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L’ultima notte di Amri

Il racconto dei due poliziotti che spararono al killer della strage di Berlino a Sesto San Giovanni un anno fa. “O lui o noi, ma era solo un ragazzo”
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Di che cosa stiamo parlando

Anis Amri, ucciso dalla polizia italiana nella notte tra il 22 e il 23 dicembre 2016 a Sesto San Giovanni, era l’attentatore che uccise 12 persone nell’attacco terroristico a un mercatino di Natale a Berlino il 19 dicembre dello scorso anno. Era nato in Tunisia nel 1992 e nel 2010 era arrivato a Lampedusa con un trafficante di esseri umani. Condannato a 4 anni per aver provocato un incendio nel centro di accoglienza di Catania, secondo la famiglia la sua radicalizzazione iniziò durante la detenzione. Arrivato a Berlino nel 2015, subito gli investigatori lo individuarono come figura centrale di una rete di jihadisti vicini allo Stato islamico.


Come in una cabala, nella notte tra il 22 e il 23 dicembre del 2016, quella del suo ventiquattresimo compleanno, gli occhi di Anis Amri, l'uomo della strage di Natale nel mercato berlinese di Breitscheidplatz, si erano chiusi per sempre fissando la silouette di un uomo in una blusa con il catar…

Di che cosa stiamo parlando

Anis Amri, ucciso dalla polizia italiana nella notte tra il 22 e il 23 dicembre 2016 a Sesto San Giovanni, era l’attentatore che uccise 12 persone nell’attacco terroristico a un mercatino di Natale a Berlino il 19 dicembre dello scorso anno. Era nato in Tunisia nel 1992 e nel 2010 era arrivato a Lampedusa con un trafficante di esseri umani. Condannato a 4 anni per aver provocato un incendio nel centro di accoglienza di Catania, secondo la famiglia la sua radicalizzazione iniziò durante la detenzione. Arrivato a Berlino nel 2015, subito gli investigatori lo individuarono come figura centrale di una rete di jihadisti vicini allo Stato islamico.


Come in una cabala, nella notte tra il 22 e il 23 dicembre del 2016, quella del suo ventiquattresimo compleanno, gli occhi di Anis Amri, l'uomo della strage di Natale nel mercato berlinese di Breitscheidplatz, si erano chiusi per sempre fissando la silouette di un uomo in una blusa con il catarifrangente "Polizia". "Sparagli!", "Sparagli!", aveva sentito gridare. Poi, era stato il buio.

Anis Amri, come si costruisce un terrorista


Era cominciato tutto a Lampedusa, quando, dalla Tunisia, aveva raggiunto l'Italia su una carretta del mare. E ora, a Sesto san Giovanni, tutto finiva. Un uomo con l'uniforme blu in principio: quello che lo aveva accompagnato nella sua prima prigione da migrante ("Centri di accoglienza temporanea", li chiamavano). Un uomo con l'uniforme blu alla fine: quello che ora metteva un punto alla sua vita. In mezzo, le galere siciliane, l'odio nel nome di Allah predicato sotto il vessillo nero del Califfato, il sangue di 12 innocenti schiacciati sotto le ruote di un tir tra le luminarie della festa. E due colpi di pistola. La sua calibro 22. La 9x19 parabellum della Beretta di ordinanza impugnata a due mani dall'agente in prova Luca Scatà.

A ripensarci ora a quella notte, Luca, siciliano, 29 anni, non muove un muscolo. Forse perché sembra lontana. O forse, e al contrario, perché non è mai passata ed è questa la prima volta che la racconta. Non è più un agente in prova. Non è più in servizio volanti a Sesto. Continua a fare il suo lavoro altrove. I tedeschi, che lo volevano decorare, non ne hanno più voluto sentir parlare dopo che dalla sua pagina Facebook era saltata fuori la sua foto con un saluto romano all'ombra del "Genio dello Sport", statua dello scultore del ventennio Italo Griselli. "È stata scattata al quartiere Eur. Non ero ancora in Polizia. Ero con dei miei amici in gita a Roma. Un gesto di goliardia. Con cui non intendevo né offendere, né fare propaganda o apologia di alcunché. Se solo potessi tornare indietro, vorrei non fosse mai stata scattata. Sono un ragazzo nato in un altro secolo. Con il fascismo non c'entro nulla. E mi mortifica l'idea che quella cosa stava per rovinare tutto. Tutto quello che avevamo fatto...".

