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“Viminale e strada”: Salvini sfida già la Ue sulle quote migranti

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L’obiettivo: tagliare i 5 miliardi per l’accoglienza. Al ministero con il rosario. Sottosegretario, l’ipotesi del sindacalista ultrà Tonelli
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Dunque, alla fine, il Barbaro è arrivato. Matteo Salvini si tiene la proprietà del partito e si prende il Palazzo e la scrivania di Giolitti. Relè del sistema nervoso centrale del potere repubblicano. E lo fa con scena studiata: alle 20 di un venerdì, in una riunione convocata ad horas con il capo della Polizia Franco Gabrielli e i capi dei dipartimenti che finirà dopo le 22. Con un copione che non deve mostrare smanie rivoluzionarie da presa del Palazzo d'Inverno. Piuttosto, ostentare la dimensione "social" del Populista di lotta e di governo "subito al lavoro per l'Italia", "in ufficio e in strada, in strada, in strada...". In diretta a La7, in maniche di camicia, cravatta verde da segretario della Lega. Ma con in tasca il rosario, però. Oggi in grisaglia alla Parata, domani in Sicilia, per qualche selfie tra gli uomini in divisa lungo la "frontiera meridionale".

E quindi pronto a cantarle in …
Dunque, alla fine, il Barbaro è arrivato. Matteo Salvini si tiene la proprietà del partito e si prende il Palazzo e la scrivania di Giolitti. Relè del sistema nervoso centrale del potere repubblicano. E lo fa con scena studiata: alle 20 di un venerdì, in una riunione convocata ad horas con il capo della Polizia Franco Gabrielli e i capi dei dipartimenti che finirà dopo le 22. Con un copione che non deve mostrare smanie rivoluzionarie da presa del Palazzo d'Inverno. Piuttosto, ostentare la dimensione "social" del Populista di lotta e di governo "subito al lavoro per l'Italia", "in ufficio e in strada, in strada, in strada...". In diretta a La7, in maniche di camicia, cravatta verde da segretario della Lega. Ma con in tasca il rosario, però. Oggi in grisaglia alla Parata, domani in Sicilia, per qualche selfie tra gli uomini in divisa lungo la "frontiera meridionale".

E quindi pronto a cantarle in Europa sulle modifiche al trattato di Dublino già dalla riunione dei ministri dell'Interno europei in Lussemburgo di martedì (dove si discuterà delle quote dei migranti, alla cui accoglienza conta nel frattempo di togliere 5 miliardi in bilancio), gonfiando ancora un po' l'enfasi da streaming di una campagna elettorale che, per lui, sembra non debba finire mai. La domanda è oggi dunque una sola. E tale resterà. Se sarà il Palazzo, come accadde a Roberto Maroni, ad avere ragione del Barbaro. O, al contrario, l'esito sarà quello dello scasso. Della fibrillazione permanente, con un occhio ai sondaggi e un orecchio alle consorterie, anche di categoria, che hanno gonfiato la propaganda e le parole d'ordine della campagna leghista. Su tutte, quella del Sap, sindacato di destra della Polizia (20mila iscritti su 100 mila appartenenti al corpo), il cui ex segretario, Gianni Tonelli, è stato insieme consigliori e ventriloquo del neo-ministro venendone ricompensato con una candidatura e un seggio alla Camera.
 
Già, perché, in fondo, del Viminale e delle politiche di sicurezza e prevenzione, Matteo Salvini nulla sa, al di là di quanto appreso in questi anni dal verbo tossico di Tonelli. L'ex poliziotto nei cui congressi sindacali si applaudivano gli assassini di Federico Aldrovandi, che per anni ha spiegato che Stefano Cucchi la morte se l'era cercata, e che i numeri identificativi per gli agenti in servizio di ordine pubblico e la legge sulla tortura non erano uno strumento di trasparenza democratica, ma una pistola puntata alla tempia delle Forze dell'Ordine. Ebbene, Gianni Tonelli si sente già al Viminale come prossimo sottosegretario. Di questo è convinto e questo lascia che fonti a lui vicine accreditino un istante dopo il giuramento di Salvini da ministro. Le stesse che parlano di una "cambiale politica che Salvini non potrà non onorare".

Per lealtà, ma, soprattutto, per convenienza politica, a meno di non volersi ritrovare solo in quel Palazzo. E dunque privarsi di una voce che gli sussurri all'orecchio quali decisioni andranno prese quando, di qui all'estate, il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ridisegnerà il vertice del Dipartimento di Pubblica sicurezza, con la nomina di uno nuovo vicecapo e un nuovo vicario. O chi provare a imporre quando andranno scelti due questori politicamente di peso come quelli di Roma e Napoli. O che sia in grado di assicurargli il sostegno di una parte dell'apparato quando si tratterà di affrontare con approccio "leghista" le questioni dei migranti, della sicurezza e del "decoro urbano".

Onorare o meno la cambiale Tonelli sarà il primo nodo da sciogliere. Perché se il sindacalista-deputato ha un nemico oggi al Viminale, quel nemico è il Capo della Polizia Franco Gabrielli, l'uomo con un'idea e una cultura democratica della Polizia antitetiche alle elucubrazioni del Sap e al gergo da campagna elettorale del neoministro. Gabrielli per altro è stato recentemente riconfermato nell'incarico proprio nella logica del "baluardo repubblicano". E Salvini dovrà scegliere dunque tra il suo tossico ventriloquo (e il suo ex sindacato ora affidato a Stefano Paoloni, altro ultras in divisa) e il solo uomo che, oggi, con la benedizione del Quirinale, ha davvero le chiavi del Viminale, oltre a quelle degli apparati. Maroni, a suo tempo, scelse di lavorare con l'allora capo della Polizia Antonio Manganelli. Salvini dovrà decidere se fare altrettanto con Gabrielli, uomo per altro non incline a compromessi al ribasso.

Né sarà a costo zero la partita con i Prefetti. Nel 2014, Salvini lanciò una campagna per la loro abolizione e, ancora ieri, citando Einaudi, ha ribadito la sua intenzione di devolverne i poteri a favore dei sindaci. E tuttavia, la prima decisione che dovrà prendere sarà proprio quella di scegliersi un prefetto che gli faccia da Capo di Gabinetto. E un viceprefetto che sia nella sua segreteria tecnica. Uffici lasciati vuoti dal suo predecessore. Gente silenziosa, i Prefetti. Ma rapida ad annusare i nuovi inquilini del Palazzo. E capaci di farsene un boccone.