Il sistema Malta: Il timbro del ministero sulla petrolio connection
Fabio Tonacci , Giuliano Foschini , Carlo Bonini , di CARLO BONINI, GIULIANO FOSCHINI e FABIO TONACCINe scrisse anche Daphne. E sei mesi fa i pm di Catania svelarono i segreti del contrabbando dalla Libia. Da allora nulla è cambiato
Daphne Caruana Galizia era stata assassinata da qualche giorno. L'Italia, a rimorchio dell'inchiesta della Procura di Catania e della Guardia di Finanza, scopriva di essere il terminale di un traffico internazionale di petrolio di contrabbando che aveva a Malta il suo snodo. Repubblica e il Daphne Project sono tornati sull'isola per scoprire che, in sei mesi, nulla è cambiato. Ministero degli Esteri e Martime Squadron (la guardia costiera) maltesi continuano a non voler vedere ciò che si vede a occhio nudo. Contrabbandare gasolio era e resta un gioco da ragazzi. Basta bussare alla porta di un villino a Balzan, 6 chilometri da La Valletta. Qui si mettono a posto le carte, per la pace di tutti. Contrabbandieri, autorità maltesi e acquirenti sul mercato europeo.
I timbri di Villa Blossoms
Nel salotto di Villa Blossoms, al civico 178 di Saint Francis Street, ha sede la Lybian Maltese Chamber of Commerce. La signora Rita passa il tempo ad autenticar…
I timbri di Villa Blossoms
Nel salotto di Villa Blossoms, al civico 178 di Saint Francis Street, ha sede la Lybian Maltese Chamber of Commerce. La signora Rita passa il tempo ad autenticar…
Daphne Caruana Galizia era stata assassinata da qualche giorno. L'Italia, a rimorchio dell'inchiesta della Procura di Catania e della Guardia di Finanza, scopriva di essere il terminale di un traffico internazionale di petrolio di contrabbando che aveva a Malta il suo snodo. Repubblica e il Daphne Project sono tornati sull'isola per scoprire che, in sei mesi, nulla è cambiato. Ministero degli Esteri e Martime Squadron (la guardia costiera) maltesi continuano a non voler vedere ciò che si vede a occhio nudo. Contrabbandare gasolio era e resta un gioco da ragazzi. Basta bussare alla porta di un villino a Balzan, 6 chilometri da La Valletta. Qui si mettono a posto le carte, per la pace di tutti. Contrabbandieri, autorità maltesi e acquirenti sul mercato europeo.
I timbri di Villa Blossoms
Nel salotto di Villa Blossoms, al civico 178 di Saint Francis Street, ha sede la Lybian Maltese Chamber of Commerce. La signora Rita passa il tempo ad autenticare plichi di documenti. Questa mattina ne ha nove sulla scrivania, li deve "passare" tutti entro l'ora di pranzo. Sono per lo più bolle commerciali di trasporto e polizze di carico, nelle quali sono specificati luoghi di provenienza e paesi di destinazione della merce. Import ed export. Su ogni plico Rita appone diligentemente i tre sigilli della Camera di commercio libico maltese, che fanno fede della loro provenienza e, dunque, ne garantiscono il transito alla dogana. E però, per sua stessa ammissione, Rita non ha la più pallida idea da dove provenga quello che certifica. Né strumenti per verificarlo. Né, soprattutto, qualcuno che le chieda di farlo. Insomma, mette timbri alla cieca. "Ci basiamo sulla buona fede degli imprenditori, non controlliamo se ciò che dichiarano i documenti risponda al vero o meno. E' un'autocertificazione quella che raccogliamo", dice la funzionaria, candidamente. Basterebbe questo per capire perché Malta sia diventata il baricentro ideale di connection criminali tra Libia, Italia, Turchia e paesi arabi. La lavanderia di quel petrolio di contrabbando che ruba denaro al fisco italiano ed europeo (4 miliardi lo scorso anno alla nostra Agenzia delle Entrate, secondo la stima di Assopetroli) e ingrossa le tasche della criminalità organizzata che ne gestisce la distribuzione sul territorio.
