L'importanza di chiamarsi Macedonia (e non Fyrom)
Daniele Castellani Perelli , dal nostro inviato DANIELE CASTELLANI PERELLIDal '91 Atene mette il veto all'ingresso dell'ex repubblica jugoslava nella Nato e nell'Ue. Il problema? Il suo nome. Ma l'accordo è vicino. Reportage. Tra Alessandro Magno e Zorba il greco
SKOPJE (Fyrom). Alessandro Magno avrà pure spinto fino in India, a soli 32 anni, i confini del suo regno. Ma in questi ultimi tre mesi ha dovuto incassare qualche brutta sconfitta. E proprio nella sua Macedonia, dove l'aeroporto e l'autostrada, ad esempio, non portano più il suo nome. Ma poi davvero questa terra, che ha come capitale Skopje, è la sua Macedonia, quella in cui visse oltre 2.300 anni fa? E, soprattutto, questo pezzo di Balcani ha diritto di chiamarsi così: Macedonia? La questione è al centro di una disputa la cui mancata risoluzione impedisce a questo Paese di due milioni di abitanti di entrare nell'Ue e nella Nato.
Quando nel 1991 la Repubblica di Macedonia ottenne l'indipendenza dopo la fine della Jugoslavia, la Grecia si oppose al suo riconoscimento internazionale: quel nome possiamo usarlo solo noi - disse Atene - perché è la nostra regione settentrionale, quella di Salonicco. La piccola Macedonia di S…
Quando nel 1991 la Repubblica di Macedonia ottenne l'indipendenza dopo la fine della Jugoslavia, la Grecia si oppose al suo riconoscimento internazionale: quel nome possiamo usarlo solo noi - disse Atene - perché è la nostra regione settentrionale, quella di Salonicco. La piccola Macedonia di S…
SKOPJE (Fyrom). Alessandro Magno avrà pure spinto fino in India, a soli 32 anni, i confini del suo regno. Ma in questi ultimi tre mesi ha dovuto incassare qualche brutta sconfitta. E proprio nella sua Macedonia, dove l'aeroporto e l'autostrada, ad esempio, non portano più il suo nome. Ma poi davvero questa terra, che ha come capitale Skopje, è la sua Macedonia, quella in cui visse oltre 2.300 anni fa? E, soprattutto, questo pezzo di Balcani ha diritto di chiamarsi così: Macedonia? La questione è al centro di una disputa la cui mancata risoluzione impedisce a questo Paese di due milioni di abitanti di entrare nell'Ue e nella Nato.
Quando nel 1991 la Repubblica di Macedonia ottenne l'indipendenza dopo la fine della Jugoslavia, la Grecia si oppose al suo riconoscimento internazionale: quel nome possiamo usarlo solo noi - disse Atene - perché è la nostra regione settentrionale, quella di Salonicco. La piccola Macedonia di Skopje abbozzò. Accettò di chiamarsi, temporaneamente e solo nei rapporti internazionali, Former Yugoslav Republic Of Macedonia, cioè Fyrom, e tolse dalla bandiera il Sole di Verghina, che Atene rivendica per sé associandolo alla dinastia di Filippo II il Macedone e di suo figlio Alessandro Magno. Si andò avanti così, con negoziati inconcludenti, fino al 2006, quando a Skopje salì al potere il nazionalista Nikola Gruevski, e nel 2008, a sorpresa, Atene mise il veto all'ingresso del Paese nella Nato. La situazione, allora, precipitò.
Per mettere pressione alla Grecia e stimolare l'orgoglio dei cittadini, l'ex broker Gruevski scommise tutto sulla politica dell'Antikvizatzija, l'"antichizzazione". Che si tradusse nel faraonico progetto Skopje 2014. La capitale fu inondata di centinaia di statue pseudo-antiche e maestosi edifici finto-neoclassici. Gruevski fece poi di tutto per reclamare alla sua nazione l'eredità di Alessandro Magno: gli intitolò appunto l'aeroporto di Skopje, l'autostrada che porta in Grecia e, nel 2011, gli dedicò la statua di 28 metri che domina la centrale piazza Macedonia. Eresse inoltre una statua a Filippo II - a cui ha intitolato pure lo stadio - e una alla madre Olimpia incinta.
