Sequestro Moro, il Parlamento risponde no al nuovo ricatto contro lo Stato
Fausto De Luca , di FAUSTO DE LUCA
5 APRILE 1978
ROMA - Avevo in tasca la lettera dei brigatisti, a Montecitorio, qualche minuto prima di Cossiga. Il Transatlantico era deserto, tutti i deputati in aula ad ascoltare il dibattito sulle dichiarazioni di Andreotti. L'intesa con il direttore era precisa: aspettare il via di Cossiga per diffondere il testo. Ho pregato un commesso della Camera di avvertire Zaccagnini e Piccoli che era arrivato un importante messaggio di Moro. Passa il comunista Lucio Libertini, gli chiedo di avvertire Berlinguer perché esca non appena finito il discorso di Natta.
Quando arriva Zanda Loy, segretario di Cossiga, il ministro dell'Interno esce per un attimo, prende il messaggio che gli era stato trasmesso da "Repubblica" e torna in aula per uscirne immediatamente, seguito da Zaccagnini, da De Mita, da Pisanu. Tutti si sono chiusi nello studio del presidente del Consiglio, Cossiga in aula aveva avvertito Andreotti che però non poteva abbandonare l'aula.…
ROMA - Avevo in tasca la lettera dei brigatisti, a Montecitorio, qualche minuto prima di Cossiga. Il Transatlantico era deserto, tutti i deputati in aula ad ascoltare il dibattito sulle dichiarazioni di Andreotti. L'intesa con il direttore era precisa: aspettare il via di Cossiga per diffondere il testo. Ho pregato un commesso della Camera di avvertire Zaccagnini e Piccoli che era arrivato un importante messaggio di Moro. Passa il comunista Lucio Libertini, gli chiedo di avvertire Berlinguer perché esca non appena finito il discorso di Natta.
Quando arriva Zanda Loy, segretario di Cossiga, il ministro dell'Interno esce per un attimo, prende il messaggio che gli era stato trasmesso da "Repubblica" e torna in aula per uscirne immediatamente, seguito da Zaccagnini, da De Mita, da Pisanu. Tutti si sono chiusi nello studio del presidente del Consiglio, Cossiga in aula aveva avvertito Andreotti che però non poteva abbandonare l'aula.…
5 APRILE 1978
ROMA - Avevo in tasca la lettera dei brigatisti, a Montecitorio, qualche minuto prima di Cossiga. Il Transatlantico era deserto, tutti i deputati in aula ad ascoltare il dibattito sulle dichiarazioni di Andreotti. L'intesa con il direttore era precisa: aspettare il via di Cossiga per diffondere il testo. Ho pregato un commesso della Camera di avvertire Zaccagnini e Piccoli che era arrivato un importante messaggio di Moro. Passa il comunista Lucio Libertini, gli chiedo di avvertire Berlinguer perché esca non appena finito il discorso di Natta.
Quando arriva Zanda Loy, segretario di Cossiga, il ministro dell'Interno esce per un attimo, prende il messaggio che gli era stato trasmesso da "Repubblica" e torna in aula per uscirne immediatamente, seguito da Zaccagnini, da De Mita, da Pisanu. Tutti si sono chiusi nello studio del presidente del Consiglio, Cossiga in aula aveva avvertito Andreotti che però non poteva abbandonare l'aula. È stato sufficiente questo movimento perché tutto Montecitorio entrasse in agitazione, deputati e giornalisti.
Fuori dello studio del presidente del Consiglio uno sbarramento di commessi. Quando è uscito De Mita gli ho chiesto le reazioni di Zaccagnini: "Lui parla sempre poco. È ammutolito". Che si fa? "Si può dire una sola cosa, alla prima lettura, ed è questa: la fermezza mette in difficoltà i brigatisti" Esce Cossiga: "Potete diffondere il testo. La nostra prima impressione è che la lettera sia stata completamente estorta a Moro". Che si fa? "Vedremo. Io non posso parlarne". Cinque minuti dopo, finito il discorso di Natta, tutti escono dal Transatlantico. Do la lettera a Berlinguer, che dice "andiamo al gruppo per leggerla".
Vedo La Malfa e gli comunico il contenuto del messaggio dei brigatisti e la proposta di scambio fatta avanzare da Moro. La Malfa mi guarda impietrito. Adolfo Battaglia interviene: "Diciamo nettamente che non è di Moro e andiamo avanti". Che si fa? La Malfa: "Niente. Ci occupiamo di economia. Un diversivo, ecco quel che si fa". Ma che si potrebbe fare? "Si potrebbe, si potrebbe...Ma già tutti strillano perché si fanno le perquisizioni. E allora? Stiamo affondando nella viltà morale e nel disonore".
