Dati alla mano, avere più armi da fuoco non rende le persone più sicure. Ma allora perché negli Stati Uniti in tanti credono il contrario?
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Dopo aver premuto il grilletto ed essermi ripresa dal rinculo, lentamente ho rimesso a fuoco il bersaglio. Ed eccolo là, un cerchio, piccolo ma ben distinto, accanto all'occhio dello zombie: il primo buco di pallottola della mia vita. Ho abbassato lo sguardo sulla Glock 19 nelle mie mani tremanti. In pochi secondi sono stata travolta da una rapida e fortissima trasformazione emotiva, passando da un grande nervosismo, se non paura, a un senso inebriante di sicurezza da ogni attacco. È in quel momento che ho capito come mai milioni di statunitensi credono che avere un'arma garantisca la loro sicurezza.
Ero in un poligono di tiro a sud di Kennesaw, in Georgia, un posto noto negli Stati Uniti come "la città delle pistole" a causa di una norma che obbliga i residenti a possedere armi da fuoco. Era il secondo dei quattro giorni che ho dedicato a un'inchiesta riguardo a un'affermazione controversa e popolare diffusa dalla lobby delle armi: pi&u…
Dopo aver premuto il grilletto ed essermi ripresa dal rinculo, lentamente ho rimesso a fuoco il bersaglio. Ed eccolo là, un cerchio, piccolo ma ben distinto, accanto all'occhio dello zombie: il primo buco di pallottola della mia vita. Ho abbassato lo sguardo sulla Glock 19 nelle mie mani tremanti. In pochi secondi sono stata travolta da una rapida e fortissima trasformazione emotiva, passando da un grande nervosismo, se non paura, a un senso inebriante di sicurezza da ogni attacco. È in quel momento che ho capito come mai milioni di statunitensi credono che avere un'arma garantisca la loro sicurezza.
Ero in un poligono di tiro a sud di Kennesaw, in Georgia, un posto noto negli Stati Uniti come "la città delle pistole" a causa di una norma che obbliga i residenti a possedere armi da fuoco. Era il secondo dei quattro giorni che ho dedicato a un'inchiesta riguardo a un'affermazione controversa e popolare diffusa dalla lobby delle armi: più armi da fuoco proteggono più persone dal crimine.
Nel 2015 le armi da fuoco hanno stroncato oltre 36.000 vite negli Stati Uniti; questo e altri allarmanti dati statistici hanno portato molte persone a chiedersi se non staremmo meglio con meno armi. Ma i favorevoli alla loro diffusione sostengono l'opposto: omicidi, delitti e stragi avvengono proprio perché non ci sono in giro abbastanza armi. Armare più gente significa rendere gli Stati Uniti più sicuri e pacifici, dicono, perché se i criminali sapessero di essere circondati da brave persone armate se ne starebbero buoni.
Dal 1991 a oggi, gli statunitensi hanno acquistato circa 170 milioni di armi da fuoco, mentre il tasso di omicidi è precipitato, secondo la National Rifle Association (NRA) [la principale organizzazione statunitense favorevole alla diffusione delle armi, N.d.T].
In campagna elettorale, parlando della strage di San Bernardino, in California, del 2015, Donald Trump ha detto: "Se in California avessimo avuto armi dall'altra parte, con pallottole che andavano nell'altra direzione, non avremmo 14 o 15 morti". Mike Watkins, ex poliziotto oggi istruttore al poligono di Kennesaw, la mette così: "Se sono uno dei cattivi, e so che qui ci sono armi, non sarà questo il primo posto in cui voglio fare qualcosa di brutto".
C'è del vero in questo? L'esperimento ideale sarebbe uno studio in cui seguire che cosa succede per diversi anni dopo aver distribuito armi da fuoco in comunità che ne erano prive, lasciando invariate tutte le altre condizioni. Purtroppo però negli Stati Uniti non ci sono comunità senza armi, e l'aspetto etico di uno studio del genere sarebbe dubbio. I ricercatori, quindi, confrontano ciò che accade a persone armate, in zone piene di armi, con ciò che accade a persone e luoghi con meno armi. Inoltre studiano se è più o meno probabile che le vittime dei delitti possiedano armi rispetto agli altri, e vedono che cosa succede quando le leggi rendono più facile andare in giro armati o sparare per autodifesa.
La maggior parte di queste ricerche - e ci sono decine di studi peer reviewed - sgonfia l'idea che le armi fermino la violenza. In uno studio del 2015 su dati di FBI e dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), per esempio, ricercatori del Boston Children's Hospital e della Harvard University hanno riferito che le aggressioni con armi da fuoco erano 6,8 volte più comuni negli Stati con più armi in assoluto che in quelli con meno armi di tutti. Sempre nel 2015, un'analisi combinata di 15 studi ha trovato che le persone che hanno un'arma da fuoco in casa hanno una probabilità quasi doppia di morire assassinate rispetto a chi non le ha.
