Addio a Bernard Lewis, lo storico che avvertì la minaccia di Bin Laden
Susanna Nirenstein , di SUSANNA NIRENSTEINÈ morto negli Stati uniti lo studioso considerato fra i massimi esperti del mondo islamico. Fu lui a parlare per primo di “conflitto di civiltà”
A fine maggio avrebbe compiuto 102 anni. Fantastico, come fantastici erano i suoi modi british, con quel bofonchiare e quell'humour perfetto, il bicchiere di whiskey prima di cena. Com'è andato il viaggio? Gli si chiedeva quando arrivava dai frequenti voli transoceanici per conferenze e residenze all'estero, e lui sorrideva ironico: "Del tipo che preferisco, uneventfull, privo di eventi". Era l'intelligenza, una sorta di onniscienza, a illuminare lo sguardo di Bernard Lewis, il più influente studioso di storia mediorientale secondo l'Encyclopedia of Historians and Historical Writing, inglese, volato negli States nel '78 per insegnare all'università di Princeton dove ha vissuto fino al 2011 e muoversi poi a Filadelfia, dove sabato è morto.
Il sapere gli dava quasi un'aura di preveggenza, ma odiava essere considerato un guru. Eppure è stato lui il primo ad usare la formula clash of civilization, conflitto di c…
Il sapere gli dava quasi un'aura di preveggenza, ma odiava essere considerato un guru. Eppure è stato lui il primo ad usare la formula clash of civilization, conflitto di c…
A fine maggio avrebbe compiuto 102 anni. Fantastico, come fantastici erano i suoi modi british, con quel bofonchiare e quell'humour perfetto, il bicchiere di whiskey prima di cena. Com'è andato il viaggio? Gli si chiedeva quando arrivava dai frequenti voli transoceanici per conferenze e residenze all'estero, e lui sorrideva ironico: "Del tipo che preferisco, uneventfull, privo di eventi". Era l'intelligenza, una sorta di onniscienza, a illuminare lo sguardo di Bernard Lewis, il più influente studioso di storia mediorientale secondo l'Encyclopedia of Historians and Historical Writing, inglese, volato negli States nel '78 per insegnare all'università di Princeton dove ha vissuto fino al 2011 e muoversi poi a Filadelfia, dove sabato è morto.
Il sapere gli dava quasi un'aura di preveggenza, ma odiava essere considerato un guru. Eppure è stato lui il primo ad usare la formula clash of civilization, conflitto di civiltà, nel 1957 (adottata da Huntington mezzo secolo dopo) per parlare della relazione tra l'universo islamico che non aveva conosciuto il secolarismo e la cristianità dove invece potere e religione si erano sempre più separati. Fu lui nei Settanta a capire la portata fondamentalista e millenaristica di Khomeini ancora in esilio a Parigi, lui nel 1990 a scrivere un saggio sulla rabbia islamica quando ancora il tema era impensabile, e nel '98 a individuare negli scritti di un saudita in esilio, Osama Bin Laden, la proclamazione della guerra ai crociati e agli ebrei per la riconquista dei territori sottratti nei secoli ai musulmani, compresa la Spagna, e a intuirne la minaccia reale; lui a mandare in stampa, pochi giorni prima dell'11 settembre 2001, What went wrong?, cos'è andato storto nell'impatto tra Occidente e Islam. Dopo l'espulsione degli infedeli e dei loro eserciti dalle terre islamiche, ora il conflitto per gli estremisti musulmani si spostava nel territorio del nemico.