Il Sistema
Conviene fare un passo indietro e riannodare i fili che portano a La Valletta. L'inchiesta catanese Dirty Oil della Guardia di Finanza nell'ottobre scorso è riuscita ad arrivare in fondo a una strada dove la polizia maltese si è sempre guardata bene dal mettere anche soltanto piede. Ha ascoltato, fotografato, documentato una rotta del contrabbando che aveva come punto di partenza la raffineria libica di Zawyia, Malta come punto di trasbordo, e Augusta, Venezia e Civitavecchia come approdo. Vendevano gasolio libico spacciandolo come saudita. Per funzionare, la triangolazione aveva bisogno dell'appoggio di un Paese europeo dove fosse facile autenticare i certificati di origine. E che fosse disposto a chiudere entrambi gli occhi di fronte al travaso di petrolio da pescherecci riadattati a cisterne a più capienti bettoline, a petroliere dirette in Italia. Utilizzando un luogo sicuro, a ridosso delle acque costiere ma già in quelle internazionali, e sempre alla luce del giorno. Una secca al largo di Malta. In carcere, nell'autunno scorso, finiscono personaggi che sull'isola sono noti anche ai sassi. Un calciatore già gloria nazionale e un imprenditore che non era difficile incontrare alle feste sulla Marina. Darren Debono e Gordon Debono. Stesso cognome, nessuna parentela, identici affari. Darren Debono è infatti un ex calciatore della nazionale maltese. E' proprietario di barche da pesca e di un ristorante, Scoglitti, frequentato da ministri e politici del governo laburista di Joseph Muscat. Gordon Debono è un grosso imprenditore del settore idrocarburi. Hanno un socio. Tale Fahmi Ben Khalifa, detto "il Malem", il boss a capo della milizia che controllava la raffineria di Zawyia, individuato (come anche Darren Debono) già nel 2016 nel report commissionato dal Security Council delle Nazioni Unite come "appartenente a una banda di contrabbandieri di gasolio". Dirty Oil accerta che, tra il 2015 e il 2016, 82.000 tonnellate di gasolio di frodo (per un valore di 26 milioni di euro) vengono ripulite certificandone una provenienza diversa, l'Arabia Saudita, grazie al lavoro della signora Rita a Villa Blossoms. Un timbro e via. E abbiamo visto che, oggi, primavera 2018 appunto, niente è cambiato. L'inchiesta accerta anche il destinatario della merce: la società italiana Maxcom Bunker spa guidata dall'amministratore delegato Marco Porta, anche lui arrestato.
Porta si serve di un intermediario per fare affari con Darren Debono: il catanese Nicola Orazio Romeo, segnalato nel 2008 per favoreggiamento e concorso in estorsione in un'indagine di mafia su rapine e omicidi riconducibili al clan Santapaola. Le complicità al ministero degli Esteri maltese Se si chiede oggi alla Lybian Maltese Chamber of Commerce come sia possibile, dopo tutto quello che è successo, che il business continui as usual, Antoine Cassar Mallia, uno dei suoi dirigenti, spiega: "Debono, con la sua azienda Petroplus, era un nostro associato. Abbiamo autenticato i suoi documenti fidandoci di lui e della sua buona fede. Dopo gli arresti, abbiamo introdotto un modulo che ci solleva da ogni responsabilità penale. Non controlliamo cosa i documenti attestino". La novità, dunque, è che è stata introdotta una postilla burocratica che libera l'"ufficio timbri" da ogni possibile grana. Del resto è la filosofia che sembra governare tutti i controllori sull'isola. A cominciare dal ministero degli Esteri. Nell'inchiesta Dirty Oil, un carico intercettato dai doganieri di Augusta era autorizzato da un timbro del ministro degli Affari esteri maltese. Si tratta del certificato di origine numero 19376, del primo febbraio 2016. Garantiva l'origine e la regolarità della spedizione di 50 tonnellate di gasolio. Attestava una vendita mai avvenuta tra la raffineria libica e la società Tiuboda Oil del boss miliziano Ben Khalifa. Una contraffazione macroscopica che neppure a Villa Blossoms si erano sentiti di dissimulare e che, quindi, aveva richiesto l'intervento di un notaio maltese e del Legalisation Office del ministero degli Affari Esteri e del Commercio di cui è titolare Carmelo Abela. Dove la responsabilità di due postille certificative se l'era presa una funzionaria: tale Karen Montebello. Di quella storia, fonti ufficiali del ministero degli Esteri maltese dicono ora al Daphne Project: "L'operato di Montebello è stato corretto. Si è limitata ad autenticare la firma del notaio, come prevede la convenzione dell'Aja del 1961. La funzionaria non era tenuta in alcun modo a verificare il contenuto dell'atto". A ben vedere, niente più che una furbizia necessaria "a far stare" le carte a posto. Se è vero infatti quel che osserva una fonte qualificata della Guardia di Finanza, la Convenzione dell'Aja in questo traffico non c'entra. "E' vero - dice la fonte - la Convenzione disciplina l'autenticazione di atti notarili, ma non si applica a documenti amministrativi riguardanti direttamente un'operazione commerciale o doganale. Quindi è uno stratagemma".