L'accumulo di prove è stato rallentato dalle restrizioni poste dal Congresso degli Stati Uniti a una delle massime fonti di finanziamento delle ricerche sul tema, i CDC. Dalla metà degli anni novanta, all'agenzia è stato praticamente impedito di finanziare ricerche sulla relazione tra armi e violenza. La NRA e molti proprietari di armi hanno enfatizzato i pochi studi con indicazioni opposte.
Sono cresciuta in Georgia, così ho deciso di fare un giro lì e in Alabama, dove l'idea che le armi salvano vite della brava gente è incorporata nel tessuto della vita quotidiana; volevo guardare ai lavori scientifici e ascoltare persone con esperienza specifica: poliziotti, eletti a cariche pubbliche, possessori di armi, ricercatori che si occupano di ferite e lesioni, ed esperti d'armi come Watkins, che avevo accanto mentre premevo il grilletto della Glock.
Logica fallace
Per cercare di capire il rapporto tra armi da fuoco e violenza, Kennesaw è un punto di partenza ovvio. Il 15 marzo 1982, in questa cittadina a 45 chilometri a nord di Atlanta, fu approvata una norma controversa: per "provvedere a proteggere l'incolumità, la sicurezza e il generale benessere della città e dei suoi abitanti". Kennesaw richiedeva che ogni capo famiglia possedesse un'arma da fuoco con le relative munizioni.
Quasi 35 anni dopo l'approvazione di quella norma, a Kennesaw ho percorso in auto Cherokee Street fino alla sede della polizia dove lavora la squadra investigativa; il dipartimento vero e proprio è a qualche centinaio di metri. Ho suonato al citofono e un secondo dopo mi ha fatto entrare un tipo grande e grosso con baffi e barbetta, che chiaramente mi stava aspettando. Era il tenente Craig Graydon, l'uomo che ero venuta a incontrare.
Un'arma in casa non dà sicurezza
Una convinzione comune è che avere un arma in casa protegga dai crimini chi ci abita. Stando a diversi studi che risalgono agli anni ottanta e novanta e sono sostenuti da lavori recenti non è più così Più volte è emerso un collegamento tra avere armi in casa e rischi maggiori per omicidi e suicidi.
Studio di alto impatto
Alla fine degli anni ottanta e nei primi novanta, Arthur Kellermann, oggi all’Uniformed Services University of Health Sciences, e colleghi hanno pubblicato diversi studi che suggeriscono che omicidi e suicidi siano più comuni fra coloro che hanno armi in casa. I rischi erano espressi come rapporti incrociati (odds ratio): valori maggiori di 1 indicavano che c’erano più vittime tra chi aveva armi in casa rispetto a chi non ne aveva. I valori presentati indicavano un aumento del rischio. Per esempio, per le case in cui c’erano armi per autodifesa, il valore di 1,7 indicava un rischio del 70 per cento in più di essere assassinati in casa.
Non avendo potuto raccogliere abbastanza dettagli su ogni omicidio per controllare le variabili confondenti, gli autori hanno dovuto usare i «rapporti grezzi» per stimare i risultati. Questo punto debole ha attirato critiche. I «rischi corretti» per i suicidi, controllati rispetto alle variabili confondenti, hanno dato confronti più precisi e conclusioni più solide.
Graydon è a capo della divisione indagini criminali e tiene traccia di tutte le statistiche sui crimini della cittadina. Mi ha condotto sul retro, nel suo ufficio buio; dal computer, il bagliore di un salvaschermo tratto da una vecchia serie TV, The Untouchables, con Robert Stack nei panni dell'agente federale Eliot Ness. Anche il padre e il nonno di Graydon erano tutori della legge. "Ho sempre avuto intorno armi di tutti i tipi, da che mi ricordo", dice.
Kennesaw è orgogliosa della sua legge sulle armi. "I carcerati della zona dicono: "A rubare nelle case a Kennesaw non ci andrei"", afferma Graydon. Le autorità cittadine sostengono con orgoglio che un anno dopo l'adozione della norma i furti con scasso erano diminuiti di oltre il 50 per cento; nel 1985 erano scesi dell'80 per cento. "Era un vanto per la città", secondo David McDowall, criminologo della State University of New York ad Albany. L'attenzione dedicata a questa ordinanza dai media probabilmente aiuta: non solo gli abitanti di Kennesaw sono armati, ma tutti sanno che lo sono. Detto questo, l'ordinanza non è mai stata applicata rigorosamente, e Graydon stima che solo una metà degli abitanti di Kennesaw oggi possieda armi da fuoco.
Se però a Kennesaw il numero dei furti con scasso è calato drasticamente dopo il 1981, questa statistica può essere fuorviante. McDowall ha esaminato i numeri più da vicino e ha notato che il 1981 era stato un anno anomalo: c'era stato un 75 per cento in più di furti con scasso rispetto alla media dei cinque anni precedenti. Non sorprende che gli anni seguenti facciano bella figura. McDowall ha studiato il numero di furti con scasso prima e dopo, usando come punto di partenza il 1978, il 1979 o il 1980, invece del 1981 e, come riferito in un articolo del 1989, il presunto crollo dei crimini è sparito. A Kennesaw, poi, i crimini sono sempre stati pochissimi, il che potrebbe avere a che fare più con i suoi abitanti e la sua posizione geografica che con il numero delle pistole.
