✕

Sequestro Moro: la Dc di fronte alla scelta più difficile della sua storia

5 minuti di lettura
21 aprile 1978

ROMA - Terrà la Dc? Questo interrogativo ha avuto una prima risposta positiva nell'editoriale pubblicato oggi da "Il Popolo". Ma di più finora non si è saputo. All'una e mezzo di notte lo stato maggiore del partito era ancora riunito a Piazza del Gesù. C'erano tutti, con Zaccagnini e Andreotti: Galloni e Gaspari, Bartolomei e Piccoli, Fanfani, Forlani, Cossiga, De Mita, Donat Cattin ed Emilio Colombo. La riunione era iniziata alle nove di sera. Ma lo stesso clima, di ansia e di silenzio, quasi disperati, c'era già a Piazza del Gesù alle 17, quando il capo ufficio stampa del Pci, Antonio Tatò, è andato a far visita al suo collega democristiano, Umberto Cavina. Uscendo, Tatò ha detto ai giornalisti che lo attorniavano: "La posizione del Pci non cambia, rimane ferma". Fino a quel momento, i cronisti che affollavano il cortile del palazzo avevano potuto annotare sui loro tacc…
21 aprile 1978

ROMA - Terrà la Dc? Questo interrogativo ha avuto una prima risposta positiva nell'editoriale pubblicato oggi da "Il Popolo". Ma di più finora non si è saputo. All'una e mezzo di notte lo stato maggiore del partito era ancora riunito a Piazza del Gesù. C'erano tutti, con Zaccagnini e Andreotti: Galloni e Gaspari, Bartolomei e Piccoli, Fanfani, Forlani, Cossiga, De Mita, Donat Cattin ed Emilio Colombo. La riunione era iniziata alle nove di sera. Ma lo stesso clima, di ansia e di silenzio, quasi disperati, c'era già a Piazza del Gesù alle 17, quando il capo ufficio stampa del Pci, Antonio Tatò, è andato a far visita al suo collega democristiano, Umberto Cavina. Uscendo, Tatò ha detto ai giornalisti che lo attorniavano: "La posizione del Pci non cambia, rimane ferma". Fino a quel momento, i cronisti che affollavano il cortile del palazzo avevano potuto annotare sui loro taccuini soltanto frasi caute, contraddittorie, possibiliste. Forse quello di ieri è stato il giorno della tempesta più terribile per la Dc, stretta fra i due sentimenti contrastanti: salvare il presidente e l'amico, o difendere la credibilità e il futuro della Repubblica.

La mattinata a piazza del Gesù si era preannunciata nervosa, più del solito. I giornali commentavano l'appello in favore delle trattative lanciato la sera prima dai vescovi. In casa democristiana erano corse telefonate preoccupate con ambienti ecclesiastici: "Un conto", si diceva, "è l'invito a trattare che viene da singole personalità, che firmano appelli perché sono amici intimi di Moro: questo non è grave. Ma altra cosa è se ci si dovesse contrapporre ai vescovi, in questo modo solenne". Per telefono i vescovi davano assicurazioni: "Sì, magari il nostro appello è formulato in modo da lasciare adito a dubbi... Ma è rivolto ai brigatisti".

La dichiarazione fatta la sera prima da Zaccagnini, e che sembrava in aperta contrapposizione all'"appello" dei vescovi e studiata proprio per fronteggiarla, veniva spiegata in questo modo. Zaccagnini l'aveva preparata fin dal pomeriggio per "frenare" una parte della base democristiana che, attraverso i comitati provinciali, chiedeva di promuovere una serie di manifestazioni in tutta Italia, ritenute per ora non opportune. Per quanto riguardava la "tenuta" della Dc, sottoposta alle più diverse pressioni perché abbandonasse la "linea della fermezza", si replicava indirettamente: "Abbiamo ricevuto migliaia di lettere che approvano la scelta fatta. Non una di dissenso".

Il quadro cambiava radicalmente quando dal Viminale avvertivano Zaccagnini che era giunto il nuovo messaggio delle Br e subito dopo cominciavano ad arrivare sul tavolo del segretario democristiano i dispacci delle agenzie. A Piazza del Gesù erano già arrivati, da un paio d'ore, il vicesegretario Galloni, Bodrato, il ministro Tina Anselmi, Pisanu, il sottosegretario Dell'Andro. A quel punto - erano le 13.30 - ancora non si aveva la certezza che il comunicato dei terroristi fosse autentico. Galloni lasciava la sede della Dc limitandosi a dire che andava al Viminale per avere notizie: "Se il messaggio è autentico, è la smentita dell'altro". "Allora si riaprono le speranze", diceva un giornalista. "Certo, certo", rispondeva Galloni.

Erano le prime dichiarazioni, le prime risposte all'angoscioso interrogativo: terrà la Dc? Non erano parole rassicuranti. Queste le pronunciava Granelli, della sinistra democristiana: "Tenere i nervi saldi fin qui è stato solo una frase; ora è un'inderogabile necessità". Ma che cosa farete? Tratterete? "Il compito principale è tenere ferma la linea ribadita anche ieri da Zaccagnini. Di fronte a questi fatti nuovi, gli organismi dirigenti della Dc dovranno valutare la situazione, ricordandosi sempre delle loro responsabilità politiche e istituzionali".

