Il Piave mormora ancora: i ricordi della Grande guerra
Paolo Rumiz , di PAOLO RUMIZChe cosa resta delle battaglie combattute cento anni fa su queste rive? Tra turisti tedeschi, musei fatti in casa e pesche miracolose, più di quanto si possa immaginare. Reportage
JESOLO (Venezia). Il posto più tedesco d'Italia è là dove, un secolo fa, i tedeschi furono più sanguinosamente respinti: le foci del Piave, sulla duna che da Jesolo porta all'imbarcadero di Punta Sabbioni. Hanno sfondato, pacificamente, le nostre difese e ora sono attendati a decine di migliaia in un'immensa retrovia, tra postazioni di grossi calibri, forti d'epoca risorgimentale e torri d'avvistamento. È il litorale del Cavallino, che fu più armato della Normandia del '44 e oggi è un'organizzatissima tendopoli a cinque stelle in una foresta di pini marittimi. Eccolo, il Piave cent'anni dopo. Sono gli undicimila "invasori" del campeggio UnionLido che qui ti dicono di aver trovato la loro seconda Heimat, parola-chiave che vuol dire luogo dell'anima. Certi tornano da mezzo secolo, senza interruzione, un record di fedeltà. Trovano ordine tedesco e fantasia italiana espressi al meglio. Un…
JESOLO (Venezia). Il posto più tedesco d'Italia è là dove, un secolo fa, i tedeschi furono più sanguinosamente respinti: le foci del Piave, sulla duna che da Jesolo porta all'imbarcadero di Punta Sabbioni. Hanno sfondato, pacificamente, le nostre difese e ora sono attendati a decine di migliaia in un'immensa retrovia, tra postazioni di grossi calibri, forti d'epoca risorgimentale e torri d'avvistamento. È il litorale del Cavallino, che fu più armato della Normandia del '44 e oggi è un'organizzatissima tendopoli a cinque stelle in una foresta di pini marittimi. Eccolo, il Piave cent'anni dopo. Sono gli undicimila "invasori" del campeggio UnionLido che qui ti dicono di aver trovato la loro seconda Heimat, parola-chiave che vuol dire luogo dell'anima. Certi tornano da mezzo secolo, senza interruzione, un record di fedeltà. Trovano ordine tedesco e fantasia italiana espressi al meglio. Una folla di giardinieri, pulizia perfetta, ristoranti, chiesa con i pastori delle diverse confessioni, nuovissimi giochi d'acqua, piscina per cani, laghetti anti-zanzare e silenzio perfetto dopo le 23. Come ad Amburgo, ma con San Marco a un tiro di schioppo.
Anche i veneti capiscono che Cavallino è un po' meno Italia. Lo vedi perché rallentano in vista delle strisce pedonali. Oggi l'Europa si fa così, per uno strano sortilegio, proprio nei luoghi della guerra. La memoria della Grande Ecatombe unisce. E qui l'hanno capito che turismo non è solo mangia-bevi. La batteria costiera "Vettor Pisani" è diventata museo e oggi vi suonano le bande militari per i nemici di ieri. Nei giorni della battaglia del Solstizio, in cui gli austro-ungarici furono respinti a un passo da Venezia, la leggenda del Piave rievoca una guerra dimenticata di paludi e zanzare, a quota zero. "Non si dice abbastanza che il primo sfondamento è avvenuto qui, ai primi di luglio", racconta Furio Lazzarini, imprenditore turistico con una passionaccia per la storia. "È in zona Jesolo che è stata ripresa l'isola tra la Piave vecchia e il Piave nuovo, più a Oriente". Ed ecco la narrazione di un'epopea fatta di malaria, piedi a mollo nel fango, trincee mezze piene d'acqua, soldati col cappotto anche d'estate per proteggersi dalle punture micidiali. "Guarda" mi dice "oggi la Laguna pullula di aironi e fenicotteri rosa. Ieri era una foresta di cannoni".