Vado al gruppo comunista, nel palazzo accanto a Montecitorio, insieme ad Adolfo Battaglia. I repubblicani ritengono che la Dc sia divisa, che non abbia una linea precisa. Nello studio di Pochetti, il segretario del gruppo comunista, ci sono Berlinguer e Pajetta in due poltrone affiancate. Davanti a loro c'è Tonino Tatò, segretario di Berlinguer su una sedia. Berlinguer sta leggendo il testo dei brigatisti, poi legge la lettera di Moro: a voce bassa, pacata, ma nitida. Pajetta ascolta passandosi la mano sulla fronte, su alcuni passaggi del messaggio brigatista fa segno di incredulità. Berlinguer continua a leggere, legge il passo in cui si parla del "valore di scambio" e commenta "figurati". Quando la lettura finisce, Berlinguer dice: "Il messaggio è equivoco". E Pajetta: "Fanno suggerire lo scambio a Moro ma loro non ne parlano". Berlinguer: "Dicono che la conclusione del processo è chiaro. Quasi un preannuncio di condanna". Pajetta: "Loro dicono che continueranno il processo. È chiaro dove vogliono arrivare". Che si fa? "La linea è quella dichiarata dal Parlamento", dice Pajetta. Ma i repubblicani trovano che la posizione dc non è chiara. Pajetta: "A me la posizione di Piccoli è parsa chiarissima".
La conversazione è finita: i capi comunisti stanno per fare una riunione d'emergenza. Uscendo, incontro Aldo Bozzi, liberale, il cui gruppo è sullo stesso piano. "Vogliono che lo Stato si inginocchi e ceda. Vogliono essere l'Olp italiano, riconosciuto, in stato di guerra, per dire alla sinistra che la violenza vince". Che fare? "Sperare soltanto che un'occasione ce lo faccia trovare vivo".
In Transatlantico, in quel momento, il messaggio viene letto da numerosi gruppi di deputati. Flaminio Piccoli, capo dei deputati dc, passa di corsa uscendo dallo studio del presidente del Consiglio e non vuol fare dichiarazioni. Ma la linea democristiana sembra già fissata, quasi spontaneamente, ad ogni livello. Un deputato della destra, Villa, dice che "non è di Moro il messaggio, sembra scritto da un lattante". Virginio Rognoni, vicepresidente della Camera, parla tesissimo: "Cosa c'è di riconducibile a lui? Moro è ormai uno strumento delle Brigate. Penso con raccapriccio a quel che può essere accaduto in quindici giorni di prigionia e di pressioni. È terribile". Emilio Colombo, presidente del Parlamento europeo, descrive in un crocchio le novità, del messaggio "C'è la proposta dello scambio, ma questo non è il pensiero di Moro. Come si può pensare che Moro dica che non voleva fare il presidente della Dc? Cose infantili e non credibili". Che intende fare la Dc? "Mantenere la linea annunciata. E poi, per quel che risulta dai miei contatti, sembra un diverso atteggiamento, non di fermezza, nuocerebbe a Moro".
Insomma, le reazioni sono tali da imporre una conclusione dolorosa e drastica: la lotta alle Brigate può continuare e avere un senso solo partendo dall'ipotesi che Moro sia politicamente morto, e che altre devono essere, non quelle dello Stato, le vie per salvarne la vita.
In un altro gruppo di deputato c'è Luciano Lama, segretario della Cgil. Un giornalista della "Stampa", seguendo la linea delle proposte eccezionali che il suo giornale sta lanciando in questi giorni, gli chiede se non sarebbe opportuno che un milione di lavoratori italiani facessero uno sciopero della fame. "Ma perché" risponde Lama, "che senso avrebbe contro organizzazioni che non danno nessun valore all'uomo, alla vita di un uomo, di cento, mille uomini? Io vorrei che centomila lavoratori si guardassero intorno attentamente. Questo forse cambierebbe le cose".
ROMA - Avevo in tasca la lettera dei brigatisti, a Montecitorio, qualche minuto prima di Cossiga. Il Transatlantico era deserto, tutti i deputati in aula ad ascoltare il dibattito sulle dichiarazioni di Andreotti. L'intesa con il direttore era precisa: aspettare il via di Cossiga per diffondere il testo. Ho pregato un commesso della Camera di avvertire Zaccagnini e Piccoli che era arrivato un importante messaggio di Moro. Passa il comunista Lucio Libertini, gli chiedo di avvertire Berlinguer perché esca non appena finito il discorso di Natta.
Quando arriva Zanda Loy, segretario di Cossiga, il ministro dell'Interno esce per un attimo, prende il messaggio che gli era stato trasmesso da "Repubblica" e torna in aula per uscirne immediatamente, seguito da Zaccagnini, da De Mita, da Pisanu. Tutti si sono chiusi nello studio del presidente del Consiglio, Cossiga in aula aveva avvertito Andreotti che però non poteva abbandonare l'aula. È stato sufficiente questo movimento perché tutto Montecitorio entrasse in agitazione, deputati e giornalisti.