Quello che "avevano fatto" era stato uccidere l'uomo della strage di Natale. Un terrorista. Senza sapere che lo fosse e chi fosse. Luca non aveva mai sparato ad un essere umano. "Prima di entrare in Polizia, avevo fatto l'alpino. Ma non è la stessa cosa tirare contro la sagoma di un poligono o contro una persona in carne ed ossa. Su un ragazzo come me...". "Sì. Ho ucciso un uomo. E ci ripenso spesso", dice Luca. "Ho sparato un solo colpo. E non ho avuto il tempo di mirare un punto particolare del corpo. Ricordo solo che, mentre premevo il grilletto, pensai che era quell'uomo che aveva deciso di morire. Che era stato padrone del suo destino e che aveva deciso quale dovesse essere. Perché o sparavo io o avrebbe sparato di nuovo lui. A me, o a Christian, che aveva già ferito".

Gli occhi azzurri di Christian, il capo pattuglia Christian Movio, 36 anni, friulano, si sgranano per un attimo. Anche lui, come Luca, è inseguito, insieme a quella notte, dall'ombra dei post sul suo profilo Facebook. "C'erano scritte delle cose che oggi, con il senno di poi, non riposterei più. Scherzavo sui napoletani, sui meridionali. Ma la mia fidanzata è di Caserta e a me, tanto per dire, danno del "rumeno" perché sono nato al confine con la Slovenia. Davvero, l'ultima cosa che posso dire di me stesso è che sia un razzista. Io sono cresciuto per mare. E per mare ho girato il mondo. Ho conosciuto la sua gente". Ultimo di due generazione di marinai, prima nocchiero sulla "Amerigo Vespucci". Poi sui cargo che attraversavano il Pacifico e l'Atlantico. Imbarchi di sei, otto mesi. Il Medioriente visto da un ormeggio prima che si spalancasse l'abisso. "Ricordo la Siria. Il porto di Tartus. Quello di Latakia. Non avrei mai immaginato che un giorno la guerra, il sangue, il terrore avrebbero bussato in Europa, alla nostra porta di casa. Per me, in quegli anni, i terroristi islamici erano i pirati. Dopo aver smesso di andare per mare, sono stato negli alpini, nella Julia. E mi ero preparato per l'Afghanistan, dove non ho fatto in tempo ad andare prima di congedarmi. Se qualcuno mi avesse detto che un giorno, da poliziotto, avrei combattuto un frammento di quella guerra a Sesto san Giovanni gli avrei dato del matto".

La notte tra il 22 e il 23 dicembre 2016, Anis Amri è una sagoma che vaga nel deserto antistante la stazione di Sesto. Intabarrata in un giaccone e un cappello che la proteggono dal gelo. È un segnale di vita che interrompe il nulla di un turno volanti che sta scivolando via senza scossoni. È in fuga, Amri. Le polizie europee lo immaginano da qualche parte tra Germania e Francia. Lui, invece, è arrivato in treno a Milano da poche ore. Le foto segnaletiche diffuse nel circuito Interpol e trasmesse dal nostro Dipartimento di Pubblica Sicurezza a tutte le forze di polizia per il controllo del territorio gli corrispondono più o meno quanto i suoi infiniti alias. Con quelle davanti non lo riconoscerebbe neanche un veggente. È di Christian l'idea di andare a vedere. "Ci eravamo presi un caffè alle 2 e avevamo ricominciato il controllo. Prima delle 3, dico a Luca di guidare verso la zona nord di Sesto, dove sono tutti i raccordi delle tangenziali. In genere è da lì che passano auto e moto rubate e un po' di spaccio. Così, eravamo arrivati davanti alla stazione. Quando vedo quel tipo. Dico allora a Luca di fermarsi e di ingranare la retromarcia. Quello affretta il passo e si dirige verso la stazione dei pullman. Curioso, penso. E mi dico: sarà uno spacciatore. Ci avviciniamo con la macchina e lo accostiamo. Aveva un cappello calato sugli occhi, il bavero del giaccone alzato. Insomma, non era facile individuarne il volto. Io abbasso il finestrino e gli chiedo come si chiama. Non mi risponde. Allora insisto: "Da dove vieni?". E lui: "Da Reggio Calabria". Sentendogli pronunciare Reggio Calabria capisco che non è italiano e faccio una battuta: "Da Reggio Calabria? Va bene che c'è la Calabria Saudita... Ma non direi". Provo ancora: "Dove stai andando?". E quello farfuglia un paio di volte che "ha sbagliato stazione". A quel punto faccio un cenno a Luca e decido di procedere con un controllo di polizia completo. Scendiamo dalla macchina e a lui indico di togliersi lo zaino che portava su una spalla e di aprirlo per farmi vedere cosa ci fosse dentro. Ero convinto che avesse della droga".