Da un tramonto a strisce amaranto emerge la batteria Amalfi, gigante calibro 381 che sparava un colpo da nove quintali al minuto. Il suo tuono scardinava le finestre con lo spostamento d'aria. Il ferro non c'è più, ma il formidabile basamento è lì, artigliato alle sabbie di Cavallino. Dall'alto rivedi l'andirivieni, bragozzi carichi di vettovaglie e munizioni, i treni sulle ferrovie a scartamento ridotto, i magazzini, le cucine e le caserme. La guerra è impressa nella topografia. Certi isolotti sono artificiali, lo capisci dal diverso colore della sabbia, portata lì cent'anni fa nei sacchi di juta. Quarant'anni fa Lazzarini era una voce solitaria nel deserto. La gente aveva dimenticato tutto, anche l'Esercito e la Marina avevano lasciato alle ortiche quell'immenso arsenale. "Oggi le cose stanno cambiando. Torna il gusto delle radici. E se lo Stato è in bolletta, spesso sono i privati a salvare la memoria". Anche la Regione s'è data da fare, con robuste iniezioni di fondi comunitari. Diego stesso fornisce reperti bellici ai musei di mezza Italia. Ne ha a montagne, di venti nazioni.
E via, controcorrente, su per la Piave vecchia, verde e solitaria. Il vento sulle ninfee e il tremolar dei pioppi non svela che qui volarono granate grosse come scaldabagni e si combatterono battaglie di ferocia tremenda. A Caposile il tempo si ferma davanti a un'osteria per grigliate con accanto un ponte di barche e a una passerella a bilancieri. Pare un racconto di Hemingway. A Chiesanuova ecco un campanile mozzo con le campane ripristinate a quota dieci. Andrea Contarin, autista d'autobus, e la commessa Sabrina Zuccon confermano: "Xe sta la guera", quella che in Veneto ha una erre sola. Con i piedi in acqua leggo che oggi il grosso dell'antiquariato '15-'18 è negli Stati Uniti. Motivo: gli americani avevano mandato in Italia un corpo di tremila uomini, in gran parte di cognome italiano, i quali raccoglievano souvenir nell'esotica terra dei padri per spedire in patria tonnellate di roba. L'Italia come il Rwanda o la Cambogia. O come l'Iraq ai tempi di Saddam, quando le divise trafugate del sunnominato furono messe all'asta già prima della sua cattura, processo e impiccagione.
La battaglia del Piave (o della Piave, come si diceva prima del reclutamento patriottico del fiume) la ritrovi dove non te l'aspetti. Persino nel modo in cui è stato stravolto il territorio. Di San Donà, città italiana occupata dall'Austria e duramente bombardata dagli italiani, a fine conflitto era rimasto solo un cumulo di rovine, come Ypres in Fiandra. Solo che Ypres è stata ricostruita com'era, e a San Donà è tutto nuovo. La città più moderna del Veneto, dove il passato si legge in negativo. Da quello che non c'è. Marino Perissinotto, che di mestiere legge il territorio per conto del Comune, dice che per capire davvero servirebbero gli occhiali della macchina del tempo, per non vedere il presente. Lui stesso lavora su due display: uno con le planimetrie d'inizio secolo e uno con le prospezioni aeree di oggi. Due pianeti lontani mille anni. "Su un mondo rurale quasi immobile da secoli sono piovuti in pochi decenni una guerra mondiale, la bonifica fascista, poi il boom economico. Una cesura micidiale della memoria". Le due rive - racconta Roberto Tessari, narratore del fiume e amico del poeta Andrea Zanzotto - hanno memorie diversissime. Sul lato "austriaco" non ci fu solo la distruzione, ma anche la fame, che tra i civili fece più morti della guerra. Gli Imperiali erano allo stremo, senza più vettovaglie, e saccheggiavano i contadini. I quali invece, sulla riva destra, difendevano le loro campagne fino all'ultimo ciliegio dalle scorribande dei fanti del Tricolore, e non importava se quei fanti erano difensori della Patria. Contava la tera, anche quella con una erre sola. L'idea di "Roma ladrona", chissà, forse era nata già allora.
Cimitero monumentale di Fagarè, con un caldo tremendo, sul lato "italiano" del fiume. Spazio marmoreo, vuoto, anaffettivo, dove la voce rimbomba. Le istituzioni lo chiamano sacrario, ma per la gente è ossario. Nome che fotografa l'insulto inferto a quei corpi, fatti scarnificare per ordine del Fascio. Solo ossa dovevano entrare nei loculi, niente materia organica. E sulle lapidi, nome, cognome e basta. Niente dati anagrafici, niente parole di pietà, niente fiori, come nei cimiteri inglesi. Il soldato doveva essere numero, glorificare la Patria in vista di nuove conquiste. Sancire la differenza fra dittatura e democrazia. Da Fagaré verso il Montello religione e Stato vanno a braccetto. Quasi ogni chiesa ha il suo cannone davanti. Ma lo Stato non ha più un soldo e il sacrario dei diecimila è tenuto in ordine da volontari, spiega Giovanni Callegari, grafico con addosso una passione scoutistica per il territorio di casa. È la guida giusta per un altro mondo, l'arcipelago delle memorie spontanee, disseminate nei campi di grano e papaveri.