Fuori dello studio del presidente del Consiglio uno sbarramento di commessi. Quando è uscito De Mita gli ho chiesto le reazioni di Zaccagnini: "Lui parla sempre poco. È ammutolito". Che si fa? "Si può dire una sola cosa, alla prima lettura, ed è questa: la fermezza mette in difficoltà i brigatisti" Esce Cossiga: "Potete diffondere il testo. La nostra prima impressione è che la lettera sia stata completamente estorta a Moro". Che si fa? "Vedremo. Io non posso parlarne". Cinque minuti dopo, finito il discorso di Natta, tutti escono dal Transatlantico. Do la lettera a Berlinguer, che dice "andiamo al gruppo per leggerla".
Vedo La Malfa e gli comunico il contenuto del messaggio dei brigatisti e la proposta di scambio fatta avanzare da Moro. La Malfa mi guarda impietrito. Adolfo Battaglia interviene: "Diciamo nettamente che non è di Moro e andiamo avanti". Che si fa? La Malfa: "Niente. Ci occupiamo di economia. Un diversivo, ecco quel che si fa". Ma che si potrebbe fare? "Si potrebbe, si potrebbe...Ma già tutti strillano perché si fanno le perquisizioni. E allora? Stiamo affondando nella viltà morale e nel disonore".
Vado al gruppo comunista, nel palazzo accanto a Montecitorio, insieme ad Adolfo Battaglia. I repubblicani ritengono che la Dc sia divisa, che non abbia una linea precisa. Nello studio di Pochetti, il segretario del gruppo comunista, ci sono Berlinguer e Pajetta in due poltrone affiancate. Davanti a loro c'è Tonino Tatò, segretario di Berlinguer su una sedia. Berlinguer sta leggendo il testo dei brigatisti, poi legge la lettera di Moro: a voce bassa, pacata, ma nitida. Pajetta ascolta passandosi la mano sulla fronte, su alcuni passaggi del messaggio brigatista fa segno di incredulità. Berlinguer continua a leggere, legge il passo in cui si parla del "valore di scambio" e commenta "figurati". Quando la lettura finisce, Berlinguer dice: "Il messaggio è equivoco". E Pajetta: "Fanno suggerire lo scambio a Moro ma loro non ne parlano". Berlinguer: "Dicono che la conclusione del processo è chiaro. Quasi un preannuncio di condanna". Pajetta: "Loro dicono che continueranno il processo. È chiaro dove vogliono arrivare". Che si fa? "La linea è quella dichiarata dal Parlamento", dice Pajetta. Ma i repubblicani trovano che la posizione dc non è chiara. Pajetta: "A me la posizione di Piccoli è parsa chiarissima".
La conversazione è finita: i capi comunisti stanno per fare una riunione d'emergenza. Uscendo, incontro Aldo Bozzi, liberale, il cui gruppo è sullo stesso piano. "Vogliono che lo Stato si inginocchi e ceda. Vogliono essere l'Olp italiano, riconosciuto, in stato di guerra, per dire alla sinistra che la violenza vince". Che fare? "Sperare soltanto che un'occasione ce lo faccia trovare vivo".
In Transatlantico, in quel momento, il messaggio viene letto da numerosi gruppi di deputati. Flaminio Piccoli, capo dei deputati dc, passa di corsa uscendo dallo studio del presidente del Consiglio e non vuol fare dichiarazioni. Ma la linea democristiana sembra già fissata, quasi spontaneamente, ad ogni livello. Un deputato della destra, Villa, dice che "non è di Moro il messaggio, sembra scritto da un lattante". Virginio Rognoni, vicepresidente della Camera, parla tesissimo: "Cosa c'è di riconducibile a lui? Moro è ormai uno strumento delle Brigate. Penso con raccapriccio a quel che può essere accaduto in quindici giorni di prigionia e di pressioni. È terribile". Emilio Colombo, presidente del Parlamento europeo, descrive in un crocchio le novità, del messaggio "C'è la proposta dello scambio, ma questo non è il pensiero di Moro. Come si può pensare che Moro dica che non voleva fare il presidente della Dc? Cose infantili e non credibili". Che intende fare la Dc? "Mantenere la linea annunciata. E poi, per quel che risulta dai miei contatti, sembra un diverso atteggiamento, non di fermezza, nuocerebbe a Moro".
Insomma, le reazioni sono tali da imporre una conclusione dolorosa e drastica: la lotta alle Brigate può continuare e avere un senso solo partendo dall'ipotesi che Moro sia politicamente morto, e che altre devono essere, non quelle dello Stato, le vie per salvarne la vita.
In un altro gruppo di deputato c'è Luciano Lama, segretario della Cgil. Un giornalista della "Stampa", seguendo la linea delle proposte eccezionali che il suo giornale sta lanciando in questi giorni, gli chiede se non sarebbe opportuno che un milione di lavoratori italiani facessero uno sciopero della fame. "Ma perché" risponde Lama, "che senso avrebbe contro organizzazioni che non danno nessun valore all'uomo, alla vita di un uomo, di cento, mille uomini? Io vorrei che centomila lavoratori si guardassero intorno attentamente. Questo forse cambierebbe le cose".