Mara Accettura
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Carlotta Magnanini
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Elisabetta Muritti
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di MARA ACCETTURA, CARLOTTA MAGNANINI, GAIA MELLONE, ELISABETTA MURITTI
È Ilaria Cucchi la Donna D 2017. La sorella di Stefano, ucciso dalle botte e dall’indifferenza. In prima linea nella battaglia per la verità e per i diritti civili. La sua vita diventerà presto un film e una serie tv. L’abbiamo scelta insieme a voi tra 30 finaliste, altrettanto forti e coraggiose. Come la campionessa paraolimpica Bebe Vio, arrivata seconda e Gessica Notaro, sfigurata dal suo ex, terza. Tre storie straordinarie
Aggiornato 12 minuti di lettura
Ilaria Cucchi, il coraggio di essere felice
di Elisabetta Muritti - Foto di Mattia Balsamini per D
"La morte di mio fratello mi ha dato il coraggio di essere felice. Stefano mi ha trasformata in una donna diversa, che conosce il valore di ogni singolo istante. Mi ha anche dato la forza di prendere in mano la mia vita. Lui che mi domandava sempre: "Ila, ma tu sei felice?", persino quando brancolava ed era disperato. Sì, Stefano mio: oggi sono felice. Non sono stata in grado di salvarti, di evitarti un processo violento, ma oggi ti sto dimostrando il bene che ti voglio. Mi ricordo di quando piangevi, perché ti eri perso ancora una volta, e al telefono mi dicevi "tu sei perfetta, non mi puoi capire... ". No, Stefano, non ero perfetta, ero solo quella che "doveva" essere perfetta". Ilaria Cucchi, 43 anni, sfoggia una bellezza delicata ma luminosissima e curata ("I capelli me li lava il parrucchiere, non è che no…
di Elisabetta Muritti - Foto di Mattia Balsamini per D
"La morte di mio fratello mi ha dato il coraggio di essere felice. Stefano mi ha trasformata in una donna diversa, che conosce il valore di ogni singolo istante. Mi ha anche dato la forza di prendere in mano la mia vita. Lui che mi domandava sempre: "Ila, ma tu sei felice?", persino quando brancolava ed era disperato. Sì, Stefano mio: oggi sono felice. Non sono stata in grado di salvarti, di evitarti un processo violento, ma oggi ti sto dimostrando il bene che ti voglio. Mi ricordo di quando piangevi, perché ti eri perso ancora una volta, e al telefono mi dicevi "tu sei perfetta, non mi puoi capire... ". No, Stefano, non ero perfetta, ero solo quella che "doveva" essere perfetta". Ilaria Cucchi, 43 anni, sfoggia una bellezza delicata ma luminosissima e curata ("I capelli me li lava il parrucchiere, non è che non stia attenta ai soldi, ma non ho più il tempo di farlo da sola"). Si destreggia al cellulare tra gli impegni dei suoi figli - Valerio, 15 anni, e Giulia, 9 - ma non perde un attimo di vista l'obiettivo che si è prefissa il giorno che ha visto suo fratello morto martoriato.
La storia è nota ma non lo è mai abbastanza, e presto la racconterà anche un film, Sulla mia pelle, girato da Alessio Cremonini, con Jasmine Trinca nel ruolo di Ilaria. Più avanti arriverà una serie tivù, Il corpo del reato, tratta dall'omonimo libro di Carlo Bonini e girato da Daniele Vicari. Era una notte d'autunno, verso mezzanotte, in via Lemonia a Roma, vicino al Parco degli Acquedotti immortalato da La grande bellezza di Sorrentino: quel 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi, 31 anni, ragioniere, giovane uomo fragile e difficile circondato da una famiglia affettuosa, piccola borghesia di Torpignattara, viene arrestato da tre carabinieri della stazione di Roma Appia mentre è con la sua cagnolina, un amico, 20 grammi di hashish, tre dosi di cocaina e un paio di pastiglie che poi si rivelano essere di Rivotril, farmaco contro l'epilessia. Due ore dopo viene portato a casa dei genitori per una perquisizione. Torna in caserma in custodia cautelare, ma all'Appia non c'è posto. Passa quel che resta della notte a Tor Sapienza. Il giorno dopo viene processato per direttissima e non si regge in piedi, ha la schiena rotta e la faccia sfasciata. Entra nel carcere di Regina Coeli. I suoi cari non lo vedranno mai più vivo. Non lo sentiranno neanche più parlare, verrà loro detto che è lui stesso a non volerli incontrare mentre è annientato dai dolori in un letto della struttura protetta dell'Ospedale Pertini. Verranno ricontattati solo il 22 ottobre, con un buco nero di 7 giorni: Stefano è morto, ecco la notifica di avviso di conferimento dell'incarico per l'autopsia. Lui non può più dire niente, ma il suo corpo potrebbe urlare in un modo imbarazzante.