Il fiume rallenta. Cent'anni fa faceva arenare i corpi, come la Drina alla confluenza con la Sava durante i massacri in Bosnia. Ghiaie di cui è rimasto solo il nome: "Isola dei morti". Su una Land Rover impolverata viaggiamo per sterrati nel cuneo della controffensiva italiana di fine conflitto. Mulino Sega, battesimo del fuoco dei Ragazzi del Novantanove, con una bandiera e una lapide recente che inneggia alla pace. Saletto, con qualche trincea restaurata alla buona e veneti sui lettini a far bagno di sole tra le lucertole. A Candelù, luogo di feroci scontri, sono rimasti della guerra solo i nomi delle vie, ma il metal detector continua a friggere. Oltre l'isola di Papadopoli, dove sfondarono gli inglesi, a San Michele di Piave, la draga della ditta Zanardo intercetta ferro ogni giorno con una calamita. La macchina del tempo rumina ciottoli in un frastuono di griglie e tappeti mobili, e sputa mannaie, baionette, bombe a mano. La guerra dura sempre, dicono i francesi del fronte occidentale, e qui capisci cosa vuol dire.
Borgo Malanotte, frazione dove il Veneto è ancora quello d'anteguerra. L'ex metalmezzadro Lucio Dal Col ci fa scendere nel bunker austriaco scavato cent'anni fa nel suo orto. Dentro, scaffali con bottiglie di vino ed elmetti. Antro visitatissimo dagli ex nemici: scozzesi, ungheresi, slovacchi. Vengono, bevono, cantano e si abbracciano. "Go svodà mi la tera coi seci", ho svuotato io la terra coi secchi, ride Dal Col, cantiniere della memoria. Luca Bellotto, vicesindaco di Santa Lucia, ci porta nel costruendo museo dei bombardieri. E Saverio Rottin, frazione Maserada, ci apre un altro bunker trasformato in deposito di bici. Qui gli asparagi si sono sempre raccolti con le baionette. C'è chi costruisce memoriali anche per lasciare un segno di sè. Come Roberto Bertelli, di Lovadina, che con i ferri della guerra ha costruito una commovente piazzola di sosta dedicata ai Caduti, con tanto di panchine e fontanella. La memoria riemerge come un fiume carsico, a distanza di decenni: vedi il prete di Spresiano che anni dopo il conflitto ha ricevuto da un soldato inglese la stola da lui trafugata nel '18. Sul ponte della Priula, dove gli italiani dopo Caporetto si ritirarono in massa e i carabinieri fucilarono senza remissione, capisci ancora meglio la strana memoria del Veneto, capace di vivere l'Italia come una sciagura e di commuoversi davanti al Tricolore senza avvertire contraddizione. Puoi vedere gli Alpini piangere alle note del Piave e un'ora dopo applaudire il comizio furbetto di un Matteo Salvini che scarica sui fuggiaschi dei barconi il Non passa lo straniero di E. A. Mario.
Oltre Nervesa, in un prato che fa da campo d'aviazione, la memoria si trasforma ancora, diventa aereo-modellismo. In un hangar, Giancarlo Zanardo lavora al motore di un Sopwit Camel, a dieci metri dallo Spad XIII di Francesco Baracca e dall'aereo del Barone Rosso, poi ti invita a rinfrescarti con un "prosecchino". Intorno, un arcipelago di comuni nordisti, dove l'eroe d'Italia sarà ricordato nel centenario della morte, con un sorvolo di cinque aerei d'epoca sul luogo dell'abbattimento, il 19 giugno, poco dopo le 18. E si finisce a Montebelluna, in un frusciare di plotoncini di ciclisti sui saliscendi del Montello. Qui si lavora in grande. La linea dismessa della tradotta che parte da Torino e la va diretta al Piave/ cimitero della gioventù, è stata comprata da un pool di Comuni e diverrà una pista ciclabile della memoria. Il sindaco di Montebelluna, Marzio Favero, leghista a modo suo, ha disposto con i colleghi il restauro di Villa Pisani, dove con un generoso finanziamento regionale sarà allestito l'unico memoriale contemporaneo d'Italia.
