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Reinhold Messner: “La mia impresa 40 anni fa ha distrutto l’Everest”

Parla l’alpinista che nel 1978 conquistò la cima più alta del mondo senza ossigeno: “Ho visto il mondo dall’alto. Eravamo liberi e siamo stati felici. Il grande gioco dell’alpinismo oggi però è finito”
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RIFUGIO MADRICCIO (SOLDA). "Eravamo liberi e siamo stati felici. Il grande gioco dell'alpinismo, che quando è complesso sa abbracciare solo una giovinezza, oggi però è finito. L'era dell'andare su, oltre l'avventura, immersi nella conoscenza e spingendo un passo più avanti anche la scienza, non tornerà. Per chi vuole vivere nelle solitudini delle alte quote originarie, è un rimpianto: ma per il pianeta, sospeso sul baratro del collasso ambientale e delle diversità, è una tragedia".

L'8 maggio 1978 Reinhold Messner è stato il primo uomo ad arrivare senza ossigeno in vetta all'Everest, quota 8848, la montagna più alta della terra. Assieme all'austriaco Peter Habeler, esattamente quaranta anni fa, non ha cambiato solo la storia dell'alpinismo. Ha aperto orizzonti nuovi alla medicina e all'industria dei materiali, al turismo e alla filosofia: all'idea che abbiamo di noi…
RIFUGIO MADRICCIO (SOLDA). "Eravamo liberi e siamo stati felici. Il grande gioco dell'alpinismo, che quando è complesso sa abbracciare solo una giovinezza, oggi però è finito. L'era dell'andare su, oltre l'avventura, immersi nella conoscenza e spingendo un passo più avanti anche la scienza, non tornerà. Per chi vuole vivere nelle solitudini delle alte quote originarie, è un rimpianto: ma per il pianeta, sospeso sul baratro del collasso ambientale e delle diversità, è una tragedia".

L'8 maggio 1978 Reinhold Messner è stato il primo uomo ad arrivare senza ossigeno in vetta all'Everest, quota 8848, la montagna più alta della terra. Assieme all'austriaco Peter Habeler, esattamente quaranta anni fa, non ha cambiato solo la storia dell'alpinismo. Ha aperto orizzonti nuovi alla medicina e all'industria dei materiali, al turismo e alla filosofia: all'idea che abbiamo di noi stessi. L'umanità all'improvviso ha capito che l'impossibile era possibile: l'essere umano può arrivare in ogni punto delle terre emerse dagli oceani respirando da solo, senza bisogno di aiuti tecnici esterni. "È cioè un organismo programmato per vivere su questo pianeta - dice Messner - e se accetta la sfida di non concentrarsi nei luoghi economicamente più comodi, rinunciando alla costanza della bellezza quotidiana, può ancora governare il proprio destino. Un particolare mi ha sempre fatto pensare: siamo arrivati sulla Luna nel 1969, nove anni prima di tentare di raggiungere nel modo più semplice, respirando liberamente, quello che consideriamo il tetto della nostra casa".
Quarant'anni dopo il "re degli Ottomila", primo uomo a salirli tutti quattordici, tra il 1970 e il 1986, è di nuovo sul nevaio sotto Cima Madriccio, quota 3 mila, sopra Solda, tra i suoi ghiacciai sudtirolesi del gruppo Ortles-Cevedale, dove Italia, Austria e Svizzera si danno la mano. Sulla soglia dei 74 anni gira le ultime riprese di "The last step", "L'ultimo passo". Il film, proprio l'8 maggio in anteprima sulla tivù pubblica tedesca e poi anche in Italia, racconta la scena mancante dell'"Everest senza ossigeno", impresa-icona globale della "volontà che supera ogni ostacolo". A interpretare la parte di Reinhold Messner è il figlio Simon, 27 anni, biologo e arrampicatore su roccia. La somiglianza è tale che sembra di incontrare il padre, tornato ragazzo. Anche oggi è la giornata che tutti vorrebbero vivere: all'alba ha smesso di nevicare, il sole sbatte contro le pareti bianche, dalle valle che rifiorisce salgono le ultime nuvole calde delle prime ore di primavera e c'è silenzio.