Gruevski mobilitò anche gli archeologi in cerca di antiche tombe macedoni, ma i suoi Indiana Jones riportarono alla luce solo le tante monetine ora esposte nel nuovo Museo archeologico. In questa confusa operazione di nation building, Gruevski ha innalzato pure un arco di trionfo che neanche Parigi, si è ispirato a Roma ("C'è una fontana con un obelisco, è molto carina" si sente in un'intercettazione) e ha cambiato i vecchi bus con quelli rossi a due piani di Londra (ma sono made in China). Nel fiume sono spuntate infine tre grosse navi dei pirati degne di EuroDisney. Sono l'apoteosi di quella Europe's capital of kitsch di cui scrivono scuotendo la testata i media stranieri, che definiscono Skopje la Las Vegas dei Balcani (la fontana dal getto colorato ai piedi della statua di Alessandro può ricordare in effetti quella del Bellagio Hotel).
L'operazione non è stata senza conseguenze. Da un lato ha fatto crescere il turismo: le navi dei pirati sono un ottimo sfondo per un selfie - da scattare mentre i ristoranti lungo il Vardar alternano trombe balcaniche a Solo noi di Toto Cutugno - e sulle bancarelle Alessandro Magno tira molto (se la batte con Madre Teresa di Calcutta, che, lei sì, nacque qui). Ma ha anche coperto il Paese di ridicolo. Sentite per esempio, quando gli chiediamo a chi appartenga Alessandro Magno, cosa risponde Robin Lane Fox, docente di Oxford e biografo del Conquistatore: "La sua Macedonia si trova oggi quasi tutta nella Grecia del Nord. Lui nacque, crebbe e studiò sempre vicino Salonicco. E parlava greco. Quindi solo la Grecia ha diritto ad usare il nome Macedonia. Fyrom non ne ha alcuno. Cosa penserebbe Alessandro di tutto questo fracasso? A uno che fondò almeno sedici città in Asia, cosa vuole che potrebbe importare delle infondate rivendicazioni di un posto chiamato Fyrom?".
Per l'operazione Skopje 2014, Gruevski è stato accusato di spreco di soldi pubblici, visto che il costo iniziale di 80 milioni di euro è schizzato a 600. Ma non si sa bene se a segnare la sua fine sia stato questo scandalo o un altro - avrebbe usato l'Intelligence per spiare ventimila funzionari e politici. Fatto sta che, tra processi e primavere di piazza, il suo decennio si è chiuso con ignominia. Così il socialdemocratico Zoran Zaev, alleato al partito albanese, un anno fa ha vinto le elezioni ed è diventato premier. E a quel punto è arrivata la svolta.
I governi di centrosinistra al potere oggi sia a Skopje che ad Atene finalmente si incontrano in cerca di un accordo che possa spalancare alla Macedonia le porte della Nato, magari già dal summit di luglio, e poi quelle della Ue. Zaev, per favorire l'intesa, ha ribattezzato lo scalo della capitale Aeroporto Internazionale, trasformato l'autostrada Alessandro Magno in Autostrada dell'Amicizia e fermato i lavori di Skopje 2014 cominciando a rimuovere alcune statue. È vero che ad Atene la coalizione di Alexis Tsipras dipende da un partitino di destra sensibile al tema, ma anche Angela Merkel ha detto che "non si è mai stati così vicini a un'intesa". E il mese scorso la Commissione europea ha proposto l'apertura dei negoziati per l'adesione.
Ha ritrovato entusiasmo pure Matthew Nimetz, l'anziano mediatore Onu che segue la questione dal 1994 - per la cifra simbolica di un dollaro l'anno - e che propone un New, o Northern o un ancor più gettonato, Upper da anteporre a Macedonia.
"Il negoziato resta difficile, ma l'ottimismo è comprensibile" ci spiega l'ambasciatore italiano Carlo Romeo sulla balconata della bella villa Skaperda, nostra sede diplomatica, mentre la gatta Italia passeggia pacifica. "I negoziati si sono riaperti dopo tre anni di stallo, e per la prima volta Skopje ha accettato l'inserimento di un suffisso geografico". Ma in caso di fallimento? Una porta sbattuta in faccia può condurre a una deriva autoritaria, modello Turchia? "Non credo. Il Paese ha cambiato passo. I macedoni sono convinti che non ci sia alternativa credibile all'ingresso nell'Ue e nella Nato".
