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Grafton Architects, la Biennale di Venezia in salsa irlandese

Yvonne Farrell e Shelley Mcnamara sono il duo irlandese che cura la rassegna veneziana 2018. Le abbiamo incontrate a Dublino
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Il citofono dello studio Grafton Architects a Dublino è un piccolo capolavoro. Ti aspetti una bella targa imponente, magari d'ottone, invece Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno semplicemente attaccato un'etichetta con il loro "marchio" sul portone di un palazzo antico e délabré, tra un groviglio di altri adesivi e nomi cancellati. Una volta dentro, ci inerpichiamo su una scala ripida e black  & white ed entriamo in un ufficio che è un labirinto fatto di stanze aggiunte come soprappensiero, un caos stratificato con allegra nonchalance. Uno studio che è esattamente come le due curatrici della prossima Biennale Architettura di Venezia (che apre il 26 maggio): due outsider, quanto di più lontano dal mondo scintillante delle archistar di oggi. Scelte, in qualche modo a sorpresa, per raccontare al mondo l'architettura contemporanea. 

Perché sì: Yvonne e Shelley non hanno firm…
Il citofono dello studio Grafton Architects a Dublino è un piccolo capolavoro. Ti aspetti una bella targa imponente, magari d'ottone, invece Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno semplicemente attaccato un'etichetta con il loro "marchio" sul portone di un palazzo antico e délabré, tra un groviglio di altri adesivi e nomi cancellati. Una volta dentro, ci inerpichiamo su una scala ripida e black  & white ed entriamo in un ufficio che è un labirinto fatto di stanze aggiunte come soprappensiero, un caos stratificato con allegra nonchalance. Uno studio che è esattamente come le due curatrici della prossima Biennale Architettura di Venezia (che apre il 26 maggio): due outsider, quanto di più lontano dal mondo scintillante delle archistar di oggi. Scelte, in qualche modo a sorpresa, per raccontare al mondo l'architettura contemporanea. 

Perché sì: Yvonne e Shelley non hanno firmato spettacolari musei metropolitani o grappoli di grattacieli vertiginosi. Ma  qualcosa le rende speciali: una bizzarra morbidezza nelle linee e nelle forme che creano, quasi come uno di quei maglioni delle isole Aran tricottati sapientemente a mano di cui l'Irlanda va fiera. E tra i vari edifici che hanno progettato nel mondo, uno dei più premiati - piccola coincidenza, o forse no - è proprio in Italia: l'ampliamento dell'Università Bocconi di Milano, che valse loro il Building of The Year Award nel 2008.

Appena ce le ritroviamo davanti, impossibile non farsi conquistare dal loro sodalizio. Una sintonia tale che le due architette spesso si "prestano" la parola o finiscono l'una la frase dell'altra. Anche loro, come il loro studio, sono "a strati": maglie e maglioni morbidi, niente tacchi né power dressing, dettagli che rimandano ad altri mondi, a una femminilità senza trucchi. Come gli anelli d'argento di Shelley: "Kilkenny Design", dice con orgoglio irlandese. Il vero accessorio è il sorriso. Il modo in cui ci accolgono e il modo in cui si ascoltano tra loro, con curiosità anche dopo 40 anni di lavoro comune. 

Partiamo dal nome: Grafton Architects, perché? "È in quella via che nel lontanissimo 1977 abbiamo aperto il nostro primo ufficio", ricorda Yvonne. "Un indirizzo che abbiamo ancora e dove ci occupiamo soprattutto dei progetti della prossima Biennale". Biennale di cui, a parte il titolo, Freespace, e la dichiarazione d'intenti ("Un inno alla libertà"), si sa ancora poco, in attesa della conferenza stampa di presentazione di inizio marzo. "La nomina è stata una sorpresa anche per noi, con una telefonata arrivata un anno fa", dice ridendo Shelley. "Ma lavorare con Paolo Baratta è un piacere: il presidente della Biennale è un uomo che ha grandi visioni. E poi c'è il grande valore aggiunto, Venezia". 

A Venezia le due irlandesi hanno goduto di un piccolo privilegio: "Prima di iniziare a ragionare, abbiamo chiesto di esplorare i Giardini, l'Arsenale e le Corderie vuoti, appena smantellata l'ultima Biennale Arte. Ed è stata un'esperienza incredibile". Del resto la città della Laguna, sostengono le Grafton, è un'esperienza incredibile in sé: "Anche se ci vai per lavorare e magari lavori a ritmi serrati, ti carica di energia. Perché "Venezia ti ubriaca di luce acquamarina"". La definizione è di Antonia Byatt, grande scrittrice inglese, in un piccolo libro che Yvonne e Shelley stanno leggendo (Pavone e rampicante, in Italia pubblicato da Einaudi). "Un racconto che inizia a Venezia e incrocia le vite di Mariano Fortuny e William Morris. Noi adoriamo la Byatt". Non è un caso che lo usino come vademecum per approcciarsi alla città: è un libro che parla di tessuti, di artigiani-artisti, di sperimentazioni.

