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Così tolgo la plastica dalla mia tavola

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È entrata nella catena alimentare: e presto i rifiuti supereranno i pesci. Che fare? La risposta non riguarda solo l’industria. E Slow Food è pronta a dare l’esempio
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Mentre scrivo queste righe mi guardo intorno e noto che la cover del mio telefonino è di plastica così come la struttura del mio pc. Che la biro che sto usando è di plastica così come i bottoni della camicia, la copertina dell’agenda e le maniglie dell’armadio. La plastica è entrata, dalla sua nascita negli anni Cinquanta, in tutti gli aspetti della nostra vita. Non c’è ambito dell’agire umano che non adoperi questo materiale. Leggero, duttile, versatile, resistente, durevole. Praticamente adatto a ogni occasione. Ma forse il nostro amore per la plastica si è spinto troppo in là, perché oggi ce la stiamo anche mangiando.

Milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo, si degradano in nano e microplastiche, vengono ingerite dai pesci e così entrano nella catena alimentare. Un problema di proporzioni preoccupanti, le ultime stime ci dicono che, a questo ritmo,…
Mentre scrivo queste righe mi guardo intorno e noto che la cover del mio telefonino è di plastica così come la struttura del mio pc. Che la biro che sto usando è di plastica così come i bottoni della camicia, la copertina dell’agenda e le maniglie dell’armadio. La plastica è entrata, dalla sua nascita negli anni Cinquanta, in tutti gli aspetti della nostra vita. Non c’è ambito dell’agire umano che non adoperi questo materiale. Leggero, duttile, versatile, resistente, durevole. Praticamente adatto a ogni occasione. Ma forse il nostro amore per la plastica si è spinto troppo in là, perché oggi ce la stiamo anche mangiando.

Milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo, si degradano in nano e microplastiche, vengono ingerite dai pesci e così entrano nella catena alimentare. Un problema di proporzioni preoccupanti, le ultime stime ci dicono che, a questo ritmo, nel 2050 avremo nei mari più plastica che pesci (oggi ogni tre tonnellate di pesce ce n’è una di plastica). Perché la plastica non è biodegradabile, e una volta ingerita e metabolizzata produce effetti che ancora non ci sono del tutto chiari ma che certamente influenzano l’attività endocrina e in alcuni casi sono cancerogeni.
City Bird by Louise te Poele 2012, courtesy Torch Gallery 
Come è possibile che ogni anno otto milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscano in mare? In primis bisogna identificare un corto circuito “filosofico”: la plastica, che è un materiale nato per durare a lungo, sempre più è diventato il costituente base di quella infinita lista di prodotti che sta sotto al cappello di “usa e getta”. Cannucce, stoviglie, sporte, imballaggi di ogni genere, contenitori e così via. Abbiamo inventato un materiale potenzialmente indistruttibile e lo impieghiamo per operazioni che lo trasformano in un rifiuto in pochi secondi. Partendo da questa constatazione vale la pena aprire una riflessione sul concetto stesso di rifiuto: per quanto ancora possiamo andare avanti pensando di perpetrare un modello basato sull’assunto che un prodotto possa semplicemente, alla fine di una carriera sempre più breve, essere sotterrato o incenerito? Come può avere senso un approccio del genere se consideriamo i costi energetici, economici, umani e ambientali che sottendono a qualunque produzione, a maggior ragione quando si parla di materie prime non rinnovabili (la plastica è un derivato del petrolio)?

Ecco allora che occorre un profondo cambio di paradigma da parte del mondo produttivo, in particolare da parte delle aziende che si occupano di produzione, distribuzione e packaging di cibo ma anche da parte di tutti noi. Non possiamo più pensare che produrre rifiuti sia normale, bisogna prevenirli e riutilizzarli. E non parlo solo di riciclaggio (pratica pure fondamentale), al contrario ho in mente l’economia circolare, quell’approccio che, partendo dal concetto di riuso, identifica qualunque materia di scarto come potenziale materia prima per un nuovo processo produttivo. È questa la chiave, dobbiamo progettare sistemi produttivi chiusi. Abbiamo tutti gli strumenti per farlo, abbiamo imprese che lo fanno da anni, abbiamo fior di ingegneri, architetti, designer, economisti, manager che hanno già elaborato modelli, che li hanno già messi in pratica con successo.

Se saremo in grado di realizzare questo salto di qualità, allora non sarà più necessario produrre plastica al ritmo attuale (trecento milioni di tonnellate all’anno), perché quella che già circola sarà sufficiente per tutto ciò che ci serve. Non solo, ma la Commissione europea ha stimato nella realizzazione dell’economia circolare un potenziale di crescita di quasi 4 punti di Pil su base continentale. Dunque lavoro, investimenti, nuova ricerca, oltre ai risparmi derivanti dall’evitare problemi ambientali gravi. Perché quel che è certo è che non possiamo e non dobbiamo rinunciare alla plastica, dobbiamo solo usarla in maniera intelligente se vogliamo avere un futuro su questo pianeta. La politica non è ferma, alcuni passi sono stati fatti e ci danno la cifra dell’urgenza. Recentemente in Italia è diventato illegale utilizzare microplastiche nei cosmetici, produrre cotton fioc di plastica e usare buste non biodegradabili nei negozi.

Tuttavia non possiamo demandare la soluzione di un problema di questa portata solo alla legislazione. Noi cittadini abbiamo poi un ruolo decisivo e dobbiamo assumerci la nostra parte di responsabilità. Come Slow Food abbiamo approvato all’unanimità una mozione su questo tema, e vogliamo lanciare una campagna per cambiare atteggiamenti e abitudini. Pensiamo alla vita media di una cannuccia (tra l’altro in molti bar ne mettono due per bicchiere, peggio ancora!). Quanto sarà, dieci secondi, tre minuti? E poi dritto nella spazzatura (e prima o poi anche in mare). O alle stoviglie di plastica, all’imballaggio che racchiude la verdura e la frutta confezionata. Oppure alle monodosi di shampoo negli hotel: una bustina o un tubetto di plastica nato per servire per il tempo di una doccia. E poi via anche questo, magari con ancora metà del contenuto. Su questo come cittadini possiamo e dobbiamo incidere. Ne parlavo l’altro giorno con la proprietaria di un albergo facendole notare che in molti posti, specialmente in nord Europa, il dispenser ricaricabile ha preso piede, con conseguente risparmio di rifiuti. Risposta? Ai clienti il dispenser non piace. È qui che dobbiamo intervenire, dobbiamo divenire clienti che chiedono il dispenser. Siamo ancora in tempo, ma non possiamo non giocare questa partita in prima persona, tutti. Per noi e per i nostri figli.