Ma a Kennesaw - che ha tutta l'aria di essere una tipica cittadina suburbana, non un covo di pistoleri - la mia sensazione è stata che per molte persone i dati non contano, proprio come in altri posti in cui sono stata. Conta di più una logica apparente: le armi fermano i criminali, quindi tengono le persone al sicuro. La sera prima dell'incontro con Graydon ero stata alla conferenza di un avvocato sostenitore del secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quello sul diritto a portare armi, a Stone Mountain, non lontano da Kennesaw. A un certo punto l'avvocato ha menzionato Samuel Colt, che rese popolari le pistole a tamburo verso la metà del XIX secolo. "Non ho visto le statistiche, ma devo dare per scontato che i casi di stupro e rapina a mano armata siano precipitati quando queste pistole si sono largamente diffuse", ha detto. Numeri e statistiche, insomma, sono quasi inutili: dove ci sono più armi ci sono meno crimini, lo sanno tutti.
Ma che cosa dice la ricerca? La serie di studi di gran lunga più nota sull'argomento è stata effettuata tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta da Arthur Kellermann, oggi preside della F. Edward Hébert School of Medicine dell'Uniformed Services University of the Health Sciences. In uno, pubblicato nel 1993 sul "New England Journal of Medicine" e finanziato dai CDC, Kellermann e colleghi hanno identificato 444 persone uccise in casa tra il 1987 e il 1992 in tre contee degli Stati Uniti - Shelby, in Tennessee, King, nello Stato di Washington, e Cuyahoga, in Ohio - e poi hanno raccolto dettagli sulle vittime e la loro morte presso polizia locale, medici legali e conoscenti. Hanno trovato che un'arma da fuoco in casa era associata a un aumento di quasi tre volte della probabilità di essere uccisi in casa da familiari o conoscenti intimi.
Queste osservazioni contraddicono direttamente la logica che sentivo in Georgia, e può darsi che questo dipenda dal fatto che il comportamento umano è assai più caotico di quanto non preveda la semplice logica. I ricercatori ipotizzano che anche se avere in casa un'arma può effettivamente ostacolare una rapina casuale, può anche modificare il comportamento del proprietario in modi che mettono a rischio lui e la sua famiglia. "Avere una pistola può significare che uno fa cose che farebbe meglio a non fare, prende rischi che non dovrebbe prendere e va in posti non sicuri sentendosi invece al sicuro", dice David Hemenway, direttore dell'Injury Control Research Center di Harvard. Questi rischi aggiuntivi potrebbero superare qualunque effetto protettivo.
C'è anche il fatto che dove ci sono più armi ci sono più opportunità che qualcuno le rubi e le usi per scopi nefasti. Uno dei massimi problemi di delinquenza di Kennesaw, mi ha detto Graydon, è il furto di armi da fuoco, quindi la polizia locale incoraggia gli abitanti a tenerle sotto chiave. La NRA, d'altronde, si oppone a ogni normativa che imponga di tenere al sicuro le armi.
Il lavoro iniziale di Kellermann e colleghi è stato criticato per non aver usato un controllo statistico sufficiente. Ma i ricercatori hanno pubblicato altri studi che confermano il rapporto tra armi e violenza. In uno hanno trovato che il fatto di avere un'arma in casa era legato a un aumento di quasi cinque volte delle probabilità di suicidio. Ogni anno il numero di statunitensi che si suicida con armi da fuoco è più elevato di quelli uccisi con queste armi. In un altro studio del 1998 Kellermann e colleghi riferivano che le armi tenute in casa avevano una probabilità quattro volte più grande di colpire qualcuno accidentalmente, sette volte più grande di essere usate in aggressioni o in omicidi e 11 volte più grande di essere usate per un suicidio rispetto all'uso per autodifesa.
A questi studi sono stati dedicati titoli su "New York Times" e "Washington Post". E hanno destato le ire della lobby delle armi, che contro la ricerca su questi temi ha scatenato una guerra che continua ancora oggi.
Rischio maggiore di morte
Un veterano di questa guerra è Mark Rosenberg, ricercatore in traumatologia. Dopo aver lasciato il Dipartimento di polizia di Kennesaw mi sono recata nella zona di Atlanta, in cui vive Rosenberg; incidentalmente dista solo 25 chilometri da dove vivevo da bambina, e il ricercatore mi ha ricevuto in soggiorno. Alla fine degli anni novanta Rosenberg dirigeva il National Center for Injury Prevention and Control dei CDC, che allora finanziava ed effettuava studi sulla violenza legata alle armi da fuoco. Mi havdetto di essere stato licenziato nel 1999 per aver proseguito queste ricerche malgrado l'opposizione politica incontrata, anche se il suo capo dell'epoca, da me contattato, ha negato che il suo licenziamento fosse dovuto alla sua attività di ricerca sulle armi.