Certo, lo consultarono i governi di mezzo mondo: che altro dovevano fare mentre detonavano gli attentati? Era lui che aveva compreso come il mondo islamico non avesse sopportato, dopo splendori e primazia secolari (che non si stancava di sottolineare e di apprezzare) la sua decadenza militare, tecnica, economica, culturale e invece di interrogarsi sulle ragioni interne (ai primi posti vedeva l'emarginazione e la sottommissione delle donne) si fosse limitato ad accusare l'imperialismo occidentale, che però era durato un pugno o due di decenni, poco in confronto alla lunga storia precedente e successiva. Fu lui a vedere il risveglio radicale dell'Islam, a possedere uno sguardo sapiente su un universo misterioso per i più. Dopo le Torri gemelle lo hanno chiamato non solo Cheney e Condoleeza Rice, ma leader giordani, egiziani, turchi, gli Emirati.
La chiave della sua passione erano state le lingue: da quando a 13 anni aveva affrontato da buon ragazzo ebreo di una famiglia assai laica il bar-mitzvah, la maggiore età, studiando l'ebraico. Era stato, appunto, l'inizio di un amore (per tutta la vita di adulto Bernard Lewis ha passato tre mesi l'anno in Israele). Da lì era passato all'aramaico. Il francese e il latino erano già nel carnet. Faceva letture e traduzioni raffinate. A 14 anni fu la volta dell'italiano. Del tedesco. Quello che l'affascinava, visto il suo precoce interesse per la storia, era studiarla da tutte le prospettive dei protagonisti: così quando al college volle affrontare il Medio Oriente, imparò anche l'arabo, e subito dopo il turco. Già nel '37 Lewis pubblicava i primi articoli: erano sulle gilde islamiche del medioevo, e sugli ismaeliti. Viaggiò per sei mesi in Egitto, nella Palestina dei Britannici, in Siria, Libano: "Fu come andare incontro alla mia promessa sposa".
Poi la guerra. Viste le sue conoscenze lavorò nell'Intelligence dell'esercito britannico. Captò la notizia dell'alleanza tra giapponesi e tedeschi, e fu essenziale nel cogliere i vari movimenti di avvicinamento dei paesi islamici all'Asse. Cominciò a dover riflettere sulla sua identità ebraica. Quando dormiva a Londra, sotto i bombardamenti, dopo la prima volta nel rifugio, decise di rimanere a letto. Si spostò in Egitto, a Baghdad. Gli aneddoti e i pensieri che racconta su quel periodo nel suo ultimo libro uscito nel 2013, Notes on a Century. Reflections of a Middle East Historian, sono a volte imperdibili. Nell'estate del '45 fu al Cairo, Gerusalemme, Baghdad, Damasco, Beirut. Dovunque si creò una rete di amicizie universitarie e diplomatiche con cui parlava degli avvenimenti in corso, e si scambiava barzellette. La sua mente ticchettava insieme agli orologi dei deserti, ne comprendeva le scansioni.
Fu dopo la guerra che fece fare un salto agli studi orientalisti: non più solo un insegnamento linguistico, letterario, culturale, teologico come quello che l'aveva preceduto, ma ricerca e storia. Indagò da pioniere la vita degli ebrei nei paesi musulmani, i temi della schiavitù. Scrisse nel '61 The emergence of Modern Turkey dopo aver visto le prime elezioni libere in quello Stato, in cui definì lo sterminio degli Armeni "olocausto", termine che cambiò nell'edizione nel 2002 in slaughter, massacro, provocando non poche polemiche, "ma compararlo a quello che era successo agli ebrei europei per mano nazista era impossibile". Poco dopo uscì The Arabs in History. Visse con apprensione la relazione tra Urss e paesi arabi, la Guerra dei Sei Giorni del '67 e quella del Kippur, nel '73, circostanza in cui sottolineava quanto fosse necessario mantenere dritta la barra sullo studio oggettivo della storia.
L'impostazione di Lewis però non piaceva a molti, soprattutto ai cosiddetti arabisti: nel '78 Edward Said pubblicò Orientalism, che divenne una sorta di manuale per la teoria post-coloniale: Said sosteneva che l'indagine occidentale del Medio Oriente era un'altra manifestazione imperialista: al contrario, diceva, quella era un'area che andava esaminata dai popoli che ne facevano parte. Lewis, a suo parere, mostrava un pregiudizio eurocentrico e anti arabo-islamico. Il professore di Princeton rispose che se l'Urss fosse stata indagata solo dagli storici sovietici, nessuno avrebbe mai visto, prima della sua caduta, in cosa realmente consistesse il comunismo reale. Da allora però ebbe sempre più nemici.
