E' il paradiso di ricercatori e scienziati, la foresta di Udzungwa in Tanzania. Specie animali da catalogare e una vegetazione lussurreggiante, per un luogo che potrebbe ospitare un nuovi tipo di turismo, culturale e sostenibile
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Ruben parla swahili, ma non si fatica a capire quel che dice. Siamo nella foresta di Udzungwa al centro della Tanzania e lui si contorce come un Laocoonte. Ricorda il giorno in cui suo padre incontrò un pitone, lo volle portare per scherzo al botanico inglese cui faceva da guida ma si accorse che il serpente era troppo forte. Andò bene e oggi anche Ruben lavora per la scienza. Dopo un passato da bracconiere: uno dei più scaltri.
"Nessuno conosce queste foreste come lui. Io uso il gps, lui dice che lo confonde. E trova sempre la strada per primo" racconta Francesco Rovero, l'ecologo del Muse di Trento che in quello scrigno della natura che è Udzungwa, insieme a Ruben Mwakisoma, nel 2006 ha scoperto una nuova specie di mammifero: il toporagno elefante gigante. Siamo d'altra parte su alcune fra le montagne più antiche dell'Africa, che poggiano su una base di rocce cristalline di due miliardi e mezzo di anni. Qui i monsoni um…
Ruben parla swahili, ma non si fatica a capire quel che dice. Siamo nella foresta di Udzungwa al centro della Tanzania e lui si contorce come un Laocoonte. Ricorda il giorno in cui suo padre incontrò un pitone, lo volle portare per scherzo al botanico inglese cui faceva da guida ma si accorse che il serpente era troppo forte. Andò bene e oggi anche Ruben lavora per la scienza. Dopo un passato da bracconiere: uno dei più scaltri.
"Nessuno conosce queste foreste come lui. Io uso il gps, lui dice che lo confonde. E trova sempre la strada per primo" racconta Francesco Rovero, l'ecologo del Muse di Trento che in quello scrigno della natura che è Udzungwa, insieme a Ruben Mwakisoma, nel 2006 ha scoperto una nuova specie di mammifero: il toporagno elefante gigante. Siamo d'altra parte su alcune fra le montagne più antiche dell'Africa, che poggiano su una base di rocce cristalline di due miliardi e mezzo di anni. Qui i monsoni umidi dell'oceano Indiano attraversano la savana per poi incontrare una parete che sale ripida a 2mila metri, scatenando scrosci violentissimi d'acqua. Quando, nel corso delle ere geologiche, le foreste pluviali del continente si sono ritirate, Udzungwa è rimasta isolata. Da 30 milioni di anni le specie confinate qui si evolvono autonomamente, creando quelle che i naturalisti chiamano "le Galapagos dell'Africa".
In 15mila chilometri quadri (come il Lazio), di cui 2mila protetti dal Parco nazionale, a Udzungwa vivono 3mila specie di piante di cui 400 endemiche (non esistono altrove), 120 specie di mammiferi di cui 12 endemiche, 76 specie di anfibi di cui 60 endemiche. "E ne vengono scoperte di continuo" aggiunge Rovero. Si stima che un ettaro di foresta contenga quasi 100mila specie di insetti. Cifre da Amazzonia.
Qui gli esploratori sono arrivati solo negli anni '70. "Ancora oggi è tutto nuovo. Non si finisce più di catalogare", scuote la testa Nikolaj Scharff, esperto di ragni del Museo Nazionale di Danimarca, che a Udzungwa sembra un bambino al luna park. Con un inseguimento thriller nella foresta, Rovero ha scoperto il suo toporagno a marzo del 2006: "L'avevamo notato con le fotocamere installate sugli alberi un anno prima" racconta. Per una settimana una spedizione di dieci portatori, tre ricercatori (e Ruben, ovviamente) ne ha seguito le tracce. "Mettevamo le reti invisibili e lui ci rimbalzava contro. Oppure scavava sotto e sfuggiva" prosegue Rovero. "Pioveva di continuo, tutto andava storto. Allora ho chiesto a Ruben: che possiamo fare? E i suoi occhi da ex cacciatore si sono riaccesi".