"Racconteremo la storia alla rovescia" spiega, "partendo dal presente, in modo da far capire che cent'anni fa, col Grande Trauma, tutto è cambiato. È da allora che l'incertezza entra nelle nostre vite e la politica smette di governare i processi. Cercheremo di demistificare la guerra, di toglierle fascino. Smaschereremo la retorica, i proclami. Parleremo delle donne, mostreremo gli orrori, le fucilazioni, i disertori. Narreremo l'irruzione della tecnologia nelle nostre vite e la fine del mondo contadino. Inaugureremo il 4 novembre, sarà una lotta contro il tempo. Abbiamo avuto la burocrazia contro, ma ce la faremo".
Addio vecchio fiume. Sei pieno e verde come cent'anni fa. E mormori ancora, anche se la patria ti ha succhiato metà della tua acqua dopo averti dichiarato sacro. La tua storia è narrata da mille voci diverse. La più bella l'ho sentita la sera ad Arfanta, in zona Conegliano. Le campane del villaggio portavano incisi i nomi dei Caduti e il rintocco si spandeva tra le vigne in uno svolio di rondoni. Un secolo dopo, annunciavano ancora il destino.
Sul Venerdì del 15 giugno 2018
Anche i veneti capiscono che Cavallino è un po' meno Italia. Lo vedi perché rallentano in vista delle strisce pedonali. Oggi l'Europa si fa così, per uno strano sortilegio, proprio nei luoghi della guerra. La memoria della Grande Ecatombe unisce. E qui l'hanno capito che turismo non è solo mangia-bevi. La batteria costiera "Vettor Pisani" è diventata museo e oggi vi suonano le bande militari per i nemici di ieri. Nei giorni della battaglia del Solstizio, in cui gli austro-ungarici furono respinti a un passo da Venezia, la leggenda del Piave rievoca una guerra dimenticata di paludi e zanzare, a quota zero. "Non si dice abbastanza che il primo sfondamento è avvenuto qui, ai primi di luglio", racconta Furio Lazzarini, imprenditore turistico con una passionaccia per la storia. "È in zona Jesolo che è stata ripresa l'isola tra la Piave vecchia e il Piave nuovo, più a Oriente". Ed ecco la narrazione di un'epopea fatta di malaria, piedi a mollo nel fango, trincee mezze piene d'acqua, soldati col cappotto anche d'estate per proteggersi dalle punture micidiali. "Guarda" mi dice "oggi la Laguna pullula di aironi e fenicotteri rosa. Ieri era una foresta di cannoni".
Da un tramonto a strisce amaranto emerge la batteria Amalfi, gigante calibro 381 che sparava un colpo da nove quintali al minuto. Il suo tuono scardinava le finestre con lo spostamento d'aria. Il ferro non c'è più, ma il formidabile basamento è lì, artigliato alle sabbie di Cavallino. Dall'alto rivedi l'andirivieni, bragozzi carichi di vettovaglie e munizioni, i treni sulle ferrovie a scartamento ridotto, i magazzini, le cucine e le caserme. La guerra è impressa nella topografia. Certi isolotti sono artificiali, lo capisci dal diverso colore della sabbia, portata lì cent'anni fa nei sacchi di juta. Quarant'anni fa Lazzarini era una voce solitaria nel deserto. La gente aveva dimenticato tutto, anche l'Esercito e la Marina avevano lasciato alle ortiche quell'immenso arsenale. "Oggi le cose stanno cambiando. Torna il gusto delle radici. E se lo Stato è in bolletta, spesso sono i privati a salvare la memoria". Anche la Regione s'è data da fare, con robuste iniezioni di fondi comunitari. Diego stesso fornisce reperti bellici ai musei di mezza Italia. Ne ha a montagne, di venti nazioni.