L'11 settembre lo riportò al centro del dibattito: Lewis fu davvero l'unico a percepire la nascita del fondamentalismo e a prevedere gli sviluppi della jihad globale. Condoleeza Rice regalò a Bush What went wrong. E Lewis divenne un nemico dell'accademia pacifista. Ma ha sempre negato, e nel suo ultimo libro lo fa ripetutamente, di aver appoggiato l'invasione dell'Iraq: "Quel che volevo era che si aiutassero gli abitanti del Nord a creare un governo indipendente". Vero? Falso? Comunque sia, Bernard Lewis fu il più grande, il solo a poter interpretare cosa stava partorendo l'Islam: a parere di Ian Buruma l'amava fin troppo, tanto da credere che l'Occidente potesse salvare la sua vera anima, la sua millenaria civiltà.
Il sapere gli dava quasi un'aura di preveggenza, ma odiava essere considerato un guru. Eppure è stato lui il primo ad usare la formula clash of civilization, conflitto di civiltà, nel 1957 (adottata da Huntington mezzo secolo dopo) per parlare della relazione tra l'universo islamico che non aveva conosciuto il secolarismo e la cristianità dove invece potere e religione si erano sempre più separati. Fu lui nei Settanta a capire la portata fondamentalista e millenaristica di Khomeini ancora in esilio a Parigi, lui nel 1990 a scrivere un saggio sulla rabbia islamica quando ancora il tema era impensabile, e nel '98 a individuare negli scritti di un saudita in esilio, Osama Bin Laden, la proclamazione della guerra ai crociati e agli ebrei per la riconquista dei territori sottratti nei secoli ai musulmani, compresa la Spagna, e a intuirne la minaccia reale; lui a mandare in stampa, pochi giorni prima dell'11 settembre 2001, What went wrong?, cos'è andato storto nell'impatto tra Occidente e Islam. Dopo l'espulsione degli infedeli e dei loro eserciti dalle terre islamiche, ora il conflitto per gli estremisti musulmani si spostava nel territorio del nemico.
Certo, lo consultarono i governi di mezzo mondo: che altro dovevano fare mentre detonavano gli attentati? Era lui che aveva compreso come il mondo islamico non avesse sopportato, dopo splendori e primazia secolari (che non si stancava di sottolineare e di apprezzare) la sua decadenza militare, tecnica, economica, culturale e invece di interrogarsi sulle ragioni interne (ai primi posti vedeva l'emarginazione e la sottommissione delle donne) si fosse limitato ad accusare l'imperialismo occidentale, che però era durato un pugno o due di decenni, poco in confronto alla lunga storia precedente e successiva. Fu lui a vedere il risveglio radicale dell'Islam, a possedere uno sguardo sapiente su un universo misterioso per i più. Dopo le Torri gemelle lo hanno chiamato non solo Cheney e Condoleeza Rice, ma leader giordani, egiziani, turchi, gli Emirati.
La chiave della sua passione erano state le lingue: da quando a 13 anni aveva affrontato da buon ragazzo ebreo di una famiglia assai laica il bar-mitzvah, la maggiore età, studiando l'ebraico. Era stato, appunto, l'inizio di un amore (per tutta la vita di adulto Bernard Lewis ha passato tre mesi l'anno in Israele). Da lì era passato all'aramaico. Il francese e il latino erano già nel carnet. Faceva letture e traduzioni raffinate. A 14 anni fu la volta dell'italiano. Del tedesco. Quello che l'affascinava, visto il suo precoce interesse per la storia, era studiarla da tutte le prospettive dei protagonisti: così quando al college volle affrontare il Medio Oriente, imparò anche l'arabo, e subito dopo il turco. Già nel '37 Lewis pubblicava i primi articoli: erano sulle gilde islamiche del medioevo, e sugli ismaeliti. Viaggiò per sei mesi in Egitto, nella Palestina dei Britannici, in Siria, Libano: "Fu come andare incontro alla mia promessa sposa".
