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(afp)

Aharon Appelfeld, il poeta gentile della Memoria

Morto a 85 anni uno dei più grandi testimoni della letteratura ebraica, che aveva conosciuto i lager da bambino. A fine gennaio uscirà il suo romanzo "Giorni luminosi"
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Grande scrittore, testimone della Shoah, custode della memoria. Aharon Appelfeld - con la sua la voce che sembrava un sussurro, il viso mite e acuto, la sua delicatezza infinita - è morto nella notte tra mercoledì e giovedì 4 gennaio, a Gerusalemme. Aveva 85 anni.

Chissà da dove gli nascevano quei sorrisi dolcissimi, la pacatezza di ogni affermazione. Forse dalla sorpresa di essere vivo, nonostante avesse sfiorato la morte più volte e a otto anni l'avesse vista abbattersi per mano delle milizie filonaziste ucraine sulla madre e i nonni a pochi passi da lui. Forse dal silenzio che per 36 mesi, una volta fuggito dal lager in Transnistria in cui era stato rinchiuso, aveva mantenuto mentre era solo, nascosto nei boschi ucraini, o in mezzo alla banda di briganti che l'aveva trovato e adottato come servo (con quegli istanti abbacinanti a tratti riportati in Storia di una vita). Oppure dietro la porta della prostituta che poco dopo l'aveva nasc…
Grande scrittore, testimone della Shoah, custode della memoria. Aharon Appelfeld - con la sua la voce che sembrava un sussurro, il viso mite e acuto, la sua delicatezza infinita - è morto nella notte tra mercoledì e giovedì 4 gennaio, a Gerusalemme. Aveva 85 anni.

Chissà da dove gli nascevano quei sorrisi dolcissimi, la pacatezza di ogni affermazione. Forse dalla sorpresa di essere vivo, nonostante avesse sfiorato la morte più volte e a otto anni l'avesse vista abbattersi per mano delle milizie filonaziste ucraine sulla madre e i nonni a pochi passi da lui. Forse dal silenzio che per 36 mesi, una volta fuggito dal lager in Transnistria in cui era stato rinchiuso, aveva mantenuto mentre era solo, nascosto nei boschi ucraini, o in mezzo alla banda di briganti che l'aveva trovato e adottato come servo (con quegli istanti abbacinanti a tratti riportati in Storia di una vita). Oppure dietro la porta della prostituta che poco dopo l'aveva nascosto, o ancora mentre faceva lo sguattero all'esercito sovietico. A nessuno aveva rivelato di essere ebreo. Tacque finché non raggiunse altri ebrei come lui nei campi profughi, e poi Israele.

Da qui nacque il forte compito che si dette: "Reagire con una serie di storie perturbanti alla scomparsa dall'Europa di quasi tutti gli ebrei del continente", come scrisse Philip Roth. Una spinta che ha portato Appelfeld a scrivere oltre quaranta libri, tra romanzi, storie e saggi, uno più bello dell'altro. Un miracoloso frutto letterario, quasi tutto pubblicato in Italia da Guanda (i primissimi titoli si devono alla Giuntina), nato dal disastro, dalla perdita, dallo spaesamento conseguente.

Cresciuto col bisogno di ritrovarsi e costruito attraverso l'approdo all'ebraico una volta arrivato, a fine '46, su una nave dell'agenzia ebraica ad Haifa, una vicenda raccontata in modo bruciante ne Il ragazzo che voleva dormire, mai con piglio autobiografico però - non era questa la sua cifra - ma per macchie di memoria e fiction, e sogni, amnesie, risvegli. Perché sarà solo con la conquista di questa lingua non più diasporica, idioma moderno del nuovo paese, ma anche e soprattutto lettere bibliche dalle innumerevoli valenze, antiche come il popolo, recitate per secoli, che Appelfeld troverà l'unguento alle sue ferite. Tutto in lui era vagamente trattenuto, anche il modo di scrivere dell'orrore era così, narrava il prima, narrava il dopo, lo sparo udito mentre uccidevano sua madre, ma non il corpo, non il sangue.

Era nato nel 1932 a Czernowitz, nella Bucovina del Nord (allora in Romania, oggi in Ucraina) in una famiglia profondamente assimilata: come i villeggianti del suo Badenheim 1939, che si sentono talmente diversi dai "veri" ebrei dell'Est Europa a cui, secondo loro, sono indirizzate le misure razziali restrittive, da essere ciechi e non riconoscere il pericolo che arriva mentre man mano li chiudono nella residenza estiva e li preparano a salire sui treni blindati. Non pensate a una ricostruzione storica comunque. Quel romanzo porta con sé il grottesco della verità, senza bisogno d'altro, perché "l'esperienza ebraica nella Seconda guerra mondiale non è stata "storica". Noi ci siamo ritrovati di fronte a forze mitiche e arcaiche, a una sorta di subconscio di cui non comprendevano, e ancora non comprendiamo il significato".

Per questo e per altri libri di Appelfeld - ricordiamo fra i tanti Fiori nelle tenebre, Una bambina da un altro mondo, Oltre la disperazione - molti hanno pensato a Kafka perché parlava la lingua dell'assurdo e per uno che veniva dai lager e dalle foreste, da un mondo che incorporava l'irrazionale, leggere Kafka non aveva bisogno di alcuna spiegazione. Forse c'è un po' di Kafka anche in quello splendore di romanzo che è Notte dopo notte: un teatro quasi impressionista che si svolge in Israele tra un gruppo di sopravvissuti sopraffatti dagli incubi della Shoah, decisi a mantenere l'yiddish come lingua, e la società tutt'intorno che congiura inesorabilmente contro di loro. Ma tutto sempre trasposto nel paradosso, per eccesso, eppure così vero, così doloroso come fu per gli immigrati abbandonare il loro passato, e così carico di speranza come non poteva non essere la resurrezione di quegli anni.

Che periodo fu quello in cui Appelfeld sbarcò nel futuro Israele. Fu prima un agricoltore, poi un soldato. Lui desiderava maledettamente essere uguale agli altri, improvvisamente alto, forte, abbronzato, dimentico della Shoah. Lui è sempre stato fiero d'Israele. Ma non voleva scordare: e l'ebraico, come dicevamo prima, gli illuminò la strada, "quella lingua mi prese alle spalle e mi condusse, contro la mia volontà, alle più segrete risorse del giudaismo da cui non mi sono più allontanato".

No, religioso Appelfeld non è mai diventato, ma i ricordi non tacevano, e il bisogno di essere fedele a se stesso aveva fatto di lui una persona contemplativa che la sua scrittura e l'ebraico multivalente tesseva e ritesseva. In modo sempre cangiante, come è avvenuto ultimamente: col bel libro dell'anno scorso su un giovane nella resistenza ebraica, Il partigiano Edmond, e ora, il prossimo 27 gennaio, con Giorni luminosi (sempre per Guanda): ancora una volta, dopo la guerra, un ragazzo ebreo - lui, bambino, per sempre - compie un difficile viaggio di ritorno nella sua cittadina ucraina. Ci mancherà, è stato un gigante.