La grande sorella: effetto "figlia maggiore" per donne vincenti
Paola Emilia Cicerone
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di PAOLA EMILIA CICERONE, foto di SOPHIE HARRIS-TAYLOR
È ciò che rende molte autorevoli e vincenti. Allenate, fin da piccole, a coltivare competenza e ad assumersi responsabilità
Aggiornato alle 5 minuti di lettura
Cosa hanno in comune Hillary Clinton e Oprah Winfrey, Christine Lagarde e Beyoncé? Sono tutte sorelle maggiori, e in quanto tali autorevoli e vincenti. Almeno secondo Lisette Schuitemaker, scrittrice e coach olandese che al tema ha dedicato The Eldest Daughter Effect ("L'effetto figlia maggiore"), un saggio scritto con la giornalista Wies Enthoven e pubblicato da Findhorn Press. "Le sorelle maggiori sono responsabili, attente, riflessive", spiega Schuitemaker, che è la più grande di quattro fratelli. "Tendono a organizzare la vita agli altri, lavorano duro e vogliono essere apprezzate". Come Angela Merkel, un'altra delle donne di successo citate nel saggio. "Abbiamo intervistato tutte le sorelle maggiori che siamo riuscite a trovare, consultato libri e letto studi - prosegue la scrittrice - e la risposta è sì, si somigliano tra loro: hanno avuto l'attenzione riservata ai figli unici, e poi si sono …
Cosa hanno in comune Hillary Clinton e Oprah Winfrey, Christine Lagarde e Beyoncé? Sono tutte sorelle maggiori, e in quanto tali autorevoli e vincenti. Almeno secondo Lisette Schuitemaker, scrittrice e coach olandese che al tema ha dedicato The Eldest Daughter Effect ("L'effetto figlia maggiore"), un saggio scritto con la giornalista Wies Enthoven e pubblicato da Findhorn Press. "Le sorelle maggiori sono responsabili, attente, riflessive", spiega Schuitemaker, che è la più grande di quattro fratelli. "Tendono a organizzare la vita agli altri, lavorano duro e vogliono essere apprezzate". Come Angela Merkel, un'altra delle donne di successo citate nel saggio. "Abbiamo intervistato tutte le sorelle maggiori che siamo riuscite a trovare, consultato libri e letto studi - prosegue la scrittrice - e la risposta è sì, si somigliano tra loro: hanno avuto l'attenzione riservata ai figli unici, e poi si sono trovate a fare i conti con qualcuno del tutto diverso da loro".
Beyoncé
Diverse ricerche indicano una correlazione tra ordine di nascita e sviluppo cognitivo: uno studio recentissimo dell'Università di Edimburgo, che ha seguito per un decennio 5mila bambini, indica che i primi nati hanno risultati migliori ai test cognitivi, "un dato che si traduce in maggiori successi scolastici e professionali", spiega la responsabile dello studio, l'economista Ana Nuevo-Chiquero. E nel 2014 i ricercatori dell'Università dell'Essex hanno mostrato che i primi nati, soprattutto se donne, sono molto più ambiziosi dei fratelli minori. "I dati che riguardano un fenomeno così complesso vanno presi con una certa cautela", osserva la psicoterapeuta Francesca Broccoli. Le variabili da considerare sono molte, come l'età della bambina e la differenza di età tra fratelli. "Ma vari studi mostrano che i figli maggiori, sia maschi sia femmine, tendono a prendersi cura dei più piccoli e a svolgere un ruolo di guida e autorità, 'insegnando' come si fanno le cose", spiega Broccoli. "Quanto alle bambine, possono essere influenzate anche da elementi socio-culturali: in genere ci si aspetta che sin da piccolissime siano più competenti dal punto di vista relazionale, e abbiano capacità di cura". Il che può indurle a rendersi utili, "e contribuire, anche se non in modo esclusivo, a strutturare la propria personalità come più incline a cercare e vedersi riconoscere dei meriti".
Un percorso che può diventare faticoso. "Essere la sorella grande ha i suoi vantaggi, ma le responsabilità pesano, ed è facile non sentirsi all'altezza", avverte Schuitemaker. Se una bambina fa la brava sorella maggiore per compiacere i genitori, svilupperà un forte senso di responsabilità, "ma si sentirà anche vincolata a un ruolo che ha poco a che fare con l'infanzia, rischiando di restare intrappolata in un abito stretto", osserva la psicologa. "Senza dimenticare che tutti i fratelli tendono a ricavarsi ruoli diversi, esasperando a volte le differenze". Forse non è un caso che gli uomini che hanno una sorella maggiore - secondo una ricerca giapponese del 2015 - tendano a essere meno competitivi degli altri, "mentre altre ricerche mostrano che le sorelle minori hanno una maggiore facilità a relazionarsi con i coetanei e a esprimersi in gruppo", sottolinea Broccoli. "L'ordine in cui siamo nati è parte di ciò che siamo", ricorda Schuitemaker. "Saperlo può essere utile, per trovare il lavoro giusto (in Olanda nei colloqui stanno cominciando a chiedere l'ordine di nascita) e soprattutto per non continuare a giocare con partner e colleghi i vecchi ruoli che avevamo in famiglia". La scrittrice offre poi un esempio convincente: "Hillary Clinton è la maggiore di tre. E quando pensa a Donald Trump, che è il quarto di cinque fratelli, vede un ragazzino inaffidabile e tende a non prenderlo sul serio. Un errore che le è costato caro".