Poi la guerra. Viste le sue conoscenze lavorò nell'Intelligence dell'esercito britannico. Captò la notizia dell'alleanza tra giapponesi e tedeschi, e fu essenziale nel cogliere i vari movimenti di avvicinamento dei paesi islamici all'Asse. Cominciò a dover riflettere sulla sua identità ebraica. Quando dormiva a Londra, sotto i bombardamenti, dopo la prima volta nel rifugio, decise di rimanere a letto. Si spostò in Egitto, a Baghdad. Gli aneddoti e i pensieri che racconta su quel periodo nel suo ultimo libro uscito nel 2013, Notes on a Century. Reflections of a Middle East Historian, sono a volte imperdibili. Nell'estate del '45 fu al Cairo, Gerusalemme, Baghdad, Damasco, Beirut. Dovunque si creò una rete di amicizie universitarie e diplomatiche con cui parlava degli avvenimenti in corso, e si scambiava barzellette. La sua mente ticchettava insieme agli orologi dei deserti, ne comprendeva le scansioni.
Fu dopo la guerra che fece fare un salto agli studi orientalisti: non più solo un insegnamento linguistico, letterario, culturale, teologico come quello che l'aveva preceduto, ma ricerca e storia. Indagò da pioniere la vita degli ebrei nei paesi musulmani, i temi della schiavitù. Scrisse nel '61 The emergence of Modern Turkey dopo aver visto le prime elezioni libere in quello Stato, in cui definì lo sterminio degli Armeni "olocausto", termine che cambiò nell'edizione nel 2002 in slaughter, massacro, provocando non poche polemiche, "ma compararlo a quello che era successo agli ebrei europei per mano nazista era impossibile". Poco dopo uscì The Arabs in History. Visse con apprensione la relazione tra Urss e paesi arabi, la Guerra dei Sei Giorni del '67 e quella del Kippur, nel '73, circostanza in cui sottolineava quanto fosse necessario mantenere dritta la barra sullo studio oggettivo della storia.
L'impostazione di Lewis però non piaceva a molti, soprattutto ai cosiddetti arabisti: nel '78 Edward Said pubblicò Orientalism, che divenne una sorta di manuale per la teoria post-coloniale: Said sosteneva che l'indagine occidentale del Medio Oriente era un'altra manifestazione imperialista: al contrario, diceva, quella era un'area che andava esaminata dai popoli che ne facevano parte. Lewis, a suo parere, mostrava un pregiudizio eurocentrico e anti arabo-islamico. Il professore di Princeton rispose che se l'Urss fosse stata indagata solo dagli storici sovietici, nessuno avrebbe mai visto, prima della sua caduta, in cosa realmente consistesse il comunismo reale. Da allora però ebbe sempre più nemici.
L'11 settembre lo riportò al centro del dibattito: Lewis fu davvero l'unico a percepire la nascita del fondamentalismo e a prevedere gli sviluppi della jihad globale. Condoleeza Rice regalò a Bush What went wrong. E Lewis divenne un nemico dell'accademia pacifista. Ma ha sempre negato, e nel suo ultimo libro lo fa ripetutamente, di aver appoggiato l'invasione dell'Iraq: "Quel che volevo era che si aiutassero gli abitanti del Nord a creare un governo indipendente". Vero? Falso? Comunque sia, Bernard Lewis fu il più grande, il solo a poter interpretare cosa stava partorendo l'Islam: a parere di Ian Buruma l'amava fin troppo, tanto da credere che l'Occidente potesse salvare la sua vera anima, la sua millenaria civiltà.