Amri non fa storie. "Tenendo lo zaino con una mano e frugando all'interno con l'altra, si mette a tirare fuori indumenti appallottolati, uno spazzolino da denti, e altre cianfrusaglie che cominciano a cadere sull'asfalto. Allora, gli dico di appoggiare lo zaino sul cofano di una macchina parcheggiata. Poi..." . Christian fa una lunga pausa. Guarda Luca. "Si, Christian a un certo punto gli fa: "Guarda che devi fare le cose per bene. Svuota lo zaino e le tasche. E metti le cose sul cofano". Christian spiega sia stata questione di secondi. "Mentre armeggiava con lo zaino, ha fatto un mezzo passo avanti nella mia direzione, ha aperto il giaccone e lì ho visto la pistola..." . Luca annuisce: "Quando ho visto che la tirava fuori, ho pensato "Minchia!", e ho triangolato, come ci insegnano al corso. Mi sono portato sulla sinistra della volante, in una posizione defilata, riparandomi tra un palo della luce e dei cassonetti". La calibro 22 di Amri fa fuoco. E colpisce Christian. "Con gli anni ho imparato a mettermi di tre quarti di fronte alla persona che devo controllare. In questo modo offri meno superficie del corpo a un'aggressione. E questa cosa mi ha salvato. Perché il colpo anziché raggiungermi al petto, mi ha bucato la spalla. Ho sentito come un pugno e poi qualcosa di estraneo dentro il braccio. Non avevo dolore, tanto che all'inizio ho pensato che mi avesse sparato con una pistola ad aria compressa. Poi ho sentito il caldo del sangue. E ho gridato a Luca: "Mi ha sparato, cazzo!", "Mi ha sparato!". Ho estratto anche io l'arma. Lo avevo a due metri e ho pensato se rispondere subito al fuoco o meno. Mi sono chiesto se sparare sarebbe stata la cosa giusta da fare. E alla fine ho deciso di ripararmi dietro la volante".

Amri sembra dimenticarsi di Luca. E tra lui e Christian comincia una danza di morte. "Lui puntava l'arma nella mia direzione, aspettando che mi scoprissi. Io mi proteggevo dietro la volante. A un certo punto provo a metterlo in linea di tiro sfruttando lo spazio tra il tetto della macchina e la barra luminosa delle sirene. Poi mi distendo sull'asfalto, cercando di vedere le sue gambe da sotto la macchina. "Se lo prendo", mi dicevo, "se lo prendo, crolla a terra e lo arrestiamo vivo". Lui gridava "Bastardi!", "Poliziotti bastardi!" e puntava quella maledetta pistola. Veniva verso di me con gli occhi sbarrati. Sembravano due biglie. Finché non ha sbagliato. Si è spostato verso sinistra per venirmi a prendere dietro la volante. Era sulla linea di tiro di Luca e io ho gridato "Sparagli!", "Sparagli!"" .

Né Luca, né Christian immaginano chi sia l'uomo che è ora senza vita di fronte a loro. Lo scopriranno solo quando si è fatto giorno. "Eravamo stati portati in ospedale. E alle 7 mi squilla il cellulare. "Agente Scatà?". "Si". "La cerca il Capo della Polizia". "Minchia", mi sono detto. Mi sa che quello di stanotte non era un rubagalline".