Jacinda Ardern con il suo compagno a Buckingham Palace
Jacinda Ardern, il primo ministro è mamma
di HELENA DE BERTODANO
Ardern, 37 anni, è il premier della nuova zelanda da ottobre scorso. E aspetta (a giorni) il suo primo figlio. Qui parla di politica, maternità e di quella volta in cui Trump...
Aggiornato 8 minuti di lettura
La premier neozelandese Jacinda Ardern, ormai al nono mese di gravidanza, parla dell'equilibrio fra lavoro e famiglia. Nulla, nel modesto villino in mattoni rossi alla periferia di Auckland, farebbe pensare che questa sia l'abitazione di un leader mondiale. Nell'ingresso, davanti alla porta di casa, c'è una pila di vecchie scarpe da ginnastica gettate alla rinfusa e nella piccola cucina lei si aggira in calzini, preparando il tè: "Abbiamo finito il latte", dice scusandosi.
Sul pavimento del soggiorno c'è una copia consunta de I sogni di mio padre, l'autobiografia di Barack Obama. Lo ha incontrato un paio di mesi fa. "Non sapevo se chiedergli di autografarmela", dice. "Avevo paura di fare una figura pacchiana".
È stato un anno straordinario per la 37enne Jacinda. In pochi, fuori dalla Nuova Zelanda, avevano mai sentito parlare di lei. Ora incontra a tu per tu i grandi del mondo, riceve telefonate da Don…
La premier neozelandese Jacinda Ardern, ormai al nono mese di gravidanza, parla dell'equilibrio fra lavoro e famiglia. Nulla, nel modesto villino in mattoni rossi alla periferia di Auckland, farebbe pensare che questa sia l'abitazione di un leader mondiale. Nell'ingresso, davanti alla porta di casa, c'è una pila di vecchie scarpe da ginnastica gettate alla rinfusa e nella piccola cucina lei si aggira in calzini, preparando il tè: "Abbiamo finito il latte", dice scusandosi.
Sul pavimento del soggiorno c'è una copia consunta de I sogni di mio padre, l'autobiografia di Barack Obama. Lo ha incontrato un paio di mesi fa. "Non sapevo se chiedergli di autografarmela", dice. "Avevo paura di fare una figura pacchiana".
È stato un anno straordinario per la 37enne Jacinda. In pochi, fuori dalla Nuova Zelanda, avevano mai sentito parlare di lei. Ora incontra a tu per tu i grandi del mondo, riceve telefonate da Donald Trump e si messaggia regolarmente con Theresa May. È stata a Londra per l'incontro dei capi di Stato del Commonwealth, incontrando sia May che la regina Elisabetta. Conosce bene l'Inghilterra, perché ha vissuto nella capitale britannica per due anni e mezzo quando aveva vent'anni, lavorando come consulente politica senior sotto Tony Blair e poi al ministero dell'Interno. Ha abitato a Wood Green, Fulham, Vauxhall e Brixton. "Ma non ero ancora mai stata a Buckingham Palace", dice. "E temevo di essere impacciata perché di solito non faccio caso a cose come non poggiare i gomiti a tavola. Sono una persona piuttosto informale".
Il suo astro ha iniziato a brillare quando è diventata la n° 2 del Partito laburista neozelandese, nel marzo dell'anno scorso. Poi, a sorpresa, con le elezioni alle porte e nessuna prospettiva di vittoria, a luglio lo scialbo Andrew Little, leader del partito, si è dimesso lasciando le redini alla sua giovane e riluttante vice.
Nel giro di appena 7 settimane, la Ardern, al grido di Let's do it (Facciamolo!), è riuscita a imprimere una spettacolare svolta alle elezioni. This is it, recita trionfante un cartello poggiato sulla cassa stereo del salotto, come a dire: ci siamo, ce l'abbiamo fatta. Poi lo scorso ottobre, appena sei giorni prima di entrare in carica, ha scoperto di essere incinta (una notizia che ha colto di sorpresa sia lei che il suo compagno, il conduttore televisivo Clarke Gayford, perché i medici dicevano che avrebbero dovuto sottoporsi a una cura per la fertilità). L'hanno tenuto segreto fino a gennaio, facendo le ecografie fuori dall'orario di lavoro, nello studio del medico di famiglia. Il bambino dovrebbe nascere nei prossimi giorni, facendo di lei il secondo capo di Governo nella storia (prima di lei solo Benazir Bhutto, in Pakistan) a partorire durante il mandato. "Nell'ultimo anno tutto è stato incredibile", dice.