Onorevole Granelli, gli abbiamo chiesto, non c'è il pericolo di una frattura nella Dc? "Io non lo credo", ha risposto. "Se si verificasse un rivolgimento così radicale nella linea del mio partito, ciò potrebbe anche significare una sua autoesclusione dalle responsabilità che gli vengono dall'essere la forza più impegnata nello Stato". Ma se accadesse? Abbiamo insistito. "Non ci vuol molto a capire che cedimenti e fratture nella Dc porterebbero a fratture fra la Dc e le altre forze politiche: per cui, in ogni caso, sarà indispensabile mantenere un dialogo costante con tutte le forze costituzionali". Ma che significa "un dialogo costante?". "In parole povere: dovremo decidere tutti insieme sul da farsi". Granelli taceva un attimo, poi concludeva: "Ma la tenuta e la serietà dimostrate finora fano pensare che potremo fronteggiare emergenze anche più dure senza spaccature clamorose".

Era un a nota positiva. Alle due del pomeriggio, esce Tina Anselmi. Tornerà un'ora dopo, è stata dalla moglie di Moro, le ha portato il testo del messaggio dei terroristi. Pe la prima volta dopo molti giorni sorride: "Sì", dice, "non sono sollevata, ma va meglio di ieri". Non aggiunge altro. Qualche cosa in più dice il vicesegretario della Dc, Gaspari, al quale i giornalisti chiedono: "Per quanto riguarda le trattative, che possibilità ci sono?". Gaspari risponde bruscamente, di mala voglia: "Quali trattative? Ci sono i nostri documenti ufficiali". Che cosa farete? "Per ora aspettiamo. Bisogna procedere con molta calma e non perdere la testa".

Gli uomini politici vanno e vengono, sfuggono alle domande. Se ne vanno Piccoli, Bartolomei, Colombo, torna Galloni. Sono le tre, davanti all'antico palazzetto Cenci-Bolognetti il traffico s'ingorga fra le auto ministeriali, quelle della Rai-Tv, dei funzionari, fra la piccola folla di curiosi, di fotografia, di poliziotti armati fino ai denti. Galloni fa un'altra cauta ambigua dichiarazione e a chi gli chiede se la Dc terrà fermo l'atteggiamento illustrato nel documento dell'ultima direzione: "Adesso discutiamo", dice: "certo, finché non ci sono nuovi documenti rimangono fermi i vecchi". Sono parole diverse da quelle di Gaspari.

Alle 15.30 arriva la notizia che il Messaggero ha ricevuto la fotografia di Moro. Ecco Andreotti. Presidente, cosa dice di questa foto? Le sembra autentica? Andreotti ha un attimo d'esitazione: "In fatto di autenticità", dice piano "è sempre bene essere molto prudenti". E sparisce nell'ascensore. Avrà un lungo colloquio con Zaccagnini, mentre si attende che tornino i membri della delegazione che si sono allontanati per cominciare una riunione lunga e tormentata.

Dopo poco, infatti, tornano Piccoli e Bartolomei. "Siamo felici che Moro sia vivo", dice Piccoli. Ma i giornalisti non vogliono sapere se la Dc "terrà", Piccoli scivola via: "Non dico nulla. Adesso sono soltanto felice".

La riunione della delegazione dc va avanti a lungo e nel frattempo arrivavano, da soli o a piccoli gruppi deputati e senatori democristiani. Poi arrivano Forlani, Fanfani, De Mita, Donat-Cattin. Il deputato di Forze nuove, Cabras, fa una dichiarazione che indica chiaramente lo stato di estremo disagio all'interno della Dc: "È la prima volta che le Br pongono richieste e condizioni. Dobbiamo valutare i fatti nuovi. Abbiamo sempre enunciato una posizione di principio, mettendo nello stesso tempo in evidenza che non bisogna lasciare nulla di intentato per salvare Moro". Intanto, a Palazzo Chigi, Andreotti ha una serie di colloqui con i segretari dei partiti della maggioranza. Vede Berlinguer, Craxi, Biasini, Romita. Nessuno fa dichiarazioni. Poi torna a Ppazza del Gesù.

Più tardi, attraverso un articolo che compare sul "Popolo" di stamane, si annunciava l'orientamento della Dc: la Dc è un partito, non è il governo, quindi non può "disporre di ciò che non gli appartiene, né incrinare con il proprio atteggiamento le basi della comune convivenza". "Noi speriamo e vogliamo ancora che una via di uscita si trovi" anche perché i valori della Costituzione "non hanno mai posto in termini di crudele incompatibilità la vita umana e lo Stato democratico". Questa vicenda spietata, conclude il "Popolo", non può "chiudere ogni possibile tentativo per ricomporre questa sanguinante lacerazione, che salvi Aldo Moro e la convivenza nazionale".

Che cosa significa? Che cosa ha deciso la delegazione Dc? Che cosa ha deciso Andreotti? Ai dirigenti democristiani l'unica strada che sembra percorribile è quella della trattativa privata, affidata alla Amnesty International o alla Caritas, o a una personalità al di fuori della politica attiva. Oggi, per scandagliare questa via si riunisce la direzione democristiana. Si riunisce anche il governo: da questa sede verrà la conferma che lo Stato non tratta con chi ha le mani "grondanti di sangue".

Alle 21.20 lo stato maggiore della Dc, con l'aggiunta di Fanfani, Colombo e Rumor, è di nuovo a Piazza del Gesù per una riunione che andrà avanti per tutta la notte.