Il filo di nylon rimediato dai sacchi del campo è servito ad annodare i lacci, tenuti in tiro da rametti piegati. Le canne conficcate nel terreno cercavano di condurre il toporagno entro un passaggio obbligato. "Le trappole le mettevo da solo, perché quell'animale è troppo furbo. Ricorda il passaggio degli uomini per settimane" ride oggi Ruben. E' bastato aspettare due giorni: "Ho visto Ruben lanciarsi giù per il pendio" racconta Rovero. "Aveva il primo esemplare in mano. Nei giorni successivi ne abbiamo catturati altri tre". Il toporagno elefante gigante, un mammifero grande come un coniglio con un naso simile a una proboscide, è diventato ufficialmente una nuova specie nel 2008. Nonostante le dimensioni, è parente dell'elefante (al quale l'accomuna l'intelligenza). Viene considerato un "fossile vivente": con un progenitore di 25 milioni di anni di età è una finestra sulla vita antica della Terra.
Se Louis Agassiz, l'esploratore svizzero, avesse conosciuto i monti Udzungwa non avrebbe mai detto nel 1868 "E' finito il tempo delle grandi scoperte". Questa foresta perennemente avvolta da un cappuccio di nebbia è il regno totale di piante e animali. La notte un coro di uccelli, scimmie, rane e insetti che arriva a chilometri di distanza celebra lo strapotere. Sembra una festa, ma una festa in cui l'uomo non figura fra gli invitati.
A Udzungwa il Muse - Museo della Scienza di Trento, che attualmente ospita la mostra "Genoma umano, quel che ci rende unici" e che in una serra ha ricostruito un frammento di foresta pluviale Tanzana - gestisce dal 2006 un centro per il monitoraggio ecologico, trampolino di lancio per le spedizioni scientifiche. Ma il parco continua ad attirare più i naturalisti che non i turisti, inebriati da leoni, zebre e giraffe delle riserve vicine. Per questo Muse, Provincia di Trento e Museo danese di storia naturale il 6 marzo hanno inaugurato il Visitor Information Centre della foresta (insieme il Muse e il Museo di Copenaghen hanno pubblicato anche uno stupendo libro: "Udzungwa: tales of discovery in an East African rainforest"). Qui i visitatori troveranno informazioni scientifiche, gli abitanti dei villaggi venderanno prodotti artigianali e le guardie riceveranno la loro formazione. Andare con loro è infatti vitale: appena partiti per le cascate di Sanje, la guida ordina al nostro gruppo lo stop. Indica un rametto sottile un metro davanti a noi. Osserviamo senza capire. Poi il "rametto" alza la testa. E' un "twig snake", serpente velenoso, invisibile grazie a un mimetismo perfetto, addestrato dall'evoluzione a restare immobile. E infatti non si sposta. Dobbiamo scavalcarlo col sudore gelido.
Udzungwa, la foresta della vita segreta
Nelle spedizioni scientifiche una decina di portatori accompagna gli scienziati: a volte botanici, primatologi, erpetologi, entomologi si mescolano insieme. Si sta fuori per un paio di settimane e si dorme in tenda. Si raccolgono campioni o si piazzano fotocamere sugli alberi: uno strumento in auge da qualche anno perché raccoglie dati per settimane e non disturba gli animali. Dell'uso di questi apparecchi per ricerca faunistica Rovero è uno degli specialisti mondiali (anche se in genere a ritrovarle è Ruben). "Quando si entra nella foresta" racconta Scharff "sembra che non ci sia niente. Poi buttiamo una manciata di polvere e le ragnatele prendono forma. Accendiamo un piccolo fumogeno al piretro e gli insetti cadono dai rami. Oppure aspettiamo la notte e prendiamo una torcia". Gli occhi dei ragni rilucono come quelli dei gatti.