Perché, 40 anni dopo, vuole mostrare il suo "ultimo passo" sull'Everest?
"Con noi nel 1978 c'era un operatore britannico. Puro fino in fondo, aveva deciso che anche lui ci avrebbe accompagnato senza bombole d'ossigeno. Oltre quota 8 mila però non è arrivato. Ha dato a me una piccola cinepresa. Tirava un vento violento ed ero stanco. Per risparmiare energie, fino a quota 8750 non ho documentato la salita. L'ho fatto solo quando ho visto, con grande sorpresa, che la cima era appena cento metri sopra. Le immagini dell'arrivo in vetta sono storia. Fino ad ora mancava invece il racconto di quell'ultimo passo decisivo, tra gli 8 mila e fino ai cento metri finali. Anche nella vita, l'attimo cruciale è quello estremo prima di raggiungere l'obbiettivo, non ancora certo: il film racconta questo, l'importanza delle vigilie".

Perché il primo "Everest senza ossigeno" segna "un prima e un dopo" per tutti?
"Le conseguenze per l'alpinismo sono note, le spedizioni pesanti in Himalaya sono diventate un fatto solo turistico. Ciò che davvero è importante invece è che gli esseri umani hanno compreso di avere tutta la terra a portata di mano, che si può respirare anche sull'ultimo sasso spinto verso il cielo. Incredibile: pochi metri più su, verso quota 9 mila, la rarefazione dell'aria preclude questa possibilità, l'organismo non riesce ad acclimatarsi. Così, quel giorno, senza immaginarlo, Habeler e io abbiamo trovato un limite collettivo, stabilito il confine fisico e mentale che sta sopra di noi".

Andare oltre la barriera millenaria del respiro ha generato più effetti positivi, o più conseguenze negative?
"Non c'è un solo bilancio. Per lo sport e per la medicina è stata una rivoluzione affascinante. Abbassare costi e difficoltà dell'alpinismo estremo, trasformandolo in un affare di massa, si rivela invece un disastro. La vera vittima dell'equivoco dell'Everest senza ossigeno però è l'umanità. Interessi in malafede da quel giorno assicurano che con i soldi tutto è possibile ovunque e per tutti: così si spazzano via popoli e diversità culturali, l'ecosistema della terra ha già cominciato a eliminare migliaia di forme di vita".

Non crede che simili allarmi generici non spaventino più e risultino dannosi?
"Non sono affatto generici. L'ultima volta che sono andato in Nepal, salendo da Lukla a Namche Bazar, verso il campo base dell'Everest, per la prima volta la gente lungo la strada non congiungeva più i palmi dicendo 'Namasté', che significa 'mi inchino a te'. In mano hanno tutti il cellulare e guardano il mondo trasmesso dai colossi americani del web. Se hai le mani occupate non puoi unirle per salutare, ma l'addio a quel gesto è il congedo anche dalla curiosità, sorgente della spiritualità. Il loro pensiero è diventato uguale al nostro ed è appiattito sul presente dell'istante, subito cancellato da quello successivo, simile a una mente-sito. Questo succede ovunque, dai pascoli della Mongolia alla pampa del Cile, dalla foresta del Congo al ghiaccio in Groenlandia: penso che lo sterminio sistematico delle diversità sociali e culturali sia la tragedia più sottovalutata del nostro tempo".
Con il Dalai Lama nel 1997 
Ancora più del negazionismo che ridimensiona cambiamenti climatici, consumo e contaminazione della natura?
"Alla pari, ma qui dall'opportunità di vivere liberi e in pieno si passa alla possibilità di sopravvivere biologicamente. Siamo oltre 7,5 miliardi e sempre più longevi. Le risorse non bastano per assicurare a tutti pari dignità. Il nostro futuro è già dipendente dai tempi delle scoperte della scienza e della tecnologia. Trovo incredibile l'assenza di una reale e concreta mobilitazione di massa sui temi ecologici, di una globale rivoluzione per l'autoconservazione della specie, che non può più venire assurdamente collegata alla sostenibilità economica, alla crescita. Sono un vecchio alpinista che nella vita ha cercato di arrivare ovunque: oggi dico che la priorità è salvare il pianeta e che il prezzo da pagare è cambiare radicalmente stile di vita. Tante volte, per salvarsi, in montagna bisogna saper tornare indietro. Bene, anche il mondo per salvarsi deve scendere subito dalla sua 'zona della morte', quella oltre quota 8 mila, dove non si resiste a lungo. Resto un sostenitore di tutti i progressi, non mi abbandono alle nostalgie, ma anche la terra e gli essere umani sono arrivati sul loro Everest senza ossigeno: se non tornano indietro, verso il campo base del rispetto, costi quel che costi, non sopravvivono".