Il cambio di passo si è visto anche con la firma di uno storico accordo con la Bulgaria, e poi il 14 marzo con il riconoscimento dell'albanese come seconda lingua ufficiale, una rivoluzione per una minoranza che rappresenta il 25 per cento della popolazione e il cui cuore batte forse più con Tirana, come dimostrano le bandiere albanesi che si incontrano a Tetovo o nell'Old Bazaar della capitale.
Non tutti tifano accordo, però. I nazionalisti sono scesi in piazza, sia a Salonicco che a Skopje. Qui li ha organizzati il movimento WeAreMacedonia. Ce lo raccontano vicino alle frange più oltranziste del partito di Gruevski, ma è guidato dalla potente United Macedonian Diaspora che ha sede a Washington. "Per noi l'unica soluzione è chiamarci Republic of Macedonia, che è anche il nome con cui il Paese è stato già riconosciuto da 137 Stati" risponde via mail il presidente dell'Umd, Meto Koloski, nato a Garfield, New Jersey. "Dovremmo ritirarci dai negoziati, perché Atene pretende non solo il cambio del nome ma anche che si debba usare solo in macedone, GornaMakedonija, senza poterlo tradurre in Upper Macedonia e pure tutto attaccato! Un suicidio". Koloski spiega che in due mesi WeAreMacedonia ha tenuto 40 manifestazioni in tutto il mondo ("Anche ad Asti, dove c'è un'ampia comunità"), e sostiene che il mancato riconoscimento della Repubblica abbia rinvigorito i nazionalismi dei vicini, come quelli in Albania, che avrebbero ambizioni territoriali.
Chi spera in un rapido compromesso sono invece i dirigenti locali del Jef, i giovani federalisti europei, l'organizzazione continentale che quest'anno ha tenuto proprio a Skopje il suo raduno. "A chi appartiene Alessandro Magno? Al mondo intero" ci dicono, sotto la statua di "Alex", Jelena Peroska, Ivan Nikolovski e Slavko Miladinovski, età media 27 anni, master a Sarajevo o alla Ceu di Budapest, l'università di quel George Soros che pure qui è visto dalle destre come il Male assoluto. "Per noi le identità nazionali sono un peso. Guardiamo al futuro e a tutto ciò che ci unisce invece che dividerci". "L'operazione Skopje 2014 voleva oscurare anche l'Old Bazaar della città: ma perché mai dovremmo vergognarci del dominio ottomano che è durato 500 anni, fino al 1912? Voi vi vergognate dell'eredità normanna?" domandano, mentre il frastuono della fontana attutisce il richiamo di un muezzin.
Identità rigide (e un po' farlocche) contro identità plurali. Società chiuse o aperte. È una battaglia che si combatte ovunque. Questa terra, però, è da sempre una "macedonia". Letteralmente. L'uso della parola per indicare "un composto di frutta tagliata a pezzetti e variamente condita" deriva infatti (Treccani) "dal nome della regione, con allusione alla mescolanza di popoli di essa" e in riferimento alla provincia ottomana, che includeva tre Macedonie: la bulgara, l'attuale Fyrom e la greca con Salonicco ("tornata" alla Grecia solo nel 1912).
"Il meccanismo delle sanzioni Ue ci spingerebbe a essere meno corrotti e più democratici" dicono i tre europeisti: "La maggioranza della popolazione vuole entrare in Europa e non ha alcun problema con la Grecia, dove si va regolarmente in vacanza e con cui si fanno affari". Quanto a loro, sognano Barcellona e Sarajevo, leggono Eco e guardano i film di Bergman. Venisse rimossa la statua di Alessandro, come si ipotizza, chi vorrebbero al suo posto? "Willy Brandt", "Tito", "Una scultura futurista". Anche se alla fine, "chiunque ci metti" rispondono in coro "un piccione gli cacherà in testa".
