Dal primo gennaio i sacchetti di plastica per alimenti freschi sono biodegradabili e a pagamento, “Da 1 a 5 centesimi”. Dubbi di chi compra e controlli inadeguati
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ROMA. La norma c'è, l'applicazione però è fantasiosa, come spesso accade. Dal primo gennaio le buste di plastica per gli alimenti freschi come frutta, verdura, mozzarelle o pesce devono essere biodegradabili e compostabili e il consumatore deve pagarle. Lo stabilisce l'articolo 9-bis della legge di conversione 123/2017 precisando: "Il prezzo di vendita deve risultare dallo scontrino". Secondo il direttore generale di Legambiente, Stefano Ciofani, "il costo non dovrebbe superare i 3 centesimi, sopra i quali si tratta di speculazione". La legge segue una direttiva Ue con l'intento di ridurre l'utilizzo di plastiche dannose per l'ambiente e completa il bando delle buste per la spesa del 2011, che ha riabituato molti a portare con sé la vecchia sportina per non vedere sul conto finale i 10 centesimi in più per il sacchetto con i manici biodegradabile. Già da ieri, chi non si adegua rischia una multa…
ROMA. La norma c'è, l'applicazione però è fantasiosa, come spesso accade. Dal primo gennaio le buste di plastica per gli alimenti freschi come frutta, verdura, mozzarelle o pesce devono essere biodegradabili e compostabili e il consumatore deve pagarle. Lo stabilisce l'articolo 9-bis della legge di conversione 123/2017 precisando: "Il prezzo di vendita deve risultare dallo scontrino". Secondo il direttore generale di Legambiente, Stefano Ciofani, "il costo non dovrebbe superare i 3 centesimi, sopra i quali si tratta di speculazione". La legge segue una direttiva Ue con l'intento di ridurre l'utilizzo di plastiche dannose per l'ambiente e completa il bando delle buste per la spesa del 2011, che ha riabituato molti a portare con sé la vecchia sportina per non vedere sul conto finale i 10 centesimi in più per il sacchetto con i manici biodegradabile. Già da ieri, chi non si adegua rischia una multa dai 2.500 ai 25mila euro, ma un rapido giro nei supermercati e nei mercati rionali di Roma, con telefonate ad amici e commercianti nel resto d'Italia, lascia supporre che i rivenditori si aspettano un notevole margine di tolleranza.
La grande distribuzione si è adeguata prontamente, nei reparti ortofrutta le bobine di sacchetti in plastica leggera sono state sostituite (già da qualche tempo, in alcuni casi) da bustine a norma e ci sono cartelli per informare i clienti sul loro costo, che non supera, in media, i 4 centesimi. Nelle catene più piccole c'è qualche disagio in più, con i commessi a spiegare quanto accade, soprattutto quando vedono accumulare nel carrello dieci bustine, non sempre tutte utili a pesare la merce.
Ci sono anche i supermercati dove i vecchi sacchetti fanno ancora mostra di sé: "Per ora smaltiamo quelle vecchie, poi si vedrà" dice il direttore del negozio, chiedendo di non essere identificato. "Abbiamo chiesto di non farle pagare, perché a noi in pratica non costano nulla. E poi dobbiamo anche adeguare il registratore di cassa". Giovanni Calì, presidente della fondazione Telos centro studi dei commercialisti di Roma, conferma che i centesimi della biobusta gravano soltanto sul consumatore: "È marginale l'introito per lo Stato, o comunque non quantificabile al momento" spiega Calì "ma in termini fiscali per l'esercente è un nuovo ricavo su cui pagherà le tasse, mentre per il cliente è una spesa. Il consumatore ha sempre pagato il costo della busta compreso nel prezzo delle zucchine, dubito però che ora i commercianti scaleranno i 4 centesimi dal costo della merce".
L'italiana arte di arrangiarsi si apprezza al meglio nei mercati rionali o nei grandi negozi di frutta e verdura. Sui banchi, con le solite bobine, fanno ancora bella mostra di sé i sacchetti con i manici fuori legge dal 2011. "Siccome l'ha detto la tv la gente ci chiede spaventata se gli facciamo pagare i sacchetti" dice un fruttivendolo al mercato "ma noi mica possiamo!". Il ragazzo egiziano che espone anche bustine apparentemente biodegradabili è cristallino: "Ah, quelle? No, mica sono a norma, ora ci vogliono le compostabili al 40 %". Anche lui imbusta la spesa finale nel vecchio sacchetto bianco di plastica e conferma: "Non ci ha mai controllato nessuno e le non biodegradabili ci costano molto meno".
"I controlli non sono adeguati - ammette Ciofani di Legambiente - ci dovrebbe essere l'impegno non solo delle forze dell'ordine nazionali, ma anche delle polizie municipali. È vero che le biobuste costano un po' di più, ma soltanto perché sono una novità". Ciofani liquida la polemica sulla norma che avvantaggerebbe una sola ditta produttrice di buste, la Novamont: "Quella del monopolio è un'accusa senza fondamento, le bioplastiche le fanno le maggiori aziende al mondo e anche la difficoltà di approvvigionamento è pretestuosa". Ciò su cui conviene, però, è che la norma migliorerebbe consentendo, come per la spesa finale, di portare da sé buste o contenitori, al momento proibiti per questioni igieniche: "Limitare lo spreco di plastica è essenziale" ribadisce "ben vengano modifiche per garantire l'igiene e ridurre ulteriormente l'uso di buste usa e getta".