A scuola dallo sciamano dei ghiacci
Luca d'Andrea , di LUCA D'ANDREAIn “Aua” Knud Rasmussen racconta l’incontro con i tabù e i segreti delle popolazioni eschimesi, delle quali era discendente. Un viaggio compiuto negli anni in cui l’Europa imboccava il tunnel delle leggi razziali
C'è stato un tempo, circa un secolo fa, in cui il mondo iniziò a farsi più piccolo. Gli "hic sunt leones" stavano sparendo e con essi le culture che li abitavano. Il telegrafo, la locomotiva a vapore, la macchina fotografica, la mongolfiera, l'aeroplano divoravano distanze, spianavano foreste, abbattevano montagne. Lungi dal soffocare la curiosità umana nella nebbia della claustrofobia, questa riduzione degli spazi spinse uomini formidabili a dedicare le proprie vite alla ricerca dell'Altro. Uno dei più famosi è senz'altro Knud Rasmussen il cui Aua (Adelphi) è in libreria in questi giorni a cura di Bruno Berni che ne firma anche l'imprescindibile prefazione. Nato a Jakobshavn, in Groenlandia, nel giugno del 1879 da un missionario danese e una donna inuit, Rasmussen è passato alla storia per l'impressionante mole di diari e annotazioni riguardanti le popolazioni artiche della Groenlandia e del Can…
C'è stato un tempo, circa un secolo fa, in cui il mondo iniziò a farsi più piccolo. Gli "hic sunt leones" stavano sparendo e con essi le culture che li abitavano. Il telegrafo, la locomotiva a vapore, la macchina fotografica, la mongolfiera, l'aeroplano divoravano distanze, spianavano foreste, abbattevano montagne. Lungi dal soffocare la curiosità umana nella nebbia della claustrofobia, questa riduzione degli spazi spinse uomini formidabili a dedicare le proprie vite alla ricerca dell'Altro. Uno dei più famosi è senz'altro Knud Rasmussen il cui Aua (Adelphi) è in libreria in questi giorni a cura di Bruno Berni che ne firma anche l'imprescindibile prefazione. Nato a Jakobshavn, in Groenlandia, nel giugno del 1879 da un missionario danese e una donna inuit, Rasmussen è passato alla storia per l'impressionante mole di diari e annotazioni riguardanti le popolazioni artiche della Groenlandia e del Canada incontrati e intervistati durante le sue peregrinazioni fra i ghiacci. Rasmussen capitanò diverse spedizioni, le famose spedizioni Thule, finché l'ultima di esse - la settima per l'esattezza - non lo fece ammalare di una polmonite che lo stroncò ad appena cinquantaquattro anni. Era il 1933 e il mondo perdeva uno dei suoi figli più preziosi.
Knud Rasmussen era un uomo assolutamente controcorrente. Laddove nella sua epoca il concetto di Altro stava per gettare l'umanità nel buco nero delle leggi razziali e dell'Olocausto, Rasmussen imparò a guardare all'Altro come uno specchio in cui ritrovare frammenti del mistero più grande di tutti: l'umanità stessa.
Ed è proprio in Aua che possiamo osservare questa presa di coscienza. Attenzione però, non stiamo parlando di filosofia, metafisica o peggio di "spiritualità". Rasmussen era un uomo concreto e la sua prosa, asciutta e giornalistica, ne è la prova. L'esploratore vuole fotografare la realtà, arrivare all'essenza della cultura inuit per poterla tramandare ai posteri ben sapendo che negli anni Venti quella cultura aveva già le stimmate della modernità. La caccia, ad esempio, non era più praticata solamente con arco e frecce, ma anche con armi da fuoco. Le armi da fuoco, se da una parte permisero un miglioramento delle condizioni di vita nell'immediato (una renna ha ben poche possibilità di salvezza contro il piombo), sul medio e lungo raggio ebbe un effetto devastante: lo spostamento delle rotte migratorie degli animali. Eppure quel momento di passaggio che avrebbe segnato la trasformazione della cultura inuit fu fondamentale per poter permettere a Rasmussen di raccogliere le sue testimonianze. Come otto secoli prima Snorri Sturluson alle prese con le antiche saghe vichinghe, Rasmussen può raccogliere il credo e i segreti di quelle popolazioni perché quelle popolazioni non ci credono più e non ne sono gelose.
Ed ecco l'incontro con Aua, lo sciamano. O meglio, l'ex sciamano. Aua si è infatti convertito al Cristianesimo trovandolo più conveniente (parole sue) rispetto al suo culto di nascita, quello della madre delle creature marine e della madre delle creature terrestri (di cui, nota non senza ironia Rasmussen, fanno parte i salmoni) e ciò gli permette di svelare ogni formula e segreto senza violare alcun tabù.
Tabù che è parola centrale per la cultura inuit e sarà affascinante per il lettore che si accosta a questo agile libro, scoprire l'enorme quantità di regole che strutturavano la vita degli inuit, dalla nascita (se una donna ha partorito un maschio mangia due volte al giorno, se ha partorito una femmina tre) alla morte (quanto tempo bisogna piangere un defunto? Come lo si deve seppellire? Che fare dei suoi averi?). Ogni utensile, abito e momento della giornata sono scanditi da obblighi che se infranti, faranno cadere in disgrazia l'incauto contravventore. Una tale quantità di proibizioni che persino Rasmussen ne rimane sbalordito. E, da bravo uomo moderno, anzi, modernissimo, vuole sapere perché. Perché l'orso non va mangiato insieme alla balena? Perché in estate è proibito conciare le pelli delle foche? Come un bambino non fa che ripetere: perché? Perché? Perché? Ed è nella risposta, esasperata, che l'ex sciamano Aua dà, alla fine, che Rasmussen è costretto a ribaltare il concetto stesso di etnografia.