Ho chiesto a Rosenberg che cosa sia successo dopo l'uscita degli studi di Kellermann. "La NRA ci attaccò su più fronti", racconta. "Dissero che i CDC erano un pozzo nero di scienza-spazzatura". Poco dopo la pubblicazione degli studi di Kellermann la NRA, in un articolo sulla sua rivista ufficiale "The American Rifleman", invitò i lettori a protestare contro l'uso del denaro dei contribuenti "per effettuare studi pseudoscientifici contro le armi da fuoco mascherati da ricerche". L'associazione chiese poi all'Office of Scientific Integrity dei National Institutes of Health (NIH) di aprire un'inchiesta su Kellermann e colleghi, ma fu respinta. Todd Adkins, attuale direttore del settore ricerca e informazione dell'Institute for Legislative Action della NRA, mi ha detto per email che quella fu una reazione al fatto che gli scienziati dei CDC avevano lanciato una campagna per convincere gli statunitensi che le armi da fuoco sono una minaccia alla salute pubblica e ignoravano i dati che non sostenevano questa idea.
Mentre la disputa proseguiva, il parlamentare Jay Dickey introdusse nella legge di spesa per i CDC per il 1996 una clausola che vietava l'impiego dei fondi per sostenere o promuovere il controllo delle armi da fuoco. Il Congresso tagliò anche 2,6 di milioni di dollari dal budget per i CDC: proprio l'importo stanziato l'anno prima per la ricerca sulle armi da fuoco. In seguito questi fondi sono stati ripristinati, ma destinati alla ricerca sulle lesioni cerebrali traumatiche. "Fu un colpo di avvertimento: "Vi teniamo d'occhio"", ricorda Hemenway. "I CDC riconobbero che avrebbero fatto meglio a essere molto, molto, molto prudenti sulle armi da fuoco, se volevano avere un centro traumatologico".
La clausola di Dickey sulla legge di spesa per i CDC è stata rinnovata ogni anno, fino a oggi. Nel 2011, anzi, è stata riformulata per includervi tutte le agenzie del Department of Health and Human Services, compresi gli NIH. Dickey però ha poi detto che non intendeva bloccare tutta le ricerca sulle armi e che avrebbe voluto non averlo fatto. È morto lo scorso aprile.
I CDC hanno ancora le mani legate. Nel 2012, dopo la sparatoria in una scuola che è costata la vita a 20 bambini e sei adulti a Newtown, in Connecticut, il presidente Barack Obama ha firmato un ordine esecutivo che richiedeva che i CDC destinassero 10 milioni di dollari alla ricerca sulla violenza da armi. Ma il Congresso non ha stanziato i fondi. Secondo Linda DeGutis, che ha diretto il centro traumatologico dei CDC dal 2010 al 2014, al personale dell'agenzia non è stato neppure permesso di discutere di Newtown. "Non potevamo parlare con i media se non per il contesto. Non potevamo rilasciare nessuna dichiarazione virgolettata", ricorda. "C'erano membri dello staff che evitavano addirittura di pronunciare la parola "arma"." Gli attuali dipendenti non hanno accettato di essere intervistati per questo articolo.
Garen Wintermute, medico e noto ricercatore su armi e violenza dell'Università della California a Davis, non è sorpreso che sia andata così. "È come in ogni altro campo controverso, quando si fa un lavoro che minaccia gli interessi costituiti. Quegli interessi reagiscono per minimizzare la minaccia", dice. Una volta lasciati i CDC, Rosenberg è diventato amministratore delegato di un'organizzazione no-profit che lavora per migliorare la situazione sanitaria dei paesi in via di sviluppo, e poi l'anno scorso è andato in pensione. Ma Wintermute e altri sono andati avanti nella ricerca sulle armi, procurandosi sovvenzioni da fondazioni private e agenzie statali come il National Institute of Justice. Nel 2005 Wintermute ha cominciato a finanziare personalmente le sue ricerche con fondi propri, finora per un totale di 1,7 milioni di dollari.
Oltre 30 studi peer-reviewed, relativi a individui e a popolazioni, confermano quanto suggerivano le ricerche di Kellermann: le armi sono associate a un maggior rischio di violenze e omicidi. "Ci sono dati davvero uniformi a sostegno dell'affermazione che l'accesso alle armi è associato a un incremento dei rischi di morte e lesioni da armi da fuoco", conclude Wintermute. I gruppi favorevoli alle armi sostengono che il rapporto di causa/effetto è opposto: sono i picchi di crimini violenti a spingere le persone a comprare armi, e non le armi a creare i picchi. Ma se fosse vero l'acquisto di armi da fuoco aumenterebbe di pari passo con tutti i tipi di violenza, e questo in realtà non succede.