Hurd's Bank, la zona franca
Non si ha più fortuna se, cercando risposte alla "distrazione" maltese, dopo il villino e il ministero degli Esteri si finisce negli uffici del Maritime Squadron, la guardia costiera maltese. La domanda è semplice: come è possibile che nel controllo delle coste di un'isola così piccola ai pattugliatori con la croce di San Giovanni sia sfuggito sistematicamente il traffico di bettoline, pescherecci e vecchie petroliere che in pieno giorno travasavano gasolio di contrabbando sulle Hurd's Bank, una secca a circa 16 miglia a largo della costa sud orientale? (vedi su questo nel sito anche la parte dell'inchiesta firmata dell'Irpi) "La Hurd's Bank - liquida un ufficiale del Maritime Squadron - non rientra nella nostra competenza perché è oltre le 12 miglia dalla costa. Il reato inizia e si consuma interamente in acque internazionali". Le stesse, tanto per dire, dove in più di un caso i pattugliatori con la croce di San Giovanni si sono lanciati all'inseguimento e all'abbordaggio di pescherecci carichi di gamberi e tonni.
Tre domande al governo di Muscat
A sei mesi dalla morte di Daphne e dall'inchiesta Dirty Oil è dunque possibile concludere che nulla è cambiato. Soprattutto, che tre domande restano senza risposta. La prima. I nomi dei contrabbandieri Darren Debono e Ben Khalifa, la connection libico-maltese, e addirittura i nomi delle navi utilizzate, erano stati resi pubblici già nel 2016 con il report delle Nazioni Unite. Anche emissari della Noc, la compagnia nazionale di Tripoli unica autorizzata ad esportare petrolio fuori dalla Libia, hanno segnalato alle autorità maltesi il traffico. Perché il governo non si è mosso? La seconda. E' vero che la Hurd's Bank si trova fuori dalle acque territoriali, ma rientra comunque nella fascia delle "acque contigue", dove l'autorità di un Paese può essere esercitata in caso di violazioni delle normative riguardanti le dogane, il fisco, l'immigrazione. E non è vero che il reato di contrabbando si è sempre consumato interamente in acque internazionali: documenti in possesso del Daphne Project dimostrano infatti che almeno in un'occasione i tanker di Gordon Debono hanno scaricato petrolio di contrabbando sull'isola, nei depositi di Birzebbuga e Marsa gestiti dalla maltese San Lucian Oil e la svizzera Kolmar Group. Perché, quindi, la Maritime Squadron non ha mollato gli ormeggi? Terza questione. Uno dei partner più attivi di Gordon Debono, finito nell'indagine della Finanza, si chiama Roderick Grech: è un trader maltese legato ad operatori turchi, russi e libici. Il suo nome si legge anche nel report delle Nazioni Unite. Eppure Grech, per le autorità maltesi, è una sorta di fantasma. Come documenta l'inchiesta dell'Irpi, i vari indirizzi a lui attribuibili sono tutti sbagliati. L'ultima società aperta a suo nome è la Spin Commodities, registrata a Malta il giorno dopo gli arresti disposti dalla procura di Catania. Chi è veramente Roderick Grech e perché può continuare a comprare e vendere petrolio?
I timbri di Villa Blossoms
Nel salotto di Villa Blossoms, al civico 178 di Saint Francis Street, ha sede la Lybian Maltese Chamber of Commerce. La signora Rita passa il tempo ad autenticare plichi di documenti. Questa mattina ne ha nove sulla scrivania, li deve "passare" tutti entro l'ora di pranzo. Sono per lo più bolle commerciali di trasporto e polizze di carico, nelle quali sono specificati luoghi di provenienza e paesi di destinazione della merce. Import ed export. Su ogni plico Rita appone diligentemente i tre sigilli della Camera di commercio libico maltese, che fanno fede della loro provenienza e, dunque, ne garantiscono il transito alla dogana. E però, per sua stessa ammissione, Rita non ha la più pallida idea da dove provenga quello che certifica. Né strumenti per verificarlo. Né, soprattutto, qualcuno che le chieda di farlo. Insomma, mette timbri alla cieca. "Ci basiamo sulla buona fede degli imprenditori, non controlliamo se ciò che dichiarano i documenti risponda al vero o meno. E' un'autocertificazione quella che raccogliamo", dice la funzionaria, candidamente. Basterebbe questo per capire perché Malta sia diventata il baricentro ideale di connection criminali tra Libia, Italia, Turchia e paesi arabi. La lavanderia di quel petrolio di contrabbando che ruba denaro al fisco italiano ed europeo (4 miliardi lo scorso anno alla nostra Agenzia delle Entrate, secondo la stima di Assopetroli) e ingrossa le tasche della criminalità organizzata che ne gestisce la distribuzione sul territorio.