Perché le persone soffrono di malattie incurabili? Chiede Aua. Perché la caccia non dà sempre frutto? Perché i bambini muoiono di fame? Perché il tricheco può schiacciare un uomo in un battibaleno? Perché le donne soffrono nel parto? Non c'è un perché. Ed ecco che Aua diventa specchio in cui Rasmussen può spogliarsi dell'epoca e della cultura di cui è portatore, tornando ad essere, semplicemente, uomo. Uomo spaventato in balia di una Natura priva di finalità.
E diventa quindi chiaro il motivo per cui non è ad Aua che Rasmussen consegna le ultime, commoventi parole di questo libro. È Orulo, la vecchia moglie di Aua che, con il suo racconto di una vita fra i ghiacci, fra lutti e risate, ammutolisce il narratore zittendo i suoi "perché" per consegnarci, forse, il segreto della vita stessa. Una verità antica, stupefacente e brutalmente concreta.
Come si addice agli uomini e alle donne che vivono sotto zero.
Knud Rasmussen era un uomo assolutamente controcorrente. Laddove nella sua epoca il concetto di Altro stava per gettare l'umanità nel buco nero delle leggi razziali e dell'Olocausto, Rasmussen imparò a guardare all'Altro come uno specchio in cui ritrovare frammenti del mistero più grande di tutti: l'umanità stessa.
Ed è proprio in Aua che possiamo osservare questa presa di coscienza. Attenzione però, non stiamo parlando di filosofia, metafisica o peggio di "spiritualità". Rasmussen era un uomo concreto e la sua prosa, asciutta e giornalistica, ne è la prova. L'esploratore vuole fotografare la realtà, arrivare all'essenza della cultura inuit per poterla tramandare ai posteri ben sapendo che negli anni Venti quella cultura aveva già le stimmate della modernità. La caccia, ad esempio, non era più praticata solamente con arco e frecce, ma anche con armi da fuoco. Le armi da fuoco, se da una parte permisero un miglioramento delle condizioni di vita nell'immediato (una renna ha ben poche possibilità di salvezza contro il piombo), sul medio e lungo raggio ebbe un effetto devastante: lo spostamento delle rotte migratorie degli animali. Eppure quel momento di passaggio che avrebbe segnato la trasformazione della cultura inuit fu fondamentale per poter permettere a Rasmussen di raccogliere le sue testimonianze. Come otto secoli prima Snorri Sturluson alle prese con le antiche saghe vichinghe, Rasmussen può raccogliere il credo e i segreti di quelle popolazioni perché quelle popolazioni non ci credono più e non ne sono gelose.
Ed ecco l'incontro con Aua, lo sciamano. O meglio, l'ex sciamano. Aua si è infatti convertito al Cristianesimo trovandolo più conveniente (parole sue) rispetto al suo culto di nascita, quello della madre delle creature marine e della madre delle creature terrestri (di cui, nota non senza ironia Rasmussen, fanno parte i salmoni) e ciò gli permette di svelare ogni formula e segreto senza violare alcun tabù.
Tabù che è parola centrale per la cultura inuit e sarà affascinante per il lettore che si accosta a questo agile libro, scoprire l'enorme quantità di regole che strutturavano la vita degli inuit, dalla nascita (se una donna ha partorito un maschio mangia due volte al giorno, se ha partorito una femmina tre) alla morte (quanto tempo bisogna piangere un defunto? Come lo si deve seppellire? Che fare dei suoi averi?). Ogni utensile, abito e momento della giornata sono scanditi da obblighi che se infranti, faranno cadere in disgrazia l'incauto contravventore. Una tale quantità di proibizioni che persino Rasmussen ne rimane sbalordito. E, da bravo uomo moderno, anzi, modernissimo, vuole sapere perché. Perché l'orso non va mangiato insieme alla balena? Perché in estate è proibito conciare le pelli delle foche? Come un bambino non fa che ripetere: perché? Perché? Perché? Ed è nella risposta, esasperata, che l'ex sciamano Aua dà, alla fine, che Rasmussen è costretto a ribaltare il concetto stesso di etnografia.
Perché le persone soffrono di malattie incurabili? Chiede Aua. Perché la caccia non dà sempre frutto? Perché i bambini muoiono di fame? Perché il tricheco può schiacciare un uomo in un battibaleno? Perché le donne soffrono nel parto? Non c'è un perché. Ed ecco che Aua diventa specchio in cui Rasmussen può spogliarsi dell'epoca e della cultura di cui è portatore, tornando ad essere, semplicemente, uomo. Uomo spaventato in balia di una Natura priva di finalità.
E diventa quindi chiaro il motivo per cui non è ad Aua che Rasmussen consegna le ultime, commoventi parole di questo libro. È Orulo, la vecchia moglie di Aua che, con il suo racconto di una vita fra i ghiacci, fra lutti e risate, ammutolisce il narratore zittendo i suoi "perché" per consegnarci, forse, il segreto della vita stessa. Una verità antica, stupefacente e brutalmente concreta.
Come si addice agli uomini e alle donne che vivono sotto zero.