E via, controcorrente, su per la Piave vecchia, verde e solitaria. Il vento sulle ninfee e il tremolar dei pioppi non svela che qui volarono granate grosse come scaldabagni e si combatterono battaglie di ferocia tremenda. A Caposile il tempo si ferma davanti a un'osteria per grigliate con accanto un ponte di barche e a una passerella a bilancieri. Pare un racconto di Hemingway. A Chiesanuova ecco un campanile mozzo con le campane ripristinate a quota dieci. Andrea Contarin, autista d'autobus, e la commessa Sabrina Zuccon confermano: "Xe sta la guera", quella che in Veneto ha una erre sola. Con i piedi in acqua leggo che oggi il grosso dell'antiquariato '15-'18 è negli Stati Uniti. Motivo: gli americani avevano mandato in Italia un corpo di tremila uomini, in gran parte di cognome italiano, i quali raccoglievano souvenir nell'esotica terra dei padri per spedire in patria tonnellate di roba. L'Italia come il Rwanda o la Cambogia. O come l'Iraq ai tempi di Saddam, quando le divise trafugate del sunnominato furono messe all'asta già prima della sua cattura, processo e impiccagione.
La battaglia del Piave (o della Piave, come si diceva prima del reclutamento patriottico del fiume) la ritrovi dove non te l'aspetti. Persino nel modo in cui è stato stravolto il territorio. Di San Donà, città italiana occupata dall'Austria e duramente bombardata dagli italiani, a fine conflitto era rimasto solo un cumulo di rovine, come Ypres in Fiandra. Solo che Ypres è stata ricostruita com'era, e a San Donà è tutto nuovo. La città più moderna del Veneto, dove il passato si legge in negativo. Da quello che non c'è. Marino Perissinotto, che di mestiere legge il territorio per conto del Comune, dice che per capire davvero servirebbero gli occhiali della macchina del tempo, per non vedere il presente. Lui stesso lavora su due display: uno con le planimetrie d'inizio secolo e uno con le prospezioni aeree di oggi. Due pianeti lontani mille anni. "Su un mondo rurale quasi immobile da secoli sono piovuti in pochi decenni una guerra mondiale, la bonifica fascista, poi il boom economico. Una cesura micidiale della memoria". Le due rive - racconta Roberto Tessari, narratore del fiume e amico del poeta Andrea Zanzotto - hanno memorie diversissime. Sul lato "austriaco" non ci fu solo la distruzione, ma anche la fame, che tra i civili fece più morti della guerra. Gli Imperiali erano allo stremo, senza più vettovaglie, e saccheggiavano i contadini. I quali invece, sulla riva destra, difendevano le loro campagne fino all'ultimo ciliegio dalle scorribande dei fanti del Tricolore, e non importava se quei fanti erano difensori della Patria. Contava la tera, anche quella con una erre sola. L'idea di "Roma ladrona", chissà, forse era nata già allora.
Cimitero monumentale di Fagarè, con un caldo tremendo, sul lato "italiano" del fiume. Spazio marmoreo, vuoto, anaffettivo, dove la voce rimbomba. Le istituzioni lo chiamano sacrario, ma per la gente è ossario. Nome che fotografa l'insulto inferto a quei corpi, fatti scarnificare per ordine del Fascio. Solo ossa dovevano entrare nei loculi, niente materia organica. E sulle lapidi, nome, cognome e basta. Niente dati anagrafici, niente parole di pietà, niente fiori, come nei cimiteri inglesi. Il soldato doveva essere numero, glorificare la Patria in vista di nuove conquiste. Sancire la differenza fra dittatura e democrazia. Da Fagaré verso il Montello religione e Stato vanno a braccetto. Quasi ogni chiesa ha il suo cannone davanti. Ma lo Stato non ha più un soldo e il sacrario dei diecimila è tenuto in ordine da volontari, spiega Giovanni Callegari, grafico con addosso una passione scoutistica per il territorio di casa. È la guida giusta per un altro mondo, l'arcipelago delle memorie spontanee, disseminate nei campi di grano e papaveri.
Il fiume rallenta. Cent'anni fa faceva arenare i corpi, come la Drina alla confluenza con la Sava durante i massacri in Bosnia. Ghiaie di cui è rimasto solo il nome: "Isola dei morti". Su una Land Rover impolverata viaggiamo per sterrati nel cuneo della controffensiva italiana di fine conflitto. Mulino Sega, battesimo del fuoco dei Ragazzi del Novantanove, con una bandiera e una lapide recente che inneggia alla pace. Saletto, con qualche trincea restaurata alla buona e veneti sui lettini a far bagno di sole tra le lucertole. A Candelù, luogo di feroci scontri, sono rimasti della guerra solo i nomi delle vie, ma il metal detector continua a friggere. Oltre l'isola di Papadopoli, dove sfondarono gli inglesi, a San Michele di Piave, la draga della ditta Zanardo intercetta ferro ogni giorno con una calamita. La macchina del tempo rumina ciottoli in un frastuono di griglie e tappeti mobili, e sputa mannaie, baionette, bombe a mano. La guerra dura sempre, dicono i francesi del fronte occidentale, e qui capisci cosa vuol dire.