Il Sistema
Conviene fare un passo indietro e riannodare i fili che portano a La Valletta. L'inchiesta catanese Dirty Oil della Guardia di Finanza nell'ottobre scorso è riuscita ad arrivare in fondo a una strada dove la polizia maltese si è sempre guardata bene dal mettere anche soltanto piede. Ha ascoltato, fotografato, documentato una rotta del contrabbando che aveva come punto di partenza la raffineria libica di Zawyia, Malta come punto di trasbordo, e Augusta, Venezia e Civitavecchia come approdo. Vendevano gasolio libico spacciandolo come saudita. Per funzionare, la triangolazione aveva bisogno dell'appoggio di un Paese europeo dove fosse facile autenticare i certificati di origine. E che fosse disposto a chiudere entrambi gli occhi di fronte al travaso di petrolio da pescherecci riadattati a cisterne a più capienti bettoline, a petroliere dirette in Italia. Utilizzando un luogo sicuro, a ridosso delle acque costiere ma già in quelle internazionali, e sempre alla luce del giorno. Una secca al largo di Malta. In carcere, nell'autunno scorso, finiscono personaggi che sull'isola sono noti anche ai sassi. Un calciatore già gloria nazionale e un imprenditore che non era difficile incontrare alle feste sulla Marina. Darren Debono e Gordon Debono. Stesso cognome, nessuna parentela, identici affari. Darren Debono è infatti un ex calciatore della nazionale maltese. E' proprietario di barche da pesca e di un ristorante, Scoglitti, frequentato da ministri e politici del governo laburista di Joseph Muscat. Gordon Debono è un grosso imprenditore del settore idrocarburi. Hanno un socio. Tale Fahmi Ben Khalifa, detto "il Malem", il boss a capo della milizia che controllava la raffineria di Zawyia, individuato (come anche Darren Debono) già nel 2016 nel report commissionato dal Security Council delle Nazioni Unite come "appartenente a una banda di contrabbandieri di gasolio". Dirty Oil accerta che, tra il 2015 e il 2016, 82.000 tonnellate di gasolio di frodo (per un valore di 26 milioni di euro) vengono ripulite certificandone una provenienza diversa, l'Arabia Saudita, grazie al lavoro della signora Rita a Villa Blossoms. Un timbro e via. E abbiamo visto che, oggi, primavera 2018 appunto, niente è cambiato. L'inchiesta accerta anche il destinatario della merce: la società italiana Maxcom Bunker spa guidata dall'amministratore delegato Marco Porta, anche lui arrestato.
Porta si serve di un intermediario per fare affari con Darren Debono: il catanese Nicola Orazio Romeo, segnalato nel 2008 per favoreggiamento e concorso in estorsione in un'indagine di mafia su rapine e omicidi riconducibili al clan Santapaola. Le complicità al ministero degli Esteri maltese Se si chiede oggi alla Lybian Maltese Chamber of Commerce come sia possibile, dopo tutto quello che è successo, che il business continui as usual, Antoine Cassar Mallia, uno dei suoi dirigenti, spiega: "Debono, con la sua azienda Petroplus, era un nostro associato. Abbiamo autenticato i suoi documenti fidandoci di lui e della sua buona fede. Dopo gli arresti, abbiamo introdotto un modulo che ci solleva da ogni responsabilità penale. Non controlliamo cosa i documenti attestino". La novità, dunque, è che è stata introdotta una postilla burocratica che libera l'"ufficio timbri" da ogni possibile grana. Del resto è la filosofia che sembra governare tutti i controllori sull'isola. A cominciare dal ministero degli Esteri. Nell'inchiesta Dirty Oil, un carico intercettato dai doganieri di Augusta era autorizzato da un timbro del ministro degli Affari esteri maltese. Si tratta del certificato di origine numero 19376, del primo febbraio 2016. Garantiva l'origine e la regolarità della spedizione di 50 tonnellate di gasolio. Attestava una vendita mai avvenuta tra la raffineria libica e la società Tiuboda Oil del boss miliziano Ben Khalifa. Una contraffazione macroscopica che neppure a Villa Blossoms si erano sentiti di dissimulare e che, quindi, aveva richiesto l'intervento di un notaio maltese e del Legalisation Office del ministero degli Affari Esteri e del Commercio di cui è titolare Carmelo Abela. Dove la responsabilità di due postille certificative se l'era presa una funzionaria: tale Karen Montebello. Di quella storia, fonti ufficiali del ministero degli Esteri maltese dicono ora al Daphne Project: "L'operato di Montebello è stato corretto. Si è limitata ad autenticare la firma del notaio, come prevede la convenzione dell'Aja del 1961. La funzionaria non era tenuta in alcun modo a verificare il contenuto dell'atto". A ben vedere, niente più che una furbizia necessaria "a far stare" le carte a posto. Se è vero infatti quel che osserva una fonte qualificata della Guardia di Finanza, la Convenzione dell'Aja in questo traffico non c'entra. "E' vero - dice la fonte - la Convenzione disciplina l'autenticazione di atti notarili, ma non si applica a documenti amministrativi riguardanti direttamente un'operazione commerciale o doganale. Quindi è uno stratagemma".