Ha in programma di prendere sei settimane di congedo maternità e poi di trasferire il grosso delle cure genitoriali al first bloke (bloke è un'espressione gergale che sta per "uomo", nell'inglese di Australia e Nuova Zelanda), come viene chiamato ironicamente Gayford. Da quando è stata catapultata sulla scena mondiale, il telefono non smette mai di squillare. Quando Trump ha chiamato per congratularsi con lei, è stato interrotto dal miagolio lamentoso di Paddles, la sua gatta. "È stato esilarante", racconta il compagno che nel frattempo si è unito a noi con aria rilassata, in maglietta e pantaloncini. "Paddles strillava come una pazza, ho dovuto portarla via".
La Nuova Zelanda può sembrare un Eden ai confini del mondo, con le sue verdi colline ondulate e le montagne nebbiose che hanno offerto strabilianti scenari per la trilogia del Signore degli Anelli. Ma non è tutto oro quel che luccica: un terzo dei bambini neozelandesi vive al di sotto della soglia di povertà, i senzatetto e il consumo di droga sono in forte aumento e il paese ha il più alto tasso di suicidi giovanili al mondo. Quando la incontriamo, Jacinda è reduce da intense settimane di traversie politiche interne. Eppure non si direbbe. È solare e rilassata mentre offre dei brownie e sorseggia una tisana. Determinata a mantenere uno stile di vita il più normale possibile, ha scelto di non avere uno stylist. "Probabilmente c'è chi pensa che dovrei, io no". Indossa una camicetta rossa scollata sulla schiena, una gonna nera prémaman, orecchini pendenti realizzati da un amico e due anelli di onice nera. "L'onice dovrebbe tenere lontane le cose brutte, no?".
Lo shopping continua a farlo da sola. "Sento il bisogno di piccole cose come andare al supermercato e preparare la cena a casa". Ci mostra sul telefonino uno screenshot di Snapchat che un collega le ha inviato, in cui si vede una ragazza che strabuzza gli occhi e la scritta: "Ommiodio, Jacinda è in fila da Spark (un negozio di telefonia, ndr), mangia una barretta di cioccolato e indossa un vestito Cotton on. È la regina del popolo". "È vero", ride. "Eravamo in un negozio per ricaricare il telefonino di Clarke". Un paio di mesi fa era in un grande magazzino e si dirigeva verso un camerino con le braccia colme di reggiseni prémaman. "Un uomo ha iniziato a seguirmi, dicendo: "Mi scusi, mi scusi, vorrei fare una foto". Io mi sono girata e ho detto: "Proprio mentre sto comprando reggiseni?". È stata l'unica volta in cui ho detto no a un selfie".
In Nuova Zelanda c'è la sensazione che Ardern stia guarendo le ferite del paese, laddove i suoi predecessori hanno fallito. Il suo impegno per migliorare i rapporti con la comunità maori le ha attirato elogi da più parti: a febbraio è stata la prima leader neozelandese a rimanere 5 giorni nell'estremo nord per il Waitangi Day, la festa nazionale della Nuova Zelanda in cui si commemora la sottoscrizione dell'omonimo trattato fra coloni inglesi e aborigeni. E lì ha accolto l'invito degli anziani maori a seppellire la placenta del suo bambino in quel luogo come gesto simbolico. L'interesse per la politica le viene da una profonda sensibilità nei confronti delle ingiustizie sociali. Nata da genitori mormoni a Dinsdale, sobborgo operaio di Hamilton, nell'isola del Nord, ha trascorso i primi anni a Murupara, una comunità povera e a maggioranza maori dove il padre lavorava nella polizia locale e la madre in una mensa. "Ho ancora impressa nella mente l'immagine di un ragazzino che dopo la scuola tornava a casa da solo, a piedi. In quel momento pensai: "Ha la mia età, perché è solo?". Poi notai che non aveva le scarpe e che si era fatto i bisogni addosso. Stava male e singhiozzava mentre camminava. Non l'ho mai dimenticato".