Con i pennelli, l'ago, il filo, le parole. E poi c'è "una luce impalpabile, che gioca con le superfici mobili e scure dei canali, che luccica sulla pietra e sul marmo fondendoli insieme con molteplici sfumature, sempre acquamarina". Venezia, dicono, con i suoi canali e le sue calli è Freespace al massimo grado. L'obiettivo della loro Biennale è questo: un'architettura come "spazio di opportunità, sociale e democratico, dove tra le persone e gli edifici avviene uno scambio anche non intenzionale e non progettato". È il tentativo di celebrare la capacità dell'architettura di trovare "una nuova generosità in ogni progetto, anche nelle condizioni più private, difensive, esclusive o commercialmente limitate. L'architettura sa enfatizzare i doni della natura come la luce - del sole, quella lunare, l'aria, la forza di gravità, i materiali - le risorse naturali e artificiali". Ma quando proviamo a chiedere anticipazioni cambiano abilmente discorso: "È tutto in progress. Ne parliamo il 2 marzo (vedi box a destra)!". 

Le portiamo allora a parlare della loro Dublino, certamente più cupa e grigia di Venezia, dove Shelley e Yvonne si sono conosciute durante gli anni dell'università. "Era il 1969 ed eravamo appena entrate al College of Dublin: era il primo anno in cui fu dato il permesso di portare i jeans!", ricordano divertite. Non era facile, allora, essere donna in Irlanda: niente anticoncezionali fino al 1980, impossibile divorziare fino al 1996, vietata l'interruzione di gravidanza (tuttora: forse un referendum quest'anno cambierà le cose). "Però per noi fu un periodo molto interessante. E, sinceramente, almeno nella nostra professione non abbiamo mai avuto problemi come donne. Non abbiamo incontrato pregiudizi, né ostacoli.

Nemmeno nella vita privata: i nostri compagni sono sempre stati molto solidali, i nostri primi supporter". Le Grafton, piuttosto, ricordano altri momenti cupi del paese. "Qui in Irlanda abbiamo attraversato tre pesanti crisi economiche e abbiamo capito che l'unica possibilità di sopravvivenza era gestire lo studio "a fisarmonica": quando c'è più lavoro ti espandi, quando non c'è ti riduci. Vale per le spese e per il personale, purtroppo. Durante la recessione del 2008 siamo rimasti in otto. Oggi siamo 37". Con molti italiani che chiedono di fare uno stage qui, soprattutto quelli che seguono le loro lezioni a Mendrisio, in Svizzera (insegnano all'Accademia di architettura fondata da Mario Botta). 

Vivete e lavorate a Dublino, chiediamo, ma non siete nate qui. "Veniamo da due paesaggi diversi dell'infanzia e della memoria", spiega  Shelley. "Io amo le rocce, forse perché sono di County Clare; amo il mio burren, o boirrean in gaelico: un gigantesco tavolato calcareo unico al mondo". Per Yvonne, invece, i freespace sono i campi solitari di bogs, le torbiere della sua County Offaly. E la vostra Dublino invece dov'è? "Nella Marsh's Library, piccolo gioiello accanto alla cattedrale di St Patrick; una biblioteca antica tutta in legno aperta al pubblico nel 1707. Con piccole "gabbie" in cui venivano rinchiusi i sospetti ladri dei preziosi manoscritti". 

Tra le grandi donne-architetto della storia chi gli è stata d'ispirazione? "Lina Bo Bardi", rispondono all'unisono. "Specialmente quando stavamo lavorando sul concorso per la Bocconi. Il suo Museu de Arte de São Paolo è straordinario, fu un'emozione vederlo dal vivo". Nata a Roma ma trasferita in Brasile nel dopoguerra insieme al marito architetto, Lina segnò il modernismo. "Vogliamo ricordare anche un'altra donna, un'irlandese: Eileen Gray. Ricca e chic, trasgressiva, bisessuale, si trasferì in Francia negli anni Venti. Disegnò una casa straordinaria dal nome criptico di E-1027 (omaggio alla sua storia d'amore: i numeri rimandano alle iniziali sue e dell'allora compagno, ndr). È in Costa Azzurra, sul mare, accanto al cabanon di Le Corbusier. I suoi paraventi di lacca, il modo in cui ha studiato l'effetto della luce del sole e della luna negli interni, ci hanno ispirato per le facciate dei nostri edifici". 

Cosa consigliano a una ragazza che voglia tentare la strada dell'architettura? "Di farsi avanti. Essere assertive è ancora un problema per molte donne ma non bisogna aver paura di difendere le proprie idee". Chiediamo a Shelley di scegliere un aggettivo per Yvonne ("Integrità") e viceversa ("Oh, lei è fantastica. Ammiro il suo intuito per la complessità"). Socie da 40 anni: qual è il segreto? "Lo stesso che può tenere  insieme una lunga amicizia al femminile: la fiducia nell'altra". E la capacità di tradurre i sogni in realtà, aggiungono. La loro realtà è fatta di mattoni e cemento. "È essenziale saper trovare insieme il linguaggio di un progetto. Ogni architettura è una storia, ma bisogna cercare le parole per raccontarla. C'è una frase che ci piace molto, di Samuel Beckett, che è all'entrata del Trinity College, qui vicino: "To find a form that accomodates the mess is the task of the artist today". Trovare una forma che accolga il caos è il compito dell'artista oggi". 

Prima di lasciarci, chiediamo se ci consigliano una tearoom in città. "Tè? Be', siamo irlandesi: se volete possiamo consigliarvi un pub. Ce n'è uno qui accanto, un locale storico: The Stag's Head. Ci andiamo spesso, anche se ormai non come una volta". Ridono insieme. Leggerezza e complicità. È questo il loro linguaggio free: libertà di architettare anche la vita.