Quando ho chiesto alle persone incontrate nel mio viaggio in Georgia le loro opinioni sull'influenza delle armi sulla violenza, molti mi hanno detto che non potevano pensare che le armi fossero una causa profonda. "È più facile prendersela con l'oggetto che cercare il motivo", mi ha detto Graydon. E non ha tutti i torti: sempre più ricerche suggeriscono che la violenza è un comportamento contagioso che esiste indipendentemente dalle armi e dai mezzi con cui si esercita. In questo quadro, le armi sono un elemento accessorio della violenza contagiosa, più che una causa. Ma ciò non vuol dire che non contino. Le armi da fuoco intensificano gli scontri violenti, fanno salire la posta in gioco e aggravano gli esiti, il che spiega come mai vi siano più morti e lesioni gravissime dove le armi da fuoco sono comuni. Può darsi che a scatenare la violenza siano principalmente altri comportamenti violenti, ma queste armi mortali ne aggravano le conseguenze.
Il mito dell'autodifesa
La mia prossima meta - Scottsboro, in Alabama - si trova in una contea dove quasi una persona su cinque ha il permesso di girare con un'arma celata. In tutto l'Alabama, si stima che i titolari di porto d'armi siano il 12 per cento dei residenti, forse il tasso più alto degli Stati Uniti. Con quasi un detentore di porto d'armi su cinque abitanti, la contea dove si trova Scottsboro è in testa alla classifica dello Stato. Volevo sapere se le persone di questa sonnolenta cittadina usino comunemente le armi per opporsi al crimine.
Lasciata la casa di Rosenberg, ho viaggiato verso nord-ovest per 190 chilometri. Passato un motel, un ristorante cinese e un banco di pegni, ho parcheggiato presso il tribunale della contea. Scottsboro ebbe un momento di notorietà nel 1931, quando otto giovani neri falsamente accusati di aver stuprato due donne bianche furono condannati a morte in questo tribunale da una giuria bianca, con una sentenza poi impugnata fino alla Corte suprema degli Stati Uniti. Sono passata per un metal detector e ho girato per i meandri del palazzo in cerca dell'ufficio dello sceriffo, che alla fine ho trovato sul retro del pianterreno; e sono stata accompagnata da Chuck Phillips, seduto alla sua scrivania insieme al suo primo vice sceriffo Rocky Harnen. Dietro la scrivania era appeso un poster intitolato Armi corte: le basi.
Autodifesa? Solo di rado
In genere l’affermazione secondo cui spesso le persone hanno bisogno di un’arma per difendersi dai criminali è sostenuta citando un’indagine del 1995. La sua conclusione era che gli statunitensi usavano le armi per respingere il crimine fino a 2,5 milioni di volte all’anno. Successive ricerche però, con campioni assai più grandi, hanno fortemente ridimensionato questo numero, indicando che l’uso difensivo delle armi da fuoco è insolito.
Studio di alto impatto
Kleck della Florida State University e Marc Gertz hanno chiesto a 5000 statunitensi scelti a caso se l’anno precedente avessero usato, loro o un altro familiare, un’arma per autodifesa. Circa l’1 per cento ha risposto di sì, e i ricercatori hanno estrapolato la percentuale alla popolazione totale, arrivando a 2,5 milioni di casi all’anno di uso difensivo di armi.
Percentuale degli intervistati che dicevano di aver usato un’arma da fuoco per autodifesa nell’anno precedente
I numeri in questo studio sono assai più alti di quelli di altri studi. La National Crime Victimization Survey, che interroga decine di migliaia di nuclei familiari, suggerisce che gli statunitensi usino le armi per autodifesa 65.000 volte all’anno. Le domande della NCVS accertano prima che gli intervistati siano stati in effetti vittime di aggressioni, al contrario di quelle di Kleck. Alcuni temono che nei risultati di Kleck siano inclusi resoconti spuri di casi di autodifesa da parte di persone che in realtà non avevano subito crimini.
Studio in contraddizione
Nel 2015 David Hemenway della Harvard University e colleghi hanno vagliato i dati della NCVS trovando che i casi di uso erano assai meno di quelli riferiti da Kleck e Gertz. La ricerca del 2015 ha coinvolto circa 14.000 persone, tutte vittime accertate di crimini, contrariamente al lavoro di Kleck. Le conclusioni indicano che l’uso delle armi per autodifesa è decisamente raro. Vittime di crimini che hanno usato un’arma per autodifesa durante il fatto (percentuale, 2007-2011)
Questa percentuale è rivelatrice: è molto inferiore a quella di Kleck e proviene da persone che sono state in situazioni di crimine reali, non da un campione casuale della popolazione generale. Altri dati dello studio indicano che strategie come gridare per chiedere aiuto sono altrettanto efficaci dell’uso di un’arma nel prevenire lesioni.
Nel 1998 Arthur Kellermann ha analizzato 626 casi di sparatorie avvenuti in casa o nelle vicinanze in tre città, trovando che spari accidentali, omicidi, aggressioni e suicidi erano assai più frequenti dell’uso delle armi per autodifesa.