Hurd's Bank, la zona franca
Non si ha più fortuna se, cercando risposte alla "distrazione" maltese, dopo il villino e il ministero degli Esteri si finisce negli uffici del Maritime Squadron, la guardia costiera maltese. La domanda è semplice: come è possibile che nel controllo delle coste di un'isola così piccola ai pattugliatori con la croce di San Giovanni sia sfuggito sistematicamente il traffico di bettoline, pescherecci e vecchie petroliere che in pieno giorno travasavano gasolio di contrabbando sulle Hurd's Bank, una secca a circa 16 miglia a largo della costa sud orientale? (vedi su questo nel sito anche la parte dell'inchiesta firmata dell'Irpi) "La Hurd's Bank - liquida un ufficiale del Maritime Squadron - non rientra nella nostra competenza perché è oltre le 12 miglia dalla costa. Il reato inizia e si consuma interamente in acque internazionali". Le stesse, tanto per dire, dove in più di un caso i pattugliatori con la croce di San Giovanni si sono lanciati all'inseguimento e all'abbordaggio di pescherecci carichi di gamberi e tonni.
Tre domande al governo di Muscat
A sei mesi dalla morte di Daphne e dall'inchiesta Dirty Oil è dunque possibile concludere che nulla è cambiato. Soprattutto, che tre domande restano senza risposta. La prima. I nomi dei contrabbandieri Darren Debono e Ben Khalifa, la connection libico-maltese, e addirittura i nomi delle navi utilizzate, erano stati resi pubblici già nel 2016 con il report delle Nazioni Unite. Anche emissari della Noc, la compagnia nazionale di Tripoli unica autorizzata ad esportare petrolio fuori dalla Libia, hanno segnalato alle autorità maltesi il traffico. Perché il governo non si è mosso? La seconda. E' vero che la Hurd's Bank si trova fuori dalle acque territoriali, ma rientra comunque nella fascia delle "acque contigue", dove l'autorità di un Paese può essere esercitata in caso di violazioni delle normative riguardanti le dogane, il fisco, l'immigrazione. E non è vero che il reato di contrabbando si è sempre consumato interamente in acque internazionali: documenti in possesso del Daphne Project dimostrano infatti che almeno in un'occasione i tanker di Gordon Debono hanno scaricato petrolio di contrabbando sull'isola, nei depositi di Birzebbuga e Marsa gestiti dalla maltese San Lucian Oil e la svizzera Kolmar Group. Perché, quindi, la Maritime Squadron non ha mollato gli ormeggi? Terza questione. Uno dei partner più attivi di Gordon Debono, finito nell'indagine della Finanza, si chiama Roderick Grech: è un trader maltese legato ad operatori turchi, russi e libici. Il suo nome si legge anche nel report delle Nazioni Unite. Eppure Grech, per le autorità maltesi, è una sorta di fantasma. Come documenta l'inchiesta dell'Irpi, i vari indirizzi a lui attribuibili sono tutti sbagliati. L'ultima società aperta a suo nome è la Spin Commodities, registrata a Malta il giorno dopo gli arresti disposti dalla procura di Catania. Chi è veramente Roderick Grech e perché può continuare a comprare e vendere petrolio?