La storia di Ilaria Cucchi sarà un film, Sulla mia pelle, nelle sale nel 2018. E invece Stefano da quel momento in poi diventa loquacissimo. Perché è Ilaria che comincia a parlare a suo nome. E continua a farlo anche oggi, in quest'ultimo mese del 2017. Punto della situazione: la Cassazione si è pronunciata per la seconda volta e ha di nuovo annullato l'assoluzione dei medici del Pertini, accusati di omicidio colposo; il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, e il sostituto procuratore, Giovanni Musarò, due magistrati con trascorsi nell'antimafia, hanno chiuso l'inchiesta bis; e a gennaio 2018 ci sarà la seconda udienza del processo di primo grado ai tre carabinieri della caserma Appia, accusati di omicidio preterintenzionale (più un'attribuzione dei reati di calunnia e falso al loro superiore e accuse di calunnia per uno dei tre e per un altro collega); gli agenti di polizia penitenziaria, assolti, si costituiranno parte civile contro i carabinieri che li hanno calunniati. Racconta Ilaria: "Io, mamma e papà quel 22 ottobre torniamo a casa. Da noi è radunata tutta la famiglia, siamo sempre stati molto uniti. Ci ricordiamo d'aver visto in tivù la storia di Federico Aldrovandi a Un giorno in pretura, c'era quell'avvocato di Ferrara, Fabio Anselmo, andiamo su internet, troviamo il numero di telefono del suo studio. Mi risponde. Non accetta subito l'incarico ma mi ascolta e quando gli racconto che mio fratello "era tutto segnato" subito mi dice: "Faccia scattare le foto", "Ma come, avvocato, perché le foto a Stefano?", "Perché dobbiamo poter dimostrare tutto"". E poi? Poi le esce un guizzo di cadenza romana: "Mi sono detta: "Certo che questi del Nord sono strani", perché io, benpensante, tutta famiglia, scout e parrocchia, pensavo fosse giusto affidare mio fratello allo Stato. Avevo fallito come sorella, ero sul punto di fallire come cittadina". Ilaria continua: "Do retta all'avvocato. S'era fatto buio fuori dall'obitorio, ogni rumore che sentivo mi sembrava provocato dallo strazio sul suo corpo, alla fine le foto sono riuscita a farmele scattare solo dagli impiegati dell'agenzia delle pompe funebri. "Avete fotografato?", "Sì, signora". "Dappertutto? Anche dietro?". "No, dietro no". "Tornate dentro e fotografatelo anche sulla schiena. Vi aspetto"".