A Skopje, scopriamo infine, non esiste un ristorante greco. TripAdvisor porta memoria di uno "Zorbas", ma ha chiuso. Zorbas. Cioè Zorba il greco. Pochi lo sanno, ma George Zorbas, che ispirò il romanzo di Nikos Kazantzakis e il film con Anthony Quinn, la cui colonna sonora è diventata nel mondo un secondo inno della Grecia, visse qui l'ultima delle sue vite. Il nostro viaggio nella questione macedone lo chiudiamo allora davanti a questo "monumento": cimitero di Butel, lotto 17, vicolo 3, tomba 23. Nell'ovale della foto, Zorba è un po' corrucciato (d'altronde, è morto). Ma da bravo viveur è impeccabile col suo papillon. Dopo aver fatto il monaco e il minatore in Grecia, visse 20 anni a Skopje, dove passava le notti a cantare e ballare e dove morì nel 1941. La sua figura cosmopolita dovrebbe aiutare i due Paesi a capire che sono più le cose che li uniscono che quelle che li dividono. Come il Vardar, che in Grecia diventa Axios, ma è sempre lo stesso fiume. Un accordo è possibile. Se non nel nome di Alessandro Magno, almeno nel suo. Pensaci tu, Zorba. Insegnagli a ballare.
Sul Venerdì dell'11 maggio 2018
Quando nel 1991 la Repubblica di Macedonia ottenne l'indipendenza dopo la fine della Jugoslavia, la Grecia si oppose al suo riconoscimento internazionale: quel nome possiamo usarlo solo noi - disse Atene - perché è la nostra regione settentrionale, quella di Salonicco. La piccola Macedonia di Skopje abbozzò. Accettò di chiamarsi, temporaneamente e solo nei rapporti internazionali, Former Yugoslav Republic Of Macedonia, cioè Fyrom, e tolse dalla bandiera il Sole di Verghina, che Atene rivendica per sé associandolo alla dinastia di Filippo II il Macedone e di suo figlio Alessandro Magno. Si andò avanti così, con negoziati inconcludenti, fino al 2006, quando a Skopje salì al potere il nazionalista Nikola Gruevski, e nel 2008, a sorpresa, Atene mise il veto all'ingresso del Paese nella Nato. La situazione, allora, precipitò.
Per mettere pressione alla Grecia e stimolare l'orgoglio dei cittadini, l'ex broker Gruevski scommise tutto sulla politica dell'Antikvizatzija, l'"antichizzazione". Che si tradusse nel faraonico progetto Skopje 2014. La capitale fu inondata di centinaia di statue pseudo-antiche e maestosi edifici finto-neoclassici. Gruevski fece poi di tutto per reclamare alla sua nazione l'eredità di Alessandro Magno: gli intitolò appunto l'aeroporto di Skopje, l'autostrada che porta in Grecia e, nel 2011, gli dedicò la statua di 28 metri che domina la centrale piazza Macedonia. Eresse inoltre una statua a Filippo II - a cui ha intitolato pure lo stadio - e una alla madre Olimpia incinta.
Gruevski mobilitò anche gli archeologi in cerca di antiche tombe macedoni, ma i suoi Indiana Jones riportarono alla luce solo le tante monetine ora esposte nel nuovo Museo archeologico. In questa confusa operazione di nation building, Gruevski ha innalzato pure un arco di trionfo che neanche Parigi, si è ispirato a Roma ("C'è una fontana con un obelisco, è molto carina" si sente in un'intercettazione) e ha cambiato i vecchi bus con quelli rossi a due piani di Londra (ma sono made in China). Nel fiume sono spuntate infine tre grosse navi dei pirati degne di EuroDisney. Sono l'apoteosi di quella Europe's capital of kitsch di cui scrivono scuotendo la testata i media stranieri, che definiscono Skopje la Las Vegas dei Balcani (la fontana dal getto colorato ai piedi della statua di Alessandro può ricordare in effetti quella del Bellagio Hotel).