C'è un futuro per le persone nelle nuove periferie, in alta quota o sulle isole, nei territori lontani dalle metropoli?
"Solo a parità di condizioni. E' il cuore del problema: pari condizioni anche per chi non decide e vive lontano dai luoghi delle decisioni. Nei villaggi di montagna, in quelli rurali, negli avamposti di mare, le persone non possono restare escluse. Non lo accettano. Hanno il diritto ai servizi pubblici che finanziano, alla socialità, all'istruzione, al lavoro, alla salute, a cambiare in denaro i beni che producono, anche quelli immateriali. Se nel luogo chiamato "lontano" restano solo vecchi e camerieri, presto la terra sarà un deserto senza custodi e questo avanzerà, fino a seppellire gli epicentri urbanizzati delle scelte e del consumo. Anche qui dobbiamo rovesciare il punto di vista, coinvolgendo nelle decisioni chi è restato escluso. Le faccio un esempio che riguarda le Alpi. Il ritorno del lupo in città fa sognare, ma in montagna fa paura. Dal punto di vista scientifico è interessante, ma se minaccia chi vive sui pascoli, costretto ad abbandonare gli alpeggi, aprire un dialogo alla pari diventa una necessità collettiva. Il problema è che chi decide non conosce le conseguenze pratiche delle decisioni, perché il 'lontano' non sa dov'è".

Nella sua vita successo e tragedia convivono, il prezzo che ha scelto di pagare per diventare il più grande alpinista contemporaneo è stato alto. Ha perso un fratello e tanti amici, i suoi piedi sono mutilati: perché adesso, da vecchio, sposa battaglie che prima, nel tempo dell'ambizione personale, non ha combattuto?
"Nel 1999, quattro anni dopo la morte di Alex Langer, sono stato eletto europarlamentare con i Verdi. A Bruxelles ho vissuto con Daniel Cohn-Bendit, amico fraterno. Con vent'anni d'anticipo si vedevano avanzare i tumori che oggi ci consumano: l'intolleranza, la xenofobia, il razzismo, il disprezzo per la natura, l'ossessione per la crescita, il neo-nazionalismo e i localismi che giustificano il ritorno dei fascismi europei. Per lottare ho usato le parole. Ho scritto libri, aperto musei, girato film: mi hanno zittito dicendo che non potendo più restare famoso grazie alle gambe, usavo la lingua. Adesso sono arrivato all'anima, che si esprime attraverso le azioni. Le mie idee sono le mie lotte, che coincidono con il modo e con il luogo in cui vivo. In questo resto ambizioso e non mi vergogno: la terra e la vita mi premono, voglio fare la mia parte e mi metto in gioco al massimo per contribuire a salvare il mondo in cui da giovane sono fuggito per non rimanere in Val di Funes, dove sono nato, stretto tra l'arroganza del sindaco e la rassegnazione del parroco".
Al ritorno dalla spedizione sull’ Everest l’8 maggio 1978 senza le bombole d’ossigeno 
Oggi, quarant'anni dopo, riuscirebbe a immaginare un Everest senza ossigeno?
"Mi rendo conto che è stato l'inizio della fine, le vie ferrate e le comitive dei turisti un giorno arriveranno in cima a tutti gli Ottomila e non mi riferisco solo ai "top summit" delle montagne. Amiamo il denaro, per averne bruciamo i miti e solleviamo il velo alla magia. Errore fatale. Ma guardare in su e partire resta l'unico modo che l'uomo conosce per ridurre il campo dell'ignoto, che lo spaventa, e sentirsi felice. La scienza e la cultura seguono la stessa via: prima immaginano e poi trovano la chiave che apre la porta dei sogni, verso il progresso. Così io, se potessi, partirei ogni giorno da solo per un Everest senza ossigeno: rispetto a ieri, con più attenzione alla dimensione umana di tutto, verso una montagna che deve servire alla gente, non alle nuove divinità, o agli eroi".

È questo "the last step" di Reinhold Messner. In alto non può andare oltre. Adesso, nell'impossibile, per restare libero ci vuole entrare.