Quelle foto terribili di quel corpo terribile, trascurato da tutti, medici compresi, occhi pesti, mandibola destra rotta, due vertebre lombari fratturate, addome gonfio per un globo vescicale (la sua vescica tratteneva quasi un litro e mezzo di urina), 37 kg di denutrizione, hanno fatto un giro largo, anche all'estero. Hanno ferito coscienze e disturbato certezze. Ilaria si siede davanti a un tavolo, cerca gli occhi dell'interlocutore perché tutto sia chiaro: "Mia madre non voleva che quegli scatti fossero mostrati, diceva "Mio figlio non avrebbe mai voluto farsi vedere così", ma "Stefano non avrebbe neanche mai voluto morire così", le rispondevo. Stefano è morto da solo. Solo, ma dopo aver incrociato nella sua settimana di calvario ben 140-150 persone, nessuna che abbia avuto il coraggio di farsi una domanda su di lui, tutti hanno voltato la faccia dall'altra parte. È morto di indifferenza. Di superficialità. Tanto era un ultimo, un nessuno, e nessuno ne avrebbe chiesto conto. E io, da donna cattolica costretta a razionalizzare la mia fede, ho dovuto dare un senso alla sua vita. E anche alla mia, dalla sua morte in poi. Il suo sacrificio canalizza energie: parlando di Stefano si dà voce agli altri ultimi come lui". Ilaria mette gli occhiali cerchiati di scuro e controlla la grande borsa che segue i pellegrinaggi dell'Associazione Stefano Cucchi Onlus, che ha appena fatto nascere. Ieri era a Castrovillari, in Calabria, per la riapertura delle indagini sulla morte del calciatore Denis Bergamini. Altra storiaccia lunga di bugie e omertà, che la sua associazione segue da vicino. "È stato Stefano stesso a chiedermi di continuare così: è apparso in sogno a un missionario nostro amico, "dille di andare avanti". E io vado avanti. Perché le carceri non devono essere più una discarica sociale. Perché questa legge sul reato di tortura non va bene, dimostra che nel nostro Paese il tema dei diritti umani non interessa a nessuno ed è uno strumento che assolverà chi si macchia di atrocità. Perché la verità non venga più negata in nome di un'altra verità ritenuta superiore. E perché i nostri morti non vengano più etichettati e spersonalizzati in modo che non producano indignazione e non facciano scattare identificazioni". No, ammette, non è stato facile: "Avevo paura di essere violentata nel mio intimo. Ho sofferto di più nelle aule dei tribunali che all'obitorio, le domande sulla sua magrezza, quelle cretinate dei medici, avrei riso se avessi potuto... Stefano, che è deceduto di dolore in un ospedale civile, che in vita non è stato certo un eroe, è però morto da eroe rivendicando i suoi diritti. E ha battuto ogni record di cause di morte bizzarra, hanno citato persino il "dolore morale mortale"".
Che cosa farà Ilaria, "da grande"? "Continuerò a dar voce a tutti gli altri Stefano di cui nessuno sentirà mai parlare. Per regalare ai miei figli, e anche ai figli dei sopraffattori, la speranza di crescere in una società più giusta. Senza più vittime della discrezionalità del potere. Senza più famiglie private della libertà di vivere privatamente il lutto dei loro cari. E senza più nessuno che banalizzi una vicenda come quella di Stefano con un: "E che faccio? Sto dalla parte della sorella del tossico o sto col carabiniere?"".
Bebe Vio
Bebe Vio, la “ragazza magica”
di Carlotta Magnanini
La storia della "ragazza magica" Bebe Vio è innanzitutto quella di una bambina che, a 11 anni, prese una decisione più grande di lei: scegliendo di vivere. "A seguito della meningite i medici mi dissero che avrei potuto provare a tenermele, le gambe e le braccia", racconta lei in Beatrice, il corto realizzato con Fabrica dalla regista venezuelana Lorena Alvarado, "ma aggiunsero anche che così avrei rischiato di morire". Per questo, perché "la vita è una figata" (le parole di papà Ruggero sono diventate, 8 anni dopo, il titolo della sua trasmissione su Rai Uno), Beatrice Maria Adelaide Marzia Vio ha preso la strada più in salita, o la porta più difficile per uscire dall'infanzia, senza rinunciare a una briciola della propria vita.
A cominciare dall'amata scherma, disciplina che ha cominciato a praticare a 5 anni. In tempi record, super Bebe è diventata la più famosa schermitrice italiana nel mondo restando se stessa, sotto quella maschera che, dice, "quando la indosso diventa il mio mondo": quello di una campionessa, fuoriclasse di ottimismo. Poi, giù dalla pedana, torna a essere una ragazza di 20 anni che ha avuto mille fortune: genitori e fratelli straordinari, vittorie in mondovisione, copertine, due libri ( l'ultimo, Se sembra impossibile, allora si può fare, uscito quest'anno per Rizzoli), l'impegno a favore della onlus dei genitori Art4sport, e poi i viaggi, i selfie con Obama, gli amici, tanti. Compreso quel Lorenzo che le ha dedicato la sua canzone preferita sull'aereo di ritorno dall'oro di Rio 2016 (insieme li vedremo in una lunga chiacchierata in onda su Spike e Vh1 tra Natale e Capodanno), e diceva: "La mia ragazza è magica / E lancia in aria il mondo e lo riprende al volo / Trasforma un pomeriggio in un capolavoro".