L'operazione non è stata senza conseguenze. Da un lato ha fatto crescere il turismo: le navi dei pirati sono un ottimo sfondo per un selfie - da scattare mentre i ristoranti lungo il Vardar alternano trombe balcaniche a Solo noi di Toto Cutugno - e sulle bancarelle Alessandro Magno tira molto (se la batte con Madre Teresa di Calcutta, che, lei sì, nacque qui). Ma ha anche coperto il Paese di ridicolo. Sentite per esempio, quando gli chiediamo a chi appartenga Alessandro Magno, cosa risponde Robin Lane Fox, docente di Oxford e biografo del Conquistatore: "La sua Macedonia si trova oggi quasi tutta nella Grecia del Nord. Lui nacque, crebbe e studiò sempre vicino Salonicco. E parlava greco. Quindi solo la Grecia ha diritto ad usare il nome Macedonia. Fyrom non ne ha alcuno. Cosa penserebbe Alessandro di tutto questo fracasso? A uno che fondò almeno sedici città in Asia, cosa vuole che potrebbe importare delle infondate rivendicazioni di un posto chiamato Fyrom?".
Per l'operazione Skopje 2014, Gruevski è stato accusato di spreco di soldi pubblici, visto che il costo iniziale di 80 milioni di euro è schizzato a 600. Ma non si sa bene se a segnare la sua fine sia stato questo scandalo o un altro - avrebbe usato l'Intelligence per spiare ventimila funzionari e politici. Fatto sta che, tra processi e primavere di piazza, il suo decennio si è chiuso con ignominia. Così il socialdemocratico Zoran Zaev, alleato al partito albanese, un anno fa ha vinto le elezioni ed è diventato premier. E a quel punto è arrivata la svolta.
I governi di centrosinistra al potere oggi sia a Skopje che ad Atene finalmente si incontrano in cerca di un accordo che possa spalancare alla Macedonia le porte della Nato, magari già dal summit di luglio, e poi quelle della Ue. Zaev, per favorire l'intesa, ha ribattezzato lo scalo della capitale Aeroporto Internazionale, trasformato l'autostrada Alessandro Magno in Autostrada dell'Amicizia e fermato i lavori di Skopje 2014 cominciando a rimuovere alcune statue. È vero che ad Atene la coalizione di Alexis Tsipras dipende da un partitino di destra sensibile al tema, ma anche Angela Merkel ha detto che "non si è mai stati così vicini a un'intesa". E il mese scorso la Commissione europea ha proposto l'apertura dei negoziati per l'adesione.
Ha ritrovato entusiasmo pure Matthew Nimetz, l'anziano mediatore Onu che segue la questione dal 1994 - per la cifra simbolica di un dollaro l'anno - e che propone un New, o Northern o un ancor più gettonato, Upper da anteporre a Macedonia.
"Il negoziato resta difficile, ma l'ottimismo è comprensibile" ci spiega l'ambasciatore italiano Carlo Romeo sulla balconata della bella villa Skaperda, nostra sede diplomatica, mentre la gatta Italia passeggia pacifica. "I negoziati si sono riaperti dopo tre anni di stallo, e per la prima volta Skopje ha accettato l'inserimento di un suffisso geografico". Ma in caso di fallimento? Una porta sbattuta in faccia può condurre a una deriva autoritaria, modello Turchia? "Non credo. Il Paese ha cambiato passo. I macedoni sono convinti che non ci sia alternativa credibile all'ingresso nell'Ue e nella Nato".
Il cambio di passo si è visto anche con la firma di uno storico accordo con la Bulgaria, e poi il 14 marzo con il riconoscimento dell'albanese come seconda lingua ufficiale, una rivoluzione per una minoranza che rappresenta il 25 per cento della popolazione e il cui cuore batte forse più con Tirana, come dimostrano le bandiere albanesi che si incontrano a Tetovo o nell'Old Bazaar della capitale.
