Margherita e le altre nella trincea dei centri antiviolenza: “Ora possiamo farcela”
Maria Novella De Luca
,
di MARIA NOVELLA DE LUCA
Dopo otto anni di sevizie ha trovato la forza di denunciare il marito violento: "Ho preso per mano il mio bambino e sono andata alla polizia. Sapevo che non sarei più tornata indietro". In un anno, grazie ai centri antiviolenza, protette 22mila donne
Aggiornato alle 5 minuti di lettura
"Il mio ex marito indossa una divisa e ha una pistola. Se non fossi scappata, quel giorno d'agosto, adesso sarei morta, come Antonietta, come Imma. Era la sua minaccia: ti faccio fuori. Invece mio figlio e io siamo salvi, Leo è tornato a sorridere, io a sperare". Margherita ha 28 anni e soltanto da venti giorni è uscita dalla casa rifugio di un centro antiviolenza. Nella voce si sente una vena di paura. Antonio, marito aguzzino, è ancora libero e il processo in corso. "Ma oggi sono una donna e una madre nuova. Posso difendermi. Non sono da buttare come diceva lui. E finalmente, dopo anni in cui mi chiedevano di sopportare botte e umiliazioni in nome della famiglia, ho i miei genitori dietro le spalle".
Provincia di Caserta, un paese piccolo dove si conoscono tutti, le ragazze sono "femmine" e i maschi "machi". Margherita (il nome è reale, gli altri di fantasia), è una ragazza timida che ha una mamma insegn…
"Il mio ex marito indossa una divisa e ha una pistola. Se non fossi scappata, quel giorno d'agosto, adesso sarei morta, come Antonietta, come Imma. Era la sua minaccia: ti faccio fuori. Invece mio figlio e io siamo salvi, Leo è tornato a sorridere, io a sperare". Margherita ha 28 anni e soltanto da venti giorni è uscita dalla casa rifugio di un centro antiviolenza. Nella voce si sente una vena di paura. Antonio, marito aguzzino, è ancora libero e il processo in corso. "Ma oggi sono una donna e una madre nuova. Posso difendermi. Non sono da buttare come diceva lui. E finalmente, dopo anni in cui mi chiedevano di sopportare botte e umiliazioni in nome della famiglia, ho i miei genitori dietro le spalle".
Provincia di Caserta, un paese piccolo dove si conoscono tutti, le ragazze sono "femmine" e i maschi "machi". Margherita (il nome è reale, gli altri di fantasia), è una ragazza timida che ha una mamma insegnante e un papà che lavora in fabbrica. Ha soltanto 14 anni quando è vittima di un feroce atto di bullismo a sfondo sessuale da parte del "fidanzatino". "Una ferita così profonda che quando a 18 anni ho incontrato Antonio, un uomo più grande di me, un militare, ho creduto di aver trovato l'amore. Era affascinante con la divisa, sembrava un uomo tutto di un pezzo, mi portava al ristorante, mi faceva dei regali, pensavo che sarebbe stato un riscatto a quello che avevo subito".
Invece la gelosia e la violenza di Antonio si manifestano subito. "Al centro antiviolenza ho capito che per molte è stato così, scambiare quel desiderio di possesso per amore e desiderio". Sei donna se appartieni a un maschio. Altrimenti non esisti. "Sono cresciuta in una famiglia intrisa di questa cultura violenta". Il primo schiaffo arriva quando sono ancora fidanzati. "Voleva che gli consegnassi il mio cellulare perché non ricevessi telefonate di altri uomini, nemmeno dei miei compagni di classe". Tre mesi dopo il fidanzamento, Margherita resta incinta. "Leo, che oggi ha otto anni, è il motivo per cui vivo, ma allora non lo volevo, mi davo pugni sulla pancia per abortire, capivo che con un figlio mi sarei consegnata in tutto e per tutto ad Antonio".
Così accade. Margherita smette di andare a scuola e spinta dalle famiglie sposa Antonio, che dice "sì" in divisa e in alta uniforme. "Come lo ammiravano tutti", ricorda Margherita. "L'orrore è iniziato allora. Già durante la gravidanza, nonostante io lo respingessi, mi obbligava ad avere rapporti con lui, mi chiedeva cose assurde. È vero, ero sua moglie, ma quelle erano violenze sessuali". Il resto è una esclation che dura otto anni di sevizie, botte, maltrattamenti. "Bastava che Leo piangesse e lui esplodeva e iniziava a picchiarmi. Mi diceva che ero una cattiva mamma, che non sapevo fare niente, né pulire, né cucinare. Quando provavo a ribellarmi, a cercare un lavoro, Antonio iniziava ossessivamente a seguirmi, faceva in modo che quel lavoro lo perdessi. Perché? Ero una cosa sua. Eppure lui mi tradiva, usciva ogni sera, aveva altre donne. Poi dopo le violenze c'erano i momenti di quiete. Dopo avermi massacrata diventava gentile".
Sembra la cronaca di un sequestro. Margherita cerca aiuto. Ma trova tutte le porte sbarrate. Nessuno le crede. Sua madre forse sì, ma la invita a resistere, "perché famiglia e onore vengono prima di tutto e Leo ha bisogno di un padre". Del resto Antonio è un militare, ha la pistola, fa paura. Anche a Leo che cerca di farsi invisibile per non prendere botte. "Soltanto quando siamo usciti dal centro ho visto finalmente mio figlio ridere". C'è un giorno però in cui Margherita, dopo tante minacce, capisce che lui può ucciderla davvero. "Mi picchiava duro senza colpire in faccia, perché gli altri non si accorgessero dei lividi. Ma quel pomeriggio, visto che volevo uscire, per impedirmelo mi ha puntato un paio di forbici alla gola".