Gessica Notaro, 28 anni, tornerà a fare l'addestratrice di leoni marini, sua grande passione. Quest'anno ha inciso il singolo Gracias a la vida. Gessica Notaro, la rinascita
di Mara Accettura
L'ex fidanzato l'ha sfregiata con l'acido quasi un anno fa, appostandosi nella notte a pochi metri da casa sua. Una punizione esemplare per l'ex miss Romagna: strapparle la bellezza, obbligarla a nascondersi e farla tacere per sempre. Invece Gessica Notaro porta in giro la faccia deturpata con spavalderia, incurante delle cicatrici, l'occhio sinistro, da cui ha perso la vista, coperto da una benda da pirata di pizzo. Dopo sei operazioni di chirurgia estetica, a cui ne seguiranno molte altre, infiltrazioni di cortisone, fisioterapia giornaliera, in attesa di un trapianto della cornea, Gessica è ancora in transizione, una crisalide in cui sta crescendo una nuova farfalla.
La incontriamo a Rimini, nella bella villetta in periferia della città dove abita con la mamma argentina e un branco di chiassosi chihuahua. Ha il portamento fiero, l'espressione indomita, una voce potente. E soprattutto sembra felice. "Tavares (Eddy, ma lo chiama per cognome, ndr) voleva rovinarmi la vita. E invece se l'è rovinata lui", dice dell'ex, condannato in primo grado a 18 anni di carcere. È appena tornata da un giro nelle scuole italiane dove ha parlato della propria esperienza per fare prevenzione. Perché ce ne sono tante intrappolate, come lo è stata lei, in rapporti tossici. Le scrivono sui social per raccontare le loro storie. "Donne sequestrate in casa, donne che hanno paura di denunciare perché vengono minacciate, donne che denunciano e non vengono ascoltate. C'è chi mi contatta di notte e mi supplica di fare intervenire qualcuno, chi è stata massacrata, scaraventata giù dalle scale e non cammina più, chi ha paura di scappare perché non sa dove andare. Ma poi perché dovrebbe andarsene la vittima? Ci sono strutture che ospitano gli uomini che maltrattano. Incentiviamo quelle e rieduchiamo gli uomini perché il carcere non rieduca. Quando Tavares uscirà sarà più incazzato di prima".
C'è un nesso in queste storie di violenza? "Sì. Tutte le cose succedono per step. Ed è importante capire quali sono questi passi perché potrebbero salvarci la vita. Dico sempre: fate attenzione alle minime mancanze di rispetto". Cose banali su cui soprassediamo perché non le riteniamo importanti. "Tavares fumava, io no. Gli chiedevo di andare fuori di casa e lui aspettava che mi addormentassi per fumarmi sopra la testa. In tv guardavamo solo i film che piacevano a lui. Se mi addormentavo mi faceva i dispetti durante le pubblicità per togliermi il sonno. Mi denigrava. Diceva: "Sei una vecchia, vuoi sempre dormire" e andava in discoteca fino alle sei, mentre io la mattina andavo a lavorare. Una persona che manca di rispetto nelle piccole cose quotidiane lo farà nelle cose importanti perché è sostanzialmente egoista. Se poi viene lasciata diventerà pericolosa".
Lei però ci è rimasta tre anni. "Io non ho mai giocato alle slot machine, ma il principio è quello. Il sistema migliore per tenere agganciata una persona è trattarla male e, una tantum, a sorpresa, stupirla con un gesto affettuoso. Alle slot si continua a giocare e a perdere perché, da un momento all'altro, potrebbe arrivare il jackpot. È un meccanismo deleterio che manda fuori di testa e ha molto a che fare con l'incapacità di alzare la guardia e vedere obiettivamente una situazione. Perché non vogliamo vederla". Di Tavares lei era molto innamorata. "Certo. O credevo di esserlo. Oggi lo metto in discussione. Era più un'ossessione, un amore malato. Potevo fare le valigie e andare via. Me lo avevano consigliato e non l'ho fatto. Perché? Ero schiava di una macumba. E, nello stesso modo in cui ci sono caduta, un giorno mi sono risvegliata, mi sono guardata allo specchio e ho detto basta. Lui ha capito che non sarei più tornata indietro e ha iniziato a perseguitarmi". Un giorno le ha detto: "Ti rovinerò la vita senza toccarti con un dito".
