Brunella Giovara
,
di BRUNELLA GIOVARA. Foto di CLAUDIO MAJORANA
Non studiano, non hanno un lavoro né lo cercano. Si chiamano Neet e in Italia sono 2,2 milioni. Li abbiamo incontrati da Reggio Calabria a Milano
Aggiornato 19 minuti di lettura
Tocca andare a cercarli per strada, uno a uno, ed è un lavoro immane. I volontari battono i quartieri, periferie soprattutto, distribuendo volantini e cercando di intercettare i ragazzi e i giovani che con un acronimo - di cui gli interessati non sanno il significato - vengono chiamati Neet: Not in Education, Employment or Training, quelli che non studiano, non lavorano, né cercano un lavoro, ma spesso lo sognano solo. E magari l'hanno anche cercato, ma poi hanno smesso, scoraggiati da paghe veramente misere, sempre in nero, da turni che possono durare 12 ore, ci