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Le leggi sui diritti nel libro dei sogni

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Dallo Ius soli al sostegno economico agli orfani di femminicidi, tutte le riforme mancate in questo finale di legislatura
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Sono quasi tutte leggi "nel nome della madre". Probabilmente resteranno incagliate nella corsa di fine legislatura, superate da norme più urgenti, più utili o meno scomode. Ma quello che colpisce è il loro comun denominatore: la madre. E la particolarità è che si tratta di leggi dimenticate dalla politica ma spesso già in vigore attraverso le sentenze dei tribunali, della Cassazione, addirittura della Corte Costituzionale. Prendiamo il caso più clamoroso: il cognome della madre. In commissione Giustizia del Senato "dorme", ormai da tre anni, la legge approvata a Montecitorio nel 2014 che prevede per i genitori la possibilità di dare al figlio il cognome materno o il cognome paterno o entrambi. Ma nel novembre del 2016 una sentenza della Corte Costituzionale, presidente Giuliano Amato, ha affermato che "è incostituzionale la norma che vieta ai genitori di poter attribuire al figlio oltre al cognome …
Sono quasi tutte leggi "nel nome della madre". Probabilmente resteranno incagliate nella corsa di fine legislatura, superate da norme più urgenti, più utili o meno scomode. Ma quello che colpisce è il loro comun denominatore: la madre. E la particolarità è che si tratta di leggi dimenticate dalla politica ma spesso già in vigore attraverso le sentenze dei tribunali, della Cassazione, addirittura della Corte Costituzionale. Prendiamo il caso più clamoroso: il cognome della madre. In commissione Giustizia del Senato "dorme", ormai da tre anni, la legge approvata a Montecitorio nel 2014 che prevede per i genitori la possibilità di dare al figlio il cognome materno o il cognome paterno o entrambi. Ma nel novembre del 2016 una sentenza della Corte Costituzionale, presidente Giuliano Amato, ha affermato che "è incostituzionale la norma che vieta ai genitori di poter attribuire al figlio oltre al cognome del padre anche quello della madre". 

Dunque nei fatti oggi in Italia, oltre all'iter già previsto davanti al prefetto, è possibile grazie alla Consulta attribuire il doppio cognome. Ma non poter scegliere di mettere soltanto il nome della madre, come sarebbe davvero paritario e come prevede infatti la legge dimenticata al Senato. Evidentemente sono ancora troppe le resistenza di chi teme la decadenza del concetto di Pater Familias. Così il cognome materno resterà nel catalogo degli incompiuti di questa legislatura.

Questo è soltanto il primo esempio. Perché, se togliamo un altro caso clamoroso di testo "dormiente" (cioè duramente ostacolato) come quello contro il razzismo omofobico e transfobico, fermo dal 2013 dopo l'approvazione alla Camera, ritroviamo il "nome della madre" nella legge sul "Diritto alle origini" anche questa bloccata a Palazzo Madama. È la famosa battaglia dei figli del parto anonimo. Migliaia di donne e uomini, abbandonati alla nascita in ospedale e poi adottati, che vorrebbero poter accedere alle proprie origini biologiche prima di quei famosi 100 anni previsti dalla legge attuale, dunque praticamente mai. E cioè poter contattare attraverso i tribunali le madri naturali (se ancora in vita) chiedendo loro se vogliono, anche a distanza di 50 o 60 anni, rimuovere il segreto della loro identità. Approvata dopo una lunga battaglia alla Camera nel 2015, è bloccata in commissione Giustizia al Senato. 

Dice accorata Anna Arecchia, presidente del Comitato per il Diritto alle Origini Biologiche: "È una corsa contro il tempo. Se il testo non viene approvato, così com'è, senza emendamenti, bisognerà ricominciare daccapo nella prossima legislatura. Eppure la giustizia continua a darci ragione. Sono ormai decine i ricongiungimenti decisi dai tribunali, confermati dalla Cassazione, anche a sezioni unite e dalla Corte Costituzionale". Invece la resistenza è forte. "In commissione la legge si è arenata perché c'è chi vede ancora nella nostra battaglia un rischio per l'anonimato del parto...Assurdo. Il contatto con la madre avviene soltanto attraverso il tribunale e di fronte a un rifiuto i figli non possono far altro che accettare il verdetto. Dov'è il rischio? Non c'è. Se pensate poi che il 70 per cento delle madri interpellate dai tribunali è stata felice di poter abbracciare quel figlio o figlia mai dimenticato, capirete quanto è assurdo che la legge non ci sia". 

E ancora di donne e madri, seppure dallo sguardo dei figli, si parla nella legge sulle "Vittime di crimini domestici", legge attesissima per la tutela degli orfani del femminicidio. Approvata alla Camera nel marzo scorso, bloccata dal centrodestra in commissione Giustizia al Senato, finalmente calendarizzata, rischia di scivolare nel fondo della lista, dietro discussioni e votazioni ritenute più urgenti. E dunque di non vedere la luce. "Sono fiduciosa di poter arrivare in aula - dice però la senatrice Francesca Puglisi, presidente della Commissione d'inchiesta sul femminicidio - su questo tema la sensibilità è alta e trasversale".

Intanto, comunque, è stato stanziato nella legge di Bilancio un nuovo fondo per i minori resi orfani da quelle stragi familiari.

Insomma la stagione dei diritti è aperta, ma cammina con fatica. Anche se è giusto ricordare cambiamenti fondamentali del diritto di famiglia avvenuti negli ultimi anni, dal divorzio breve alle unioni civili, all'equiparazione dei figli legittimi e naturali. Ma tra leggi dimenticate (il razzismo omofobico), avversate (lo Ius soli) e le tante leggi incompiute sul "nome della madre" la strada è davvero ancora lunga.