Borgo Malanotte, frazione dove il Veneto è ancora quello d'anteguerra. L'ex metalmezzadro Lucio Dal Col ci fa scendere nel bunker austriaco scavato cent'anni fa nel suo orto. Dentro, scaffali con bottiglie di vino ed elmetti. Antro visitatissimo dagli ex nemici: scozzesi, ungheresi, slovacchi. Vengono, bevono, cantano e si abbracciano. "Go svodà mi la tera coi seci", ho svuotato io la terra coi secchi, ride Dal Col, cantiniere della memoria. Luca Bellotto, vicesindaco di Santa Lucia, ci porta nel costruendo museo dei bombardieri. E Saverio Rottin, frazione Maserada, ci apre un altro bunker trasformato in deposito di bici. Qui gli asparagi si sono sempre raccolti con le baionette. C'è chi costruisce memoriali anche per lasciare un segno di sè. Come Roberto Bertelli, di Lovadina, che con i ferri della guerra ha costruito una commovente piazzola di sosta dedicata ai Caduti, con tanto di panchine e fontanella. La memoria riemerge come un fiume carsico, a distanza di decenni: vedi il prete di Spresiano che anni dopo il conflitto ha ricevuto da un soldato inglese la stola da lui trafugata nel '18. Sul ponte della Priula, dove gli italiani dopo Caporetto si ritirarono in massa e i carabinieri fucilarono senza remissione, capisci ancora meglio la strana memoria del Veneto, capace di vivere l'Italia come una sciagura e di commuoversi davanti al Tricolore senza avvertire contraddizione. Puoi vedere gli Alpini piangere alle note del Piave e un'ora dopo applaudire il comizio furbetto di un Matteo Salvini che scarica sui fuggiaschi dei barconi il Non passa lo straniero di E. A. Mario.
Oltre Nervesa, in un prato che fa da campo d'aviazione, la memoria si trasforma ancora, diventa aereo-modellismo. In un hangar, Giancarlo Zanardo lavora al motore di un Sopwit Camel, a dieci metri dallo Spad XIII di Francesco Baracca e dall'aereo del Barone Rosso, poi ti invita a rinfrescarti con un "prosecchino". Intorno, un arcipelago di comuni nordisti, dove l'eroe d'Italia sarà ricordato nel centenario della morte, con un sorvolo di cinque aerei d'epoca sul luogo dell'abbattimento, il 19 giugno, poco dopo le 18. E si finisce a Montebelluna, in un frusciare di plotoncini di ciclisti sui saliscendi del Montello. Qui si lavora in grande. La linea dismessa della tradotta che parte da Torino e la va diretta al Piave/ cimitero della gioventù, è stata comprata da un pool di Comuni e diverrà una pista ciclabile della memoria. Il sindaco di Montebelluna, Marzio Favero, leghista a modo suo, ha disposto con i colleghi il restauro di Villa Pisani, dove con un generoso finanziamento regionale sarà allestito l'unico memoriale contemporaneo d'Italia.
"Racconteremo la storia alla rovescia" spiega, "partendo dal presente, in modo da far capire che cent'anni fa, col Grande Trauma, tutto è cambiato. È da allora che l'incertezza entra nelle nostre vite e la politica smette di governare i processi. Cercheremo di demistificare la guerra, di toglierle fascino. Smaschereremo la retorica, i proclami. Parleremo delle donne, mostreremo gli orrori, le fucilazioni, i disertori. Narreremo l'irruzione della tecnologia nelle nostre vite e la fine del mondo contadino. Inaugureremo il 4 novembre, sarà una lotta contro il tempo. Abbiamo avuto la burocrazia contro, ma ce la faremo".
Addio vecchio fiume. Sei pieno e verde come cent'anni fa. E mormori ancora, anche se la patria ti ha succhiato metà della tua acqua dopo averti dichiarato sacro. La tua storia è narrata da mille voci diverse. La più bella l'ho sentita la sera ad Arfanta, in zona Conegliano. Le campane del villaggio portavano incisi i nomi dei Caduti e il rintocco si spandeva tra le vigne in uno svolio di rondoni. Un secolo dopo, annunciavano ancora il destino.
Sul Venerdì del 15 giugno 2018