"Glielo dico io: qui chi vuole un'arma, o 100, ce l'ha", dice Phillips, con il tipico accento strascicato dell'Alabama. Gli chiedo quante volte gli abitanti di Scottsboro hanno usato armi per difendersi. "Sono 35 anni che sto qui e non ricordo neanche un caso", risponde lo sceriffo. Improvvisamente, però, ad Harnen ne viene in mente uno. "C'era una signora che ha seguito uno dei nostri corsi sulle armi. Un tizio ha cercato di entrarle in casa", ricorda. "Lei ha strillato: "Ho una pistola" e ha aperto la porta, lui stava scappando via, lei gli ha sparato".
Ma non sono riusciti a farsi venire in mente altri esempi. Anche Graydon, per tornare a Kennesaw, non riusciva a ricordare una sola volta in cui uno dei residenti avesse usato un'arma per autodifesa, ed era in polizia da 31 anni.
La frequenza dell'uso delle armi per autodifesa è al centro della controversia sull'effetto delle armi da fuoco. Gli entusiasti delle armi sostengono che accade di continuo. Nel 1995 Gary Kleck, criminologo alla Florida State University, ha pubblicato con Marc Gertz una ricerca con uno dei numeri che piacciono di più alla lobby delle armi. I due avevano chiesto a 5000 statunitensi scelti a caso se loro, o un altro membro del nucleo familiare, avessero usato un'arma da fuoco per difesa nell'anno precedente. Poco più dell'1 per cento degli intervistati aveva risposto di sì; estrapolando i risultati Kleck e Gertz avevano concluso che gli statunitensi usano le armi per autodifesa 2,5 milioni di volte all'anno.
Questo numero, però, è assai più alto di quello ottenuto da indagini governative, come la National Crime Victimization Survey (NCVS), effettuata su decine di migliaia di nuclei familiari. Questa indagine suggerisce che le vittime di crimini usino le armi per autodifesa solo 65.000 volte all'anno. Nel 2015 Hemenway e colleghi hanno studiato i dati raccolti nelle NCVS in cinque anni concludendo che le armi sono usate per autodifesa in meno dell'1 per cento dei crimini che avvengono in presenza di una vittima. Inoltre i ricercatori hanno trovato che l'uso di un'arma da fuoco è efficace quanto altre manovre difensive, come gridare per chiedere aiuto. "Dai dati non emerge che chi si difende con la pistola ha meno probabilità di finire male", dice Philip Cook, economista della Duke University che si occupa di armi fin dagli anni settanta.
Tra l'indagine di Kleck e Gertz e la NCVS vi sono importanti differenze che possono contribuire a spiegare la discordanza. Nella NCVS, prima si accerta che una persona sia stata vittima di un'aggressione e poi si fanno domande sull'uso delle armi per autodifesa, il che elimina le risposte positive di persone che magari tirano fuori la pistola in una rissa da bar per poi chiamarla autodifesa. L'indagine di Kleck e Gertz potrebbe aver sovrastimato l'autodifesa includendovi casi ambigui simili. Kleck ribatte che la NCVS potrebbe sottostimarla, perché le persone che non si fidano dei sondaggisti hanno paura di ammettere di aver usato la propria arma. Ma a chi partecipa alla NCVS viene detto che è protetto dalle legge e che le risposte resteranno anonime.
Uno sguardo da vicino a chi, che cosa, dove e perché della violenza armata può fare luce sull'autodifesa. In massima parte, gli statunitensi con porto d'armi sono maschi bianchi di zone rurali, eppure sono i maschi neri delle aree urbane a incorrere nella violenza in modo sproporzionato. I crimini violenti, poi, sono geograficamente concentrati: tra il 1980 e il 2008 la metà di tutti i crimini violenti con armi a Boston è avvenuta nel 3 per cento di strade e incroci della città. E a Seattle, in un periodo di 14 anni, tutti gli episodi di criminalità giovanile si sono verificati in meno del 5 per cento dei tratti stradali. In altre parole, la maggior parte delle persone che vanno in giro armate ha poche probabilità di trovarsi in situazioni in cui potrebbero dover usare l'arma per autodifesa.
Liberalizzazione negativa
Questi numeri, però, non trovano eco in molti proprietari di armi. "Assolutamente sì, avere un'arma da fuoco significa sicurezza", mi ha detto Phillips. Watkins ha opinato che "avere un'arma ti dà l'opportunità di rifiutarti di essere una vittima". In seguito Watkins, che è stato agente di polizia nella parte settentrionale dello Stato di New York, ha ammesso che è raro che si spari per autodifesa, anche da parte delle forze dell'ordine. In uno studio di giugno 2017 in cui sono stati intervistati proprietari di armi da fuoco, l'88 per cento ha dichiarato di comprarle per autodifesa; molti pensavano di poter diventare prima o poi bersaglio di crimini violenti. È una convinzione così pervasiva che ci sono compagnie assicurative che propongono polizze apposite. Alla conferenza a cui ho assistito a Stone Mountain, un rappresentante di Texas Law Shield, un programma di difesa legale per chi usa le armi, ha cercato di convincermi a firmare per un servizio di rappresentanza legale gratuita nel caso in cui avessi sparato a qualcuno per difendermi. "Non ti serve a niente fino a che non ti serve, ma quando ti serve, caspita se sei contenta di averlo", mi ha detto.