Una foto ritrae lei e la sorella maggiore Louise su una roulotte, con i capelli tagliati corti ai lati e lasciati lunghi dietro, circondate da bambini maori. Quando aveva otto anni, la famiglia si trasferì qui a Morrinsville, tranquilla comunità agricola 140 chilometri a sud di Auckland. Le mucche pascolano sparse sulle colline che portano in città e cartelli scritti a mano propongono: "Cacca di pony a 2,50 dollari al sacco". Non è cambiato quasi nulla: il negozio di fish and chips dove lavorava, il Golden Kiwi, è ancora nella pittoresca via principale, e John Inger è ancora il preside del liceo locale, il Morrinsville College. "Che diamine, siamo orgogliosi di lei", dice sgranocchiando un panino durante la pausa pranzo. "Trascorreva parecchio tempo in questo ufficio, non perché si cacciasse nei guai, ma perché era sempre impegnata a perorare la causa di altri studenti. Chi la sottovaluta lo fa a suo rischio e pericolo", ridacchia.
Nella grande biblioteca scolastica, la sua ex insegnante di inglese Jacqui Fitzgerald ci mostra l'annuario del 1998, in cui la Ardern viene indicata come "Quella con più possibilità di diventare primo ministro". "È divertente", dice Ardern. "Di sicuro non avevo quell'ambizione, era più una cosa tipo: "Jacinda è una a cui piace la politica, diventerà primo ministro". Ho avuto tante opportunità meravigliose per essere cresciuta in una piccola città. Forse mi sarei un po' persa in una grande scuola".
Il preside Inger ci indirizza in una strada tranquilla vicino al campo da golf, dove la Ardern viveva accanto alla sua migliore amica,Virginia Dawson. È un posto meraviglioso, sullo sfondo si vede il monte Te Aroha e l'unico suono è il cinguettio degli uccelli. Le due sono rimaste grandi amiche: Jacinda ha fatto da madrina a uno dei figli di Virginia e tutte e due aspettano un bambino che nascerà forse lo stesso giorno. La madre di Virginia si offre di mostrarci la vecchia casa di famiglia degli Ardern, un immobile semplice in stile lockwood (assi di legno incastrate insieme senza chiodi). "Fu mio nonno a costruirla", ci dirà Ardern. Diventare primo ministro non capita tutti i giorni, ma lei sdrammatizza con poche parole: "C'è qualcosa di vero nella frase "Più cose fai e più riesci a farne"". Ammette di aver sofferto di nausee mattutine terrificanti, ma ribadisce ciò che ha detto fin dall'inizio: "Sono incinta, non inabile". Eppure, non volendo trasmettere di sé un'immagine di perfezione, aggiunge: "Le donne sono sempre multitasking, semplicemente io sono sotto i riflettori più delle altre. Voglio evitare però di essere una testimonial del fatto che le donne "possono" fare tutto, perché implica che le donne "devono" fare tutto. Io posso fare tutto solo perché ho Clarke: sarà principalmente lui a occuparsi del bambino. Accettiamo il fatto che la nostra vita è questa".
"Che stai dicendo su di me?", chiede lui rientrando nella stanza. "Che fai più lavatrici di me, su questo non ci piove", si affretta ad aggiungere Jacinda. Clarke ride: il problema, dice, è che lei gli rovina le magliette bianche mettendole con i calzini rossi. Quella che cucina, invece, resta lei. Lui le aveva detto che, se avesse scelto una ricetta il mattino, sarebbe andato a comprarle tutti gli ingredienti e glieli avrebbe lasciati allineati sul tavolo. "Hmm", dice la Ardern, "finora non l'ha ancora fatto".
Nel 2001 Jacinda si laureò all'Università di Waikato, dove studiava Scienze politiche e pubbliche relazioni, e andò a lavorare come ricercatrice per Helen Clark, seconda premier donna della Nuova Zelanda (la terza è lei). Da lì si trasferì a Londra e più tardi venne eletta presidente dell'Unione internazionale dei giovani socialisti. A 28 anni entrò in Parlamento tra le fila dei laburisti, la più giovane di tutta l'assemblea. Un rapido successo merito del suo talento e della sua energia, ma un po' anche del femminismo-progressismo del paese (il primo al mondo a concedere il diritto di voto alle donne). Se Hillary Clinton avesse corso contro Donald Trump qui in Nuova Zelanda, avrebbe potuto vincere? "Non so", risponde lei. "Mi sento fortunata a vivere in un paese dove la giovane età e il genere non mi hanno impedito di arrivare dove sono. Ma non voglio essere ricordata solo perché sono donna e avrò un bambino durante il mio mandato".