Non tutti tifano accordo, però. I nazionalisti sono scesi in piazza, sia a Salonicco che a Skopje. Qui li ha organizzati il movimento WeAreMacedonia. Ce lo raccontano vicino alle frange più oltranziste del partito di Gruevski, ma è guidato dalla potente United Macedonian Diaspora che ha sede a Washington. "Per noi l'unica soluzione è chiamarci Republic of Macedonia, che è anche il nome con cui il Paese è stato già riconosciuto da 137 Stati" risponde via mail il presidente dell'Umd, Meto Koloski, nato a Garfield, New Jersey. "Dovremmo ritirarci dai negoziati, perché Atene pretende non solo il cambio del nome ma anche che si debba usare solo in macedone, GornaMakedonija, senza poterlo tradurre in Upper Macedonia e pure tutto attaccato! Un suicidio". Koloski spiega che in due mesi WeAreMacedonia ha tenuto 40 manifestazioni in tutto il mondo ("Anche ad Asti, dove c'è un'ampia comunità"), e sostiene che il mancato riconoscimento della Repubblica abbia rinvigorito i nazionalismi dei vicini, come quelli in Albania, che avrebbero ambizioni territoriali.
Chi spera in un rapido compromesso sono invece i dirigenti locali del Jef, i giovani federalisti europei, l'organizzazione continentale che quest'anno ha tenuto proprio a Skopje il suo raduno. "A chi appartiene Alessandro Magno? Al mondo intero" ci dicono, sotto la statua di "Alex", Jelena Peroska, Ivan Nikolovski e Slavko Miladinovski, età media 27 anni, master a Sarajevo o alla Ceu di Budapest, l'università di quel George Soros che pure qui è visto dalle destre come il Male assoluto. "Per noi le identità nazionali sono un peso. Guardiamo al futuro e a tutto ciò che ci unisce invece che dividerci". "L'operazione Skopje 2014 voleva oscurare anche l'Old Bazaar della città: ma perché mai dovremmo vergognarci del dominio ottomano che è durato 500 anni, fino al 1912? Voi vi vergognate dell'eredità normanna?" domandano, mentre il frastuono della fontana attutisce il richiamo di un muezzin.
Identità rigide (e un po' farlocche) contro identità plurali. Società chiuse o aperte. È una battaglia che si combatte ovunque. Questa terra, però, è da sempre una "macedonia". Letteralmente. L'uso della parola per indicare "un composto di frutta tagliata a pezzetti e variamente condita" deriva infatti (Treccani) "dal nome della regione, con allusione alla mescolanza di popoli di essa" e in riferimento alla provincia ottomana, che includeva tre Macedonie: la bulgara, l'attuale Fyrom e la greca con Salonicco ("tornata" alla Grecia solo nel 1912).
"Il meccanismo delle sanzioni Ue ci spingerebbe a essere meno corrotti e più democratici" dicono i tre europeisti: "La maggioranza della popolazione vuole entrare in Europa e non ha alcun problema con la Grecia, dove si va regolarmente in vacanza e con cui si fanno affari". Quanto a loro, sognano Barcellona e Sarajevo, leggono Eco e guardano i film di Bergman. Venisse rimossa la statua di Alessandro, come si ipotizza, chi vorrebbero al suo posto? "Willy Brandt", "Tito", "Una scultura futurista". Anche se alla fine, "chiunque ci metti" rispondono in coro "un piccione gli cacherà in testa".
A Skopje, scopriamo infine, non esiste un ristorante greco. TripAdvisor porta memoria di uno "Zorbas", ma ha chiuso. Zorbas. Cioè Zorba il greco. Pochi lo sanno, ma George Zorbas, che ispirò il romanzo di Nikos Kazantzakis e il film con Anthony Quinn, la cui colonna sonora è diventata nel mondo un secondo inno della Grecia, visse qui l'ultima delle sue vite. Il nostro viaggio nella questione macedone lo chiudiamo allora davanti a questo "monumento": cimitero di Butel, lotto 17, vicolo 3, tomba 23. Nell'ovale della foto, Zorba è un po' corrucciato (d'altronde, è morto). Ma da bravo viveur è impeccabile col suo papillon. Dopo aver fatto il monaco e il minatore in Grecia, visse 20 anni a Skopje, dove passava le notti a cantare e ballare e dove morì nel 1941. La sua figura cosmopolita dovrebbe aiutare i due Paesi a capire che sono più le cose che li uniscono che quelle che li dividono. Come il Vardar, che in Grecia diventa Axios, ma è sempre lo stesso fiume. Un accordo è possibile. Se non nel nome di Alessandro Magno, almeno nel suo. Pensaci tu, Zorba. Insegnagli a ballare.
Sul Venerdì dell'11 maggio 2018