Christine Lagarde
Le testimonianze
Donata Francescato. "Le sorelle maggiori sarebbero vincenti? È un termine che non amo, il potere può fare male o nascondere molte ombre. Il poeta Metastasio ci ricordava secoli fa che "se a ciascun l'interno affanno si leggesse in fronte scritto" molti famosi e potenti ci ispirerebbero compassione". Psicologa e sorella maggiore di Grazia - storica leader del WWF - Donata Francescato non ama i luoghi comuni. E nella sua famiglia i ruoli delle sorelle erano già scritti nel nome: "Io ero un dono di Dio, perché i miei pensavano di non poter avere figli, lei una Grazia arrivata più avanti", ricorda. Ammettendo di aver vissuto un ruolo impegnativo: "Essere molto desiderati trasmette fiducia e ottimismo, però a me toccavano le sgridate, e la sensazione di non avere mai fatto abbastanza. Di fronte a un successo scolastico, la risposta era sempre: "È il minimo che puoi fare, intelligente come sei"". Un peso che si è stemperato con gli anni: "Io promuovo comunità tra le persone, lei è impegnata per l'ambiente, abbiamo in comune la militanza femminista e insieme abbiamo fondato Effe", ricorda. Ma le differenze ci sono: "Istruendo la sorellina si impara a formare le persone, a farle crescere. Le minori sono più concentrate sulle relazioni". Una differenza che rivive nelle sue nipotine di 4 e 10 anni. "Guardando loro, mi tornano in mente molti episodi della mia infanzia", commenta. "La più grande è brava a scuola ma timida, la seconda abilissima nel tessere amicizie, l'ho vista andare via da una festa abbracciando una bimba appena conosciuta".
Elena Martignoni. "Mia sorella ha 8 anni meno di me. Da piccola mi faceva arrabbiare perché mi distruggeva i libri, poi abbiamo cominciato a scriverli insieme... ". E oggi Elena Martignoni definisce "felice sorellitudine" il sodalizio letterario con Michela, che ha prodotto un ciclo di romanzi storici sui Borgia e diversi gialli dedicati alle indagini del commissario Bertè, firmate Emilio Martini, "perché si sa, due italiane che scrivono polizieschi...". Un sodalizio ventennale senza crisi non è da tutti, specie se ruota intorno a un lavoro per definizione solitario come la scrittura. "Ma io sono stata per anni una figlia unica che chiedeva un fratello o una sorella, e siamo da sempre molto unite, anche se io sono una disordinata e lei, pignola, mi sgrida perché non rispetto la scaletta dei romanzi", spiega Elena. Le litigate non mancano, "ma discutiamo tutto insieme, dalla struttura ai personaggi: ognuna scrive un capitolo, poi ce li scambiamo e rileggiamo tutto ad alta voce". Ora grazie alle e-mail è tutto più facile: "Una volta era un traffico di fogli, ma ci sentiamo spesso e ci vediamo almeno una volta la settimana". E non ha mai avuto voglia di scrivere qualcosa da sola? Lo fa persino il commissario Bertè, che ha inserito un proprio racconto all'interno dell'ultimo romanzo Invito a Capri con delitto (Corbaccio). "Non realmente", sostiene Elena. "Scrivere con un'altra persona vuol dire resistere alla tentazione di innamorarsi delle proprie idee. È un bagno di umiltà che consiglio a tutti".
Manuela Diliberto. "Lo sa che anche Simone de Beauvoir era una sorella maggiore?", esordisce Manuela Diliberto. Per la sorella di Pierfrancesco, in arte Pif, i riferimenti storici sono pane quotidiano. Archeologa e scrittrice, ha sempre fatto i conti con una famiglia impegnativa: tra i suoi antenati c'è lo scultore neoclassico Bertel Thorvaldsen. E ha uno sfondo storico anche il suo romanzo L'oscura allegrezza (La Lepre, 2017). "È una storia d'amore raccontata dai protagonisti in due stili molto diversi, con un diario e un memoriale". Un modo per dire che si può essere diversi e molto vicini? "Avere un fratello piccolo è diverso, rispetto ad avere una sorella. Bisogna fare i conti con l'Edipo e con l'indulgenza delle madri nei confronti dei maschi", spiega Manuela. "Io, però, a poco più di 2 anni, ero stanca di giocare da sola e aspettavo il fratellino con impazienza, ricordo ancora il primo incontro nella nursery". Con un pizzico di delusione, perché col fratellino tanto atteso non si poteva ancora giocare, "ma da quando ha cominciato a camminare - tardi, perché lui si prende il suo tempo - siamo diventati inseparabili, direi fusionali". Anche grazie a una mamma che, temendo gelosie, ha fatto di tutto per stare vicina alla figlia maggiore: "Mi sono sempre sentita protagonista, e ho vissuto il fratellino come un regalo per me", racconta Manuela. "Lo aiutavo a decodificare il mondo: quando in casa succedeva qualcosa che non capiva, lui veniva da me". Il pediatra americano Berry Brazelton, ricorda la scrittrice, ha parlato della "tenerezza dei fratelli maggiori": "Da bambini ci piacevano le stesse cose, anche se io ero più estroversa, Pierfrancesco più scontroso: ora abbiamo preso strade diverse, ma per me quello che dice lui ha comunque un peso speciale".