Accanto all'attività con i turisti del parco c'è il centro di monitoraggio, che è coordinato per il Muse da Rovero e controlla la salute dei mammiferi sulle montagne. L'associazione Mazingira contemporaneamente lavora per smussare il malcontento della popolazione locale nei confronti del parco. "Qui c'è la coltivazione estensiva della canna da zucchero, che poi viene venduta a una multinazionale sudafricana" spiega Silvia Ricci, naturalista del Muse e coordinatrice di Mazingira (che in swahili vuol dire ambiente). "La terra è esausta, le piante crescono a forza di chimica. Gli abitanti dei villaggi tenderebbero a bruciare la foresta per ottenere nuove terre e a disboscare per avere legna per cucinare. Con il parco, ovviamente, questo non è possibile. Da qui l'ostilità". L'associazione cerca di superarla lavorando nelle scuole, insegnando alle donne e ai bambini delle scuole a costruire forni in terracotta, piantare alberi e usare combustibile diverso dalla legna. "Ma nonostante tutti gli sforzi, ogni tanto c'è ancora qualche incendio doloso mirato contro il parco" racconta Ricci.
A valle degli Udzungwa c'è anche il problema della strada e della ferrovia diretta in Zambia. Costruita insieme ai cinesi negli anni '70, quando la cooperazione fra paesi socialisti era un obiettivo sentito, attraversa in alcuni punti le piste degli elefanti. Fra le soluzioni escogitate c'è quella di piazzare arnie lungo i binari (i pachidermi non tollerano le api) o il progetto di un sottopassaggio per gli animali. Tutto per evitare le uccisioni e il bracconaggio. Ruben, che è nato attorno al '70 e appartiene a quella tribù dei Wahehe che nel 1891 sconfisse i tedeschi in battaglia, prima di essere arruolato dal Muse era un cacciatore infallibile. Il padre iniziò a portarlo con sé a sei anni con le spedizioni botaniche di John Lovett e a 18 gli diede il permesso di cacciare da solo. Le antilopi erano la sua specialità. "Un momento che non dimenticherò mai? Mi ero perso nel cercare le prede, avevo dormito in foresta, portavo una bestia pesante sulle spalle ed erano due giorni che non mangiavo. Misi il piede su un tronco. Non mi ero accorto che sotto si era nascosto un cobra. Mi schizzò via tra le gambe. Gridai mamma e rimasi immobile, sotto shock per un'ora. Quella volta, quando tornai, vidi mio padre davvero preoccupato".
Oltre ai serpenti, un terzo dei quali velenosi, in foresta si incontrano leopardi, primati, perfino elefanti, che nonostante la stazza riescono ad arrampicarsi qui su. "Un paio di volte ce li siamo trovati davanti" racconta lo zoologo del Muse. "Lì devi buttare lo zaino e scappare. Ma a debita distanza sono divertenti. Si arrampicano come fossero capre, tracciano i sentieri dove poi noi passiamo e a volte scivolano lungo i pendii con il sedere". Nell'ultima spedizione a Ruben e agli entomologi che accompagnava (si andava a caccia di vermi e farfalle) sono capitati un elefante e un bufalo di fronte alla tenda. In quel caso si sale su un albero e si aspetta che vadano via. Fra gli incontri dell'ex bracconiere c'è poi il leopardo, sfilatogli davanti senza prestargli troppa attenzione, preceduto da una scimmia urlante in fuga. Un altro sospiro di sollievo per Ruben.
Nel parco nazionale dei monti Udzungwa per combattere il bracconaggio i ranger girano armati e non si tirano indietro di fronte agli scontri. "Ma fuori dal parco - racconta Rovero - i dati del nostro monitoraggio sono negativi. "Se mi hanno mai preso?" ridacchia Ruben. "I ranger non tenevano il mio passo. A volte mi accucciavo tra le piante a pochi metri da loro e nemmeno se ne accorgevano". E oggi? "Quando accompagniamo gli scienziati in foresta guardo gli altri portatori. Riconosco subito chi caccia. Si muove silenzioso, conosce i sentieri, sa guardare le tracce. C'era un ragazzo giovane, avrà avuto poco più di vent'anni. Gli dissi di smettere, ma lui si ostinò a negare. Oggi si trova in prigione".