Con la forza di chi si sente braccato Margherita si confida con un'amica. Confusamente cercano aiuto su Internet e scoprono i centri antiviolenza. Approfittando delle ore in cui Antonio è al lavoro Margherita inizia a frequentare il centro. "Ci andavo con il terrore nel cuore. Ma poi lì dentro, con le operatrici e la psicologa, mi sentivo finalmente creduta, a differenza di mia madre non ritenevano inevitabile essere picchiata da un uomo. Mi hanno fatto capire quanto anche Leo fosse in pericolo. Mi hanno fatto sentire che potevo farcela".
Un mese di incontri. Poi, in pieno agosto, mentre Antonio è fuori, Margherita con la valigia già fatta va in commissariato e lo denuncia, Però non torna a casa. Sa che non lo deve fare. Prende Leo per mano e scappa. "Ho passato mesi in quel rifugio dove c'erano tante donne come me. E tanti bambini. Ho fatto un lungo percorso psicologico, ho smesso di sentirmi sbagliata, brutta, cattiva. Grazie alle avvocate ho chiesto la separazione giudiziaria con addebito. Da venti giorni siamo tornati a casa. Sto cercando un lavoro. So che lui ha una nuova compagna. Ogni tanto negli occhi di Leo vedo ancora la paura. La sera mette davanti alla porta due robot giocattolo. Dice che sono i nostri guardiani". Perché Antonio è libero, ma Margherita non ha più paura.
I NUMERI
Le vittime
Sono stati 140 i femminicidi nel 2017, 27 nei primi mesi del 2018: uno ogni sessanta ore
Il trend
Le donne sono il 34% di tutte le vittime di omicidio in Italia: nel 2007, erano il 24%
Gli autori
Nel 51% dei casi il colpevole è il partner o l'ex, nel 22,1% un altro famigliare: il 73,1% dei femminicidi avviene in famiglia
Nella coppia
Il 25% degli uomini che uccidono la compagna aveva già commesso violenze
Le denunce
Sono state 14.427 le denunce per episodi di maltrattamenti in famiglia nel 2016. Il 25% viene archiviato
La trincea dei centri antiviolenza: "In un anno protette 22mila donne"
In Italia 160 strutture: "Sanno che da noi lui non le troverà Ma soprattutto che a loro crediamo"
"L'anno scorso ventiduemila donne si sono salvate grazie ai centri antiviolenza. Salvate, sopravvissute, rinate. Con i loro figli. Dobbiamo dirlo forte. Per aiutare le altre ancora prigioniere della violenza maschile ad agire prima che sia troppo tardi". È un vero e proprio appello quello che lancia Lella Palladino, presidente della rete "Dire", che riunisce 80 dei 160 centri antiviolenza presenti oggi in Italia. Un appello per raccontare, almeno una volta, una storia al contrario, perché dietro la scia di femminicidi che solcano la cronaca, Antonietta, Imma, Lauretta, ci sono per fortuna le storie al contrario di quelle che ce l'hanno fatta. Grazie a due azioni fondamentali: la denuncia, ma soprattutto la possibilità di essere protette dopo la denuncia. E in Italia le uniche strutture dove le donne in fuga con i loro figli possono trovare rifugio, sono i centri antiviolenza. Una rete di luoghi, rigorosamente non istituzionali, sempre a corto di fondi, a volte segreti, basati sul volontariato, dove le donne aiutate da altre donne ritrovano la forza di camminare nella vita, la stima di sé, proprio quella stima che i maschi maltrattanti fanno a pezzi nelle loro vittime.
La prima casa delle donne nasce a Bologna nel 1989, ma in realtà i centri si diffondono in tutta Europa già alla fine degli anni Settanta, uno degli approdi concreti del pensiero femminista. Luoghi "spontanei" che svolgono però un ruolo che nessuna altra istituzione garantisce. È infatti il "metodo" a essere efficace, anzi forse l'unico in grado di salvare le donne. Spiega Lella Palladino, una lunga esperienza nei centri-trincea del Sud: "Quando arrivano da noi, di notte, soltanto con i vestiti che hanno addosso, con i bambini in braccio, il primo beneficio che hanno è quello di sapere che qui, lui, non le troverà. Ma soprattutto che noi a loro crediamo, a differenza di quanto ancora accade, purtroppo, nei commissariati o nelle caserme. E che la loro storia è uguale a quella di molte altre, anzi proprio dal confronto può iniziare il percorso di ricostruzione di sé".
Il principio insomma è quello dell'autoaiuto. Nei centri, che sono polivalenti e hanno all'interno le case segrete, le operatrici sono tutte donne: le avvocate, le ginecologhe, le psicologhe. Dice Palladino: "Le ascoltiamo ripercorrere gli anni di oppressione, quasi tutte si sentono sbagliate all'inizio, credono di essere state vittime di quegli orrori perché hanno qualcosa che non va. Un delicatissimo lavoro psicologico, a cui si affianca il sostegno legale perché chi le perseguita venga punito, per la tutela dei figli, per arrivare alla separazione e al divorzio. Quindi agiamo nella concreta ricerca di un lavoro. Perché l'obiettivo è che le donne escano da qui camminando con le proprie gambe. Ogni volta con immensa fatica ce la facciamo. È quasi un miracolo. Non solo sono sopravvissute ma hanno la vita nelle loro mani. Se siete in pericolo chiamateci. Siamo su Internet, cercateci con il numero 1522. Noi ci siamo sempre".