in fondo, temevamo che di quelle 40 persone sarebbero stati trovati solo i corpi senza vita.
I concitati minuti successivi alla chiamata ("Diamo immediatamente la notizia sul sito!", "Apriamo anche una diretta Twitter!", "Cominciamo a organizzare le pagine, mobilitiamo gli inviati") sono il ricordo più forte dell'anno che si sta per chiudere. E il più bello. Perché anche se molto spesso a noi cronisti capita di ra…!-->!-->
Sono ancora vivi, li stanno tirando fuori". È da poco iniziata la riunione di redazione mattutina del 20 gennaio quando arriva la telefonata di Corrado Zunino, trafelatissimo, che avevamo mandato tra le nevi dell'Abruzzo per seguire quella che già chiamavamo la "tragedia di Rigopiano". Tragedia perché da 36 ore assistevamo impotenti alla lotta impari dell'uomo contro il fango e il ghiaccio e, per essere onesti fino in fondo, temevamo che di quelle 40 persone sarebbero stati trovati solo i corpi senza vita.
I concitati minuti successivi alla chiamata ("Diamo immediatamente la notizia sul sito!", "Apriamo anche una diretta Twitter!", "Cominciamo a organizzare le pagine, mobilitiamo gli inviati") sono il ricordo più forte dell'anno che si sta per chiudere. E il più bello. Perché anche se molto spesso a noi cronisti capita di raccontare il lato oscuro della realtà - che non ci piace e talvolta ci fa orrore - anche se l'abitudine professionale ci porta a gestire le emozioni con una certa freddezza, un po' come fanno i medici, l'inattesa svolta positiva nelle notizie è ciò che ci fa sentire meglio. E scorrere le foto dell'anno scattate dall'Ansa dà adesso la sensazione di risalire sull'altalena delle contrastanti emozioni a cui siamo sottoposti ogni giorno. I bimbi salvati a Rigopiano, ma anche i morti della valanga.
(ap)(ap)
Le vittime sotto le macerie di Amatrice, ma anche la lotta di quella gente per resistere prima, per tornare alla vita poi che per un anno abbiamo successivamente raccontato. Lo spettacolo crudele degli idranti usati per sgomberare i migranti di piazza Indipendenza a Roma, ma anche il gesto di umanità di un agente che ha scaldato il cuore di una donna eritrea e un po' anche il nostro. La paura per il concerto di Vasco al Modena Park, preceduto dalle bombe di Manchester allo show di Ariana Grande, e l'urlo liberatorio dei suoi 220mila fan quando sono partite le note di Colpa d'Alfredo. La tristezza - anche senza essere romanisti - per l'addio al calcio di Francesco Totti e la commozione per le parole pronunciate nel suo stadio Olimpico: "Spegnere la luce non è facile, adesso ho paura".
Fare la cronaca significa soprattutto stare sull'altalena senza cadere, trovare la capacità di stupirsi ogni giorno (abbiamo visto di tutto ma non abbiamo ancora visto tutto). E poi trovare la giusta distanza per raccontare ciò che succede, senza essere troppo lontani e quindi cinici e distaccati e senza essere troppo vicini e quindi non lucidi. Vale per noi che siamo dietro le quinte in redazione e saltiamo ancora sulla sedia quando arriva una notizia alle 22, con il giornale quasi chiuso che dobbiamo riaprire, smontare, rimontare da zero e richiudere in tempo per permettere alla tipografia di andare in stampa (per Rigopiano è andata proprio così).
(ansa)
Ma vale soprattutto per i colleghi inviati sul campo, svegliati nel cuore della notte perché c'è stato un terremoto in Centro Italia o richiamati in servizio nella domenica che avevano deciso di dedicare alla famiglia perché a Torino è scoppiato il caos in piazza San Carlo. E vale per i fotografi che sono lì con la macchina fotografica in mano e ogni volta resistono all'istinto di abbracciare o picchiare chi è dall'altra parte dell'obiettivo perché il loro dovere è, semplicemente, documentare. È il lavoro che abbiamo scelto e abbiamo avuto la grazia di poter fare. Riusciamo a farlo? Molto spesso sì, a volte no. Ma ci proviamo: è la nostra fatica quotidiana.