Eppure, mentre prendeva piede l'idea che siamo tutti future vittime della criminalità, in realtà negli ultimi decenni negli Stati Uniti i tassi dei crimini violenti sono scesi. Secondo l'FBI, nel 2005 erano più bassi del 41 per cento rispetto al 1996. La NRA attribuisce il calo all'acquisto di un numero maggiore di armi, ma questo è fuorviante: è cresciuto il numero di persone che hanno più di un'arma, mentre il numero effettivo di persone e nuclei familiari che le possiedono è nettamente calato.
Di recente i ricercatori hanno cercato di accertare il valore di autodifesa delle armi da fuoco studiando le leggi dette stand-your-ground, che hanno guadagnato in notorietà con l'assassinio di un adolescente, Trayvon Martin, da parte di George Zimmerman in Florida nel 2012. Queste leggi permettono a chi si sente in pericolo di uccidere per autodifesa. I gruppi favorevoli alle armi sostengono che dovrebbe essere un deterrente contro il crimine perché i criminali sapranno che le vittime non hanno alcuna ragione per non reagire. Ma uno studio del gennaio 2017 riferisce che da quando la legge stand-your-ground è stata approvata in Florida, il tasso mensile di omicidi è salito di quasi un quarto. E uno studio del 2012 ha trovato che gli Stati che hanno approvato queste leggi hanno sperimentato un aumento improvviso e permanente degli omicidi dell'8 per cento rispetto agli altri Stati. Mark Hoekstra, uno degli autori di quest'ultimo studio, economista della Texas A&M University, la mette così: "Abbiamo trovato che se uccidere diventa più facile poi ci sono più morti".
Ma c'è chi sostiene che le armi possono contrastare il crimine anche quando non sono usate. Il ragionamento è che nelle zone in cui molti vanno in giro con armi senza tenerle in mostra, i delinquenti, che preferiscono non prendere di mira chi potrebbe essere armato, non commettono crimini violenti. Lo studio più famoso, pubblicato nel 1997 da John R. Lott, allora associato di ricerca all'Università di Chicago, e David B. Mustard, economista oggi all'Università della Georgia, ha considerato i tassi di criminalità contea per contea in vari Stati con leggi che rendevano più facile ottenere il porto d'armi in tempi diversi prima del 1992, poi ha confrontato questi tassi con i livelli di criminalità di zone in cui, nello stesso periodo, l'accesso alle armi non era stato facilitato. L'ipotesi era che quando in una zona diventa più facile ottenere il porto d'armi ci sono più persone che lo ottengono e girano armate, quindi la violenza diminuisce. Basandosi su questo confronto, Lott e Mustard hanno sviluppato un modello che indicava che quando ottenere il porto d'armi diventava più facile, le aggressioni calavano del 5 per cento, gli stupri del 7 per cento e gli omicidi del 7,65 per cento. Poi, nel 1998, Lott ha pubblicato un libro intitolato More Guns, Less Crime che considerava leggi sulle armi e delitti in oltre 3000 contee e riferiva risultati analoghi.
Molti ricercatori sono giunti a conclusioni opposte. In un documento di lavoro del giugno 2017, John Donohue, economista della Stanford University, ha riferito che quando uno Stato riduce i requisiti per il porto d'armi i tassi della maggior parte dei crimini violenti crescono. Un decennio dopo la riduzione dei requisiti, i tassi dei crimini violenti restano più alti del 13-15 per cento.
E nel 2004 il National Research Council, che dà pareri indipendenti su questioni scientifiche, ha rivolto la sua attenzione alla ricerca sulle armi. Ha chiesto a 15 studiosi di rianalizzare i dati di Lott, perché "nel campo c'erano tanti conflitti sui risultati", ricorda il presidente della commissione, il criminologo Charles Wellford, oggi professore emerito dell'Università del Maryland. Gli studiosi hanno trovato che nel modello di Lot bastavano piccoli aggiustamenti per grandi cambiamenti nei risultati. "Le nostre e altre analisi mostrano che quelle stime sono fragili", spiega Wellford. "La commissione, con un'eccezione, ha ritenuto che la conclusione che più armi significano meno delitti non è accettabile". Wintermute riassume: "C'è qualche studio che suggerisce che nel complesso liberalizzare l'accesso al porto d'armi ha effetti positivi. Un numero molto più grande di studi suggerisce che nel complesso gli effetti sono negativi".
Lott, che oggi dirige l'organizzazione no-profit Crime Prevention Research Center, dice che la commissione non era obiettiva, ed è stata "istituita apposta per screditare il mio lavoro". La NRA ha una posizione analoga: dice che la ricerca che evidenzia i pericoli legati alle armi rientra in un piano mirato a controllare e confiscare le armi da fuoco.
