Granelli parla dello stato del partito. Prima intervista a un leader Dc sette giorni dopo il rapimento
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24 marzo 1978
ROMA - La Dc in attesa di Moro, la Dc che può anche perdere tragicamente il suo leader, il problema eventuale di una successione personale e politica: temi difficili, angosciosi, ma che pur bisogna affrontare. Ne parliamo con Luigi Granelli, membro della direzione dc, personalità assai vicina a Moro da diversi anni, intelligenza per molti versi congeniale a quella del "prigioniero" delle Brigate rosse. E' la prima intervista di un dirigente democristiano dopo il 16 marzo.
"Il vertice della Dc è unito e decide con metodo collegiale fin dal momento del rapimento di Moro. Si sente la mancanza di Moro, la mancanza della sua guida, ma il metodo collegiale assicura la continuità della linea. Ci si muove con prudenza e attenzione, com'è naturale. Alla base del partito dove l'emozione si esprime in modo più scoperto e visibile, non c'è solo la rabbia, lo sdegno e il dolore, ma anche il …
ROMA - La Dc in attesa di Moro, la Dc che può anche perdere tragicamente il suo leader, il problema eventuale di una successione personale e politica: temi difficili, angosciosi, ma che pur bisogna affrontare. Ne parliamo con Luigi Granelli, membro della direzione dc, personalità assai vicina a Moro da diversi anni, intelligenza per molti versi congeniale a quella del "prigioniero" delle Brigate rosse. E' la prima intervista di un dirigente democristiano dopo il 16 marzo.
"Il vertice della Dc è unito e decide con metodo collegiale fin dal momento del rapimento di Moro. Si sente la mancanza di Moro, la mancanza della sua guida, ma il metodo collegiale assicura la continuità della linea. Ci si muove con prudenza e attenzione, com'è naturale. Alla base del partito dove l'emozione si esprime in modo più scoperto e visibile, non c'è solo la rabbia, lo sdegno e il dolore, ma anche il senso di un riscatto morale, di un'uscita dalla solitudine, una forma anche di orgoglio per aver visto le bandiere dc accanto ad altre bandiere. E' netta la coscienza che abbiamo un dovere di più da compiere".
Da qualche parte è stato già sollevato il tema della successione di Moro.
"Qualche giornale l'ha fatto, con cattivo gusto e nessun senso della realtà. Non è di questo che dobbiamo parlare. A me il rapimento di Moro ha fatto pensare all'assassinio di Kennedy, che era il futuro, la seconda fase di una strategia politica. Noi vogliamo che Moro ritorni. Perché se c'è qualcuno che non può avere successori è proprio lui. La Dc deve adesso continuarne la linea in forma collegiale, mobilitando le energie migliori all'interno e all'esterno del partito. Perché non lanciare un appello ai cattolici della "Lega democratica"? Si sono riavvicinati, ma altra cosa sarebbe averli uniti con noi nella lotta politica. E poi: rivolgersi al partito anche in forme inconsuete, straordinarie. Chiamare al centro gli uomini che si sono messi in luce nella periferia. Insomma, non chiudersi nel bunker ma riprendere e rilanciare il rinnovamento della Dc".
Nell'emozione per la drammatica vicenda di Moro, non le è parso che ci sia stato un eccesso, una ritrattistica acritica di un uomo pur tanto notevole? Non sta nascendo un culto della personalità?
"L'emotività ingigantisce le dimensioni e anche gli aggettivi. Ogni personalità, per quanto eminente, ha sempre i suoi limiti. Ma oggi si tende a trascurarli, ed è comprensibile. Il giorno del rapimento, venendo a Roma per la fiducia, volevo esprimere a Moro la mia amarezza perché non si era colta l'occasione di fare un governo diverso, che desse il segno del nuovo. Quando Moro torna, dovremo riprendere a parlare di politica. Per il resto, su Moro come sugli altri leader saranno gli storici a pronunciare un giudizio distaccato".
Da diversi anni nella Dc esiste un problema di classe dirigente, aldi là dei "cavalli di razza". E adesso?
"L'emergenza può aiutare a far venir fuori energie nuove. Per parecchi anni dopo De Gasperi, Moro non c'era, non era in primo piano. E' emerso dal confronto con le esigenze reali della politica".
"Le monde" ha scritto che il rapimento di Moro rende già caduca la formula di questo governo.
"E' una valutazione che non condivido. Non si può legare un'operazione politica agli interventi di un solo uomo, per quanto autorevole. Potremmo allora dire che la formula sarebbe caduca anche se Moro fosse al Quirinale. E' certo difficile già oggi continuare la sua strategia. Ma l'eredità di Moro non finisce con lui. E' un maestro, i suoi atti politici sono un insegnamento".
Forse il giornale francese alludeva al governo d'emergenza.
"Sarebbe sbagliato chiedere un cambiamento del quadro politico, perché la situazione complessiva si è indebolita. E' vero anche che adesso tutti ci sentiamo più responsabili. C'è una maggioranza, è possibile una continuità almeno fino alle elezioni per il Quirinale".
E dopo? C'è una destra nella Dc che si è solo piegata alla strategia di Moro. Non cercherà una rottura?
"Ci sono questi oppositori, ma essi hanno vissuto un po' di rendita su questo nume tutelare, che poi li tirava fuori dai frangenti difficili. Adesso dovrebbero comportarsi con maggiore cautela".
Non vede pericoli di sbandamenti nella Dc?
"Ci possono essere. Perciò bisogna ridare movimento e, slancio al rinnovamento della Dc. Moro stesso, tornando se ne gioverebbe, pe fare di più e meglio".
Come ha trovato Zaccagnini?
"Moralmente molto forte. Cerca di combattere il dramma interiore con la presenza continua. Più di tutti Zaccagnini avverte l'assenza di Moro, il vuoto che si è aperto".
Pensate che le Brigate Rosse proporranno uno scambio?
"Per ora non sembra. E' probabile che vengano fuori con richieste di altro tipo. Ma oggi questi problemi non si pongono ancora. Oggi bisogna difendere valori generali e una strategia politica".
Lei parla molto della strategia di Moro. Qual è?
"Quella di un grande democratico, che ha il senso dello stato, aperto alla comprensione di tutte le altre forze storiche, ispirato cristianamente, quindi sensibile all'esigenza delle riforme e per questo ogni volta attaccato dai reazionari. Insomma uno statista. La sua è la visione di Sturzo e De Gasperi. Senza questa visione la Dc non sarebbe stata un punto di equilibrio democratico, per tanto tempo. E poi un'altra cosa: Moro non ha vinto le sue battaglie per carisma, ha sempre avuto i consensi sulla lotta, per la forza della sua proposta politica. Ha sempre fatto leva sulla ragione, non sull'emotività".
Eppure questo governo con la sua nuova maggioranza è per il Moro solo una tregua.
"Nel senso che in questa legislatura i grandi partiti possono paralizzarsi l'un l'altro e mandare a fondo la Repubblica. In questo seno la tregua da riempire con nuove elaborazioni per costruire la terza fase. Forse i tempi di Moro sono troppo lunghi rispetto alla drammaticità dei problemi, ma questo è il senso della sua strategia. Saremo capaci noi, con Moro, o, se avvenisse, l'irreparabile senza Moro, di attuare questa strategia?".