Tempo fa c'è stato un moto d'indignazione per i toni, definiti sessisti, usati nei suoi confronti da Charles Wooley, conduttore di 60 Minutes (un programma di attualità della tv australiana) quando ha detto di essere "innamorato perso dell'avvenente premier", cercando di risalire alla data esatta del concepimento. La Ardern non si è scomposta. "Non sono un tipo suscettibile. Non me la sono presa neanche quando una leggenda del rugby neozelandese mi ha definita una fanciullina carina. Ero più sorpresa quando un giovane giornalista mi ha chiesto come avrei partorito: "Come tutte", gli ho risposto. "C'è bisogno di entrare nei dettagli?"". La sua reazione più memorabile però risale al 2017, quando un presentatore tv le disse che le donne dovrebbero informare un potenziale datore di lavoro prima di mettere su famiglia. Lì Jacinda perse le staffe: "È inaccettabile una cosa del genere". Quando la situazione lo richiede, diventa molto schietta. Al vertice dell'Asia Orientale a Manila, avendo sentito per caso Trump dire alla persona che gli stava accanto che la sua elezione "aveva causato parecchio trambusto in Nuova Zelanda", gli disse: "Be', quando sono stata eletta io nessuno è sceso in piazza a manifestare". Ha invece un buon rapporto con May, che, secondo lei, "deve barcamenarsi in un contesto politico molto difficile". Per quanto riguarda un accordo commerciale post-Brexit con la Nuova Zelanda, secondo la Ardern "spetta al Regno Unito fare la prima mossa. Noi siamo pronti e bendisposti. Da qualche parte bisogna pur iniziare e direi che noi potremmo essere un buon punto di partenza. Non ho dubbi che anche l'Australia sarà disponibile. Nel contempo attribuiamo estrema importanza agli sforzi per un accordo di libero scambio con l'Ue e la nostra speranza è che quest'anno ci sia un mandato da parte di Bruxelles per aprire i negoziati con noi".
A suo parere il centrosinistra è in arretramento a livello mondiale a causa della rivoluzione tecnologica e dell'incertezzache provoca fra gli elettori. "Al momento siamo in un circolo vizioso: partiti di sinistra e progressisti non se la passano bene. La gente si sente più insicura, il futuro non è più prevedibile come prima e si cerca qualcosa a cui dare la colpa per questa incertezza. Il mio desiderio è che almeno qui in Nuova Zelanda si riesca a superare questa situazione, non lasciando nulla al caso. Come? Per esempio facendo in modo che i lavoratori vengano traghettati verso nuove opportunità, non abbandonandoli alla carneficina di una nuova rivoluzione industriale".
Spesso viene definita "genuina", a volte "ingenua", ma nessuno dubita che sia una che dice quello che le esce dal cuore. "Sono sincera, dovete concedermelo. Mi definiscono anche sgobbona e anche questo è vero". Quando le chiediamo qual è la cosa più trasgressiva che abbia mai fatto, esita. Gayford la prende in giro: "Non lo vuole dire perché ci sono io a portata di orecchie".
"Sì, è vero, preferisco dirlo a tutto il mondo piuttosto che a te", risponde lei sarcastica. Ma appena il compagno sgattaiola fuori, aggiunge: "Non ho nessuna storia di bagordi da raccontare. Forse sono stata un po' più spavalda nei miei viaggi: una volta rimasi bloccata al confine tra Israele e Palestina ed ebbi qualche problema con due ragazzi che imbracciavano enormi fucili. E lì pensai che forse non era stata proprio un'ottima idea". All'università lavorò per un po' come Dj e ancora oggi ha un debole per il rock alternativo. Lasciò la chiesa mormone quand'era poco più che ventenne: vivendo con tre amici gay a Auckland, si rese conto di non essere più disposta a tollerare il rifiuto della Chiesa verso i matrimoni omosessuali.
"Quindi stai per avere un bambino", le ha detto Obama quando si sono incontrati. "È così eccitante aspettare un figlio", ha aggiunto l'ex-presidente Usa, dandole persino qualche consiglio su come essere insieme leader e genitore. Ma alla fine, le chiediamo, gliel'ha chiesto un autografo sulla copia del libro? "Sì!", risponde Jacinda. (Traduzione di Fabio Galimberti)
In copertina su D La Repubblica delle Donne del 2 giugno 2018