Ma è cruciale distinguere tra i dirigenti delle organizzazioni pro-armi e i loro sostenitori, che spesso hanno opinioni più sfumate. "Ho un'arma. Ho il porto d'armi. Posso addirittura istruire altre persone su come usare un'arma, e il mio obiettivo è di non trovarmi mai e poi mai a doverla usare", dice Tina Monaghan, impiegata comunale di Nelson, in Georgia. Nel 2013 a Nelson, come a Kennesaw, è passata una norma che imponeva ai residenti di possedere armi, che però è stata attenuata in quello stesso anno in seguito a un'azione legale. Secondo un sondaggio del 2015 pubblicato da ricercatori della John Hopkins University, l'85 per cento dei possessori di armi da fuoco è favorevole al controllo dei precedenti per tutte le vendite di armi, comprese quelle dei rivenditori senza licenza, malgrado la NRA vi si opponga con forza.
La vita non è un poligono
Ho sentito posizioni molto più divergenti da quella della NRA nell'ultimo posto in cui mi sono fermata in Alabama: la rivendita di armi e banco di pegni Scottsboro Guns and Pawn, in una delle principali strade della cittadina. Uno dei proprietari, Robert Shook, mi ha parlato della pressione sul Senato dell'Alabama per abolire il porto d'armi occulto, che renderebbe lecito girare con un'arma nascosta per chiunque abbia almeno 18 anni. La proposta è passata ad aprile di quest'anno, ma poi non è stata votata alla Camera dei Rappresentanti dello Stato nella sessione legislativa del 2017. "Ci sono molte cose che fa la NRA con cui non sono d'accordo", ha detto, in piedi dietro un bancone di vetro pieno di pistole.
"Sono andati a destra più di quanto gli altri siano andati a sinistra. Stanno gettando dalla finestra il buon senso". In effetti, oggi la NRA è assai più estremista di quanto non sia stata in passato. Negli anni trenta, l'allora presidente della NRA Karl Frederick testimoniò al Congresso a favore del National Firearms Act, una legge che poneva limiti alla possibilità di portare armi non visibili. "Non credo nella diffusione generale e indiscriminata delle armi", disse Frederick.La convinzione che più armi portino a meno crimini si fonda sull'idea che le armi sono pericolose quando le hanno i cattivi, quindi bisogna mettere più armi in mano ai buoni. Ma Cook, l'economista della Duke, dice che la dicotomia buoni/cattivi è falsa e pericolosa. Anche un cittadino integerrimo è solo un essere umano: può "perdere la testa, dare giudizi sbagliati, capire male una situazione o bere qualche bicchiere", spiega, e se capita quando ha una pistola possono succedere brutte cose. Nel 2013 a Ionia, in Michigan, una lite stradale ha portato due guidatori, entrambi con il porto d'armi, a tirare fuori le pistole e ammazzarsi.
Mentre guidavo da Scottsboro ad Atlanta per prendere l'aereo verso casa rimuginavo su quello che avevo sentito e imparato. Anche se non sappiamo con esattezza che effetto hanno su di noi le armi, l'idea che averne di più conduca a una riduzione del crimine è quasi certamente sbagliata. Le ricerche sul tema non sono univoche, e sarebbe bene farne di più. Ma quando tutti gli studi tranne qualcuno puntano nello stesso senso, c'è da credere che la verità stia in quella direzione: cioè, in questo caso, che le armi non inibiscono delitti e violenze. Anzi, li aggravano.
Un adesivo che si vede su molti paraurti dice che "le pistole non uccidono, le persone uccidono", e questo è vero. Le persone, tutti noi, vivono vite complicate, interpretano male le situazioni, si arrabbiano, sbagliano. E quando sbagliano e premono il grilletto, non c'è rimedio. Non è come il mio attacco allo zombie con la Glock: la vita non è un poligono di tiro.
Questo articolo è uscito su Le Scienze, dicembre 2017
Per approfondire Obstacles to Firearm and Violence Research. Kellermann A.L., in "Health Affairs", Vol. 12, n. 4, pp. 142-153, novembre 1993. Armed Resistance to Crime: The Prevalence and Nature of Self-Defense with a Gun. Kleck G. e Gertz M., in "Journal of Criminal Law and Criminology", Vol. 86, n. 1, pp. 150-187, 1995. Crime, Deterrence, and Right-to-Carry Concealed Handguns. Lott J.R. Jr. e Mustard D.B., in "Journal of Legal Studies", Vol. 26, n. 1, pp. 1-68, gennaio 1997. Firearms and Violence: A Critical Review. National Research Council, National Academies Press, 2004. State-Level Homicide Victimization Rates in the US in Relation to Survey Measures of Household Firearm Ownership, 2001-2003. Miller M. e altri, in "Social Science & Medicine", Vol. 64, n. 3, pp. 656-664, febbraio 2007. The Relationship between Gun Ownership and Stranger and Nonstranger Firearm Homicide Rates in the United States, 1981-2010. Siegel M. e altri, in "American Journal of Public Health", Vol. 104, n. 10, pp. 1912-1919, ottobre 2014. Is It a Dangerous World Out There? The Motivational Bases of American Gun Ownership. Stroebe W. e altri, in "Personality and Social Psychology Bulletin", Vol. 43, n. 8, pp. 1071-1085, agosto 2017.