La denuncia per stalking non è servita a niente. "Sono arrabbiatissima con le istituzioni perché mentre stiamo chiacchierando c'è gente che muore. Ci sono delle lacune nella legge che vanno colmate. Col mio avvocato e il consigliere comunale di Rimini abbiamo una proposta che stiamo presentando in giro, anche al ministro Orlando. Faccio un esempio. L'ammonimento è una semplice bussata alla porta dell'uomo maltrattante in cui la polizia dice: "Tavares devi stare lontano da Gessica Notaro perché altrimenti ti portiamo in caserma". Un soggetto veramente pericoloso se ne infischia. Dopo l'ammonimento ci sono gli obblighi domiciliari: significa che se esci di casa quando non potresti, vieni segnalato. Nemmeno portato in caserma. A che serve? Tavares doveva stare a 500 metri da me e invece abitava a 50 perché poverino mica potevano sfrattarlo. Io chiamavo e dicevo: "Mi farete ammazzare". Gli obblighi domiciliari? Non servono a nulla senza braccialetti elettronici, che suonano quando persecutore e vittima si avvicinano, collegandosi alla polizia. Quelli per lo stalking sono 20 in tutta Italia. L'altro giorno un procuratore mi ha detto che il mio è stato un caso sfortunato. No, sono stata fortunata perché sono ancora qui a raccontarla".
A sfavore, come Gessica ha raccontato più volte, ha giocato l'errore fatale di un gip. "È la legge però che lo ha messo nelle condizioni di sbagliare. Mentre il pm aveva capito che la situazione era grave e aveva ordinato la custodia cautelare, il gip ha ritenuto diversamente. Aveva ascoltato, come dice la legge, solo la versione di Tavares. È sbagliato che il giudice ascolti solo una campana ed è sbagliato che non sia presente uno specialista come uno psichiatra. Bisogna ridurre il margine di errore". E cos'altro si può fare per fermare la violenza? "Insegnare ai ragazzi che i maschi alpha non sono i prepotenti e gli arroganti ma quelli che si guadagnano la leadership col rispetto. Purtroppo anche a noi donne piace a volte l'uomo geloso, ci sentiamo lusingate da queste cavolate. Ma vorrei chiarire una cosa: ci sono anche uomini maltrattati, sono più rari ma ci sono, e io difendo anche quelli". La sua resilienza è straordinaria. E non è solo frutto del legame con Allen Esposito Linares, l'uomo "che tutte dovrebbero avere", e che la fa sentire "la donna più bella del mondo". Né dell'analisi. "Il mio psicologo è il mio cavallo Cristobal. Vuole carote e fieno, non soldi. Andare a cavallo è uno sport adrenalinico che tempra e tira fuori il carattere". Lo stesso hanno fatto i leoni marini che tornerà ad addestrare il prossimo anno. "Gli animali sono pazzeschi, ci insegnano valori che noi non abbiamo più. Il rispetto della gerarchia, degli anziani. Se uccidono lo fanno per fame o per controllo del territorio, non certo per cattiveria. In più non tradiscono mai. Sono molto più prevedibili delle persone, perché non sanno fingere. Basta rispettarli per avere rispetto".
Emma Bonino (imagoec)
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Annamaria Berenzi Infine: Annamaria Berenzi, insegnante di matematica nella sezione ospedaliera dell'istituto tecnico Castelli di Brescia, vincitrice dell'Italian Teacher Prize 2017. La prof ha devoluto i 50mila euro del premio al suo progetto In viaggio per guarire, dando voce ai giovani che hanno affrontato il cancro troppo presto. L'importanza del suo ruolo è stata riconosciuta anche dal presidente Mattarella, che le ha conferito il titolo di Cavaliere della Repubblica.