I dieci giorni di passione di Macerata con la sequenza che l'ha trasformata in epicentro di una tempesta politica che ha spaccato la sinistra ed eccitato e offerto ribalta alla pancia suprematista e xenofoba della destra - 30 gennaio, l'omicidio di Pamela Mastropietro; 3 febbraio, la tentata strage "per rappresaglia" del nazi-leghista Luca Traini; 8 febbraio, le cariche della Polizia contro la manifestazione non autorizzata di Forza Nuova in città; 10 febbraio la manifestazione antifascista, in coda a un'altalena di indecisioni nel chiedere o meno la piazza - fulminano il questore Vincenzo Vuono, dopo neppure tre mesi dal suo arrivo. Il Capo della Polizia, Franco Gabrielli, lo rimuove dopo averlo di fatto commissariato già da venerdì scorso, quando il direttore centrale per la prevenzione e l'ordine pubblico del Dipartimento di Pubblica Sicurezza era arrivato da Roma per partecipare al comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza …
I dieci giorni di passione di Macerata con la sequenza che l'ha trasformata in epicentro di una tempesta politica che ha spaccato la sinistra ed eccitato e offerto ribalta alla pancia suprematista e xenofoba della destra - 30 gennaio, l'omicidio di Pamela Mastropietro; 3 febbraio, la tentata strage "per rappresaglia" del nazi-leghista Luca Traini; 8 febbraio, le cariche della Polizia contro la manifestazione non autorizzata di Forza Nuova in città; 10 febbraio la manifestazione antifascista, in coda a un'altalena di indecisioni nel chiedere o meno la piazza - fulminano il questore Vincenzo Vuono, dopo neppure tre mesi dal suo arrivo. Il Capo della Polizia, Franco Gabrielli, lo rimuove dopo averlo di fatto commissariato già da venerdì scorso, quando il direttore centrale per la prevenzione e l'ordine pubblico del Dipartimento di Pubblica Sicurezza era arrivato da Roma per partecipare al comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica e prendere il controllo della piazza dove, ventiquattro ore dopo, avrebbero sfilato i ventimila del corteo antifascista.
Ed è una rimozione che, volutamente, non conosce l'ipocrisia felpata con cui, tradizionalmente, Viminale e Dipartimento accompagnano alla porta dirigenti di polizia ritenuti non all'altezza. Perché il proforma che, ieri, accompagna di buon mattino la notizia della sostituzione di Vuono (al suo posto arriva Antonio Pignataro, fino ad oggi direttore della II sezione della Direzione centrale dei servizi antidroga), accreditando "un normale avvicendamento", non regge neppure lo spazio di un'ora. Il tempo necessario a due diverse e qualificate fonti di Viminale e Dipartimento interpellate da Repubblica per spiegare che Vuono paga "l'evidente inadeguatezza professionale dimostrata nel gestire l'organizzazione della questura di Macerata" in una temperie che avrebbe avuto bisogno di mani più salde e, soprattutto, più consapevoli.
Quindi, di maggiore intelligenza e sensibilità politica. Nella ricostruzione proposta dalle stesse fonti di Dipartimento e Viminale delle due settimane che ora gli costano il posto, Vuono (un lungo passato professionale tra ministero e commissariati a Roma, Tivoli e Ostia, un passaggio all'Ispettorato Vaticano, e una non brillante e altrettanto breve esperienza da questore di Isernia, dove era rimasto un solo anno) appare infatti nella tempesta di Macerata come un naufrago incapace di mettere a fuoco il senso di quanto sta accadendo e, soprattutto, di ciò che potrebbe accadere. E, questo, dall'esatto momento in cui la fine orribile di Pamela Mastropietro diventa un caso di cronaca che tracima, in ogni suo possibile dettaglio, nei social network e nei notiziari.
Disorientato e soprattutto sorpreso dalla realtà spalancata dalle indagini sull'omicidio di Pamela, che conducono i carabinieri e da cui la Polizia è di fatto tagliata fuori, Vuono sembra infatti scoprire all'improvviso quali dimensioni abbia a Macerata la piaga dello spaccio che utilizza i migranti come "cavalli" e dunque corre ai ripari con alcuni fermi di piccoli spacciatori a favore del bivacco di telecamere e cronisti che stazionano di fronte alla Questura (e questo mentre, a sua insaputa, uno degli assassini di Pamela viene fermato dai carabinieri). Ciò che è peggio, il pomeriggio del 3 febbraio, giorno della tentata strage di Traini (anche lui individuato e fermato dai carabinieri), quando in città arriva il ministro dell'Interno Marco Minniti per prendere parte al Comitato provinciale straordinario sull'ordine e la sicurezza, offre ripetutamente la sensazione - così ne riferisce una fonte presente al vertice - di "non essere mai sulla palla".
Come se, dopo tre mesi, non avesse ancora compreso nulla della città di cui era stato chiamato a garantire la sicurezza. Al punto da sottovalutare non solo la tensione legata alla percezione che della comunità africana aveva la città di fronte allo spettacolo dello spaccio in strada, ma anche da aver ritenuto superfluo adottare iniziative di prevenzione adeguate dopo l'omicidio di Pamela, le cui ricadute potenziali non erano difficili da immaginare. È soltanto infatti dopo che Traini ha scaricato il suo odio sui migranti che Viminale e Dipartimento scoprono come, tra il 30 gennaio e il 3 febbraio, la Questura non abbia ritenuto, attraverso la Digos, di dover disporre controlli straordinari sugli ambienti neofascisti e neonazisti della città, né tantomeno di monitorarne gli umori.
Così come è con "sconcerto" che, la sera di giovedì 8 febbraio, Viminale e Dipartimento osservano come una gestione improvvida della piazza, che gli era stata vietata, consenta a 40 militanti di Forza Nuova e al loro segretario Roberto Fiore di prendersela a forza (6 feriti e un arresto), offrendo al Paese la sconcertante immagine capovolta di una città dove a manifestare (e per giunta con violenza) erano alla fine i carnefici e non le vittime. L'epilogo, a quel punto, era scritto.
Ed è una rimozione che, volutamente, non conosce l'ipocrisia felpata con cui, tradizionalmente, Viminale e Dipartimento accompagnano alla porta dirigenti di polizia ritenuti non all'altezza. Perché il proforma che, ieri, accompagna di buon mattino la notizia della sostituzione di Vuono (al suo posto arriva Antonio Pignataro, fino ad oggi direttore della II sezione della Direzione centrale dei servizi antidroga), accreditando "un normale avvicendamento", non regge neppure lo spazio di un'ora. Il tempo necessario a due diverse e qualificate fonti di Viminale e Dipartimento interpellate da Repubblica per spiegare che Vuono paga "l'evidente inadeguatezza professionale dimostrata nel gestire l'organizzazione della questura di Macerata" in una temperie che avrebbe avuto bisogno di mani più salde e, soprattutto, più consapevoli.
Quindi, di maggiore intelligenza e sensibilità politica. Nella ricostruzione proposta dalle stesse fonti di Dipartimento e Viminale delle due settimane che ora gli costano il posto, Vuono (un lungo passato professionale tra ministero e commissariati a Roma, Tivoli e Ostia, un passaggio all'Ispettorato Vaticano, e una non brillante e altrettanto breve esperienza da questore di Isernia, dove era rimasto un solo anno) appare infatti nella tempesta di Macerata come un naufrago incapace di mettere a fuoco il senso di quanto sta accadendo e, soprattutto, di ciò che potrebbe accadere. E, questo, dall'esatto momento in cui la fine orribile di Pamela Mastropietro diventa un caso di cronaca che tracima, in ogni suo possibile dettaglio, nei social network e nei notiziari.
Disorientato e soprattutto sorpreso dalla realtà spalancata dalle indagini sull'omicidio di Pamela, che conducono i carabinieri e da cui la Polizia è di fatto tagliata fuori, Vuono sembra infatti scoprire all'improvviso quali dimensioni abbia a Macerata la piaga dello spaccio che utilizza i migranti come "cavalli" e dunque corre ai ripari con alcuni fermi di piccoli spacciatori a favore del bivacco di telecamere e cronisti che stazionano di fronte alla Questura (e questo mentre, a sua insaputa, uno degli assassini di Pamela viene fermato dai carabinieri). Ciò che è peggio, il pomeriggio del 3 febbraio, giorno della tentata strage di Traini (anche lui individuato e fermato dai carabinieri), quando in città arriva il ministro dell'Interno Marco Minniti per prendere parte al Comitato provinciale straordinario sull'ordine e la sicurezza, offre ripetutamente la sensazione - così ne riferisce una fonte presente al vertice - di "non essere mai sulla palla".
Come se, dopo tre mesi, non avesse ancora compreso nulla della città di cui era stato chiamato a garantire la sicurezza. Al punto da sottovalutare non solo la tensione legata alla percezione che della comunità africana aveva la città di fronte allo spettacolo dello spaccio in strada, ma anche da aver ritenuto superfluo adottare iniziative di prevenzione adeguate dopo l'omicidio di Pamela, le cui ricadute potenziali non erano difficili da immaginare. È soltanto infatti dopo che Traini ha scaricato il suo odio sui migranti che Viminale e Dipartimento scoprono come, tra il 30 gennaio e il 3 febbraio, la Questura non abbia ritenuto, attraverso la Digos, di dover disporre controlli straordinari sugli ambienti neofascisti e neonazisti della città, né tantomeno di monitorarne gli umori.
Così come è con "sconcerto" che, la sera di giovedì 8 febbraio, Viminale e Dipartimento osservano come una gestione improvvida della piazza, che gli era stata vietata, consenta a 40 militanti di Forza Nuova e al loro segretario Roberto Fiore di prendersela a forza (6 feriti e un arresto), offrendo al Paese la sconcertante immagine capovolta di una città dove a manifestare (e per giunta con violenza) erano alla fine i carnefici e non le vittime. L'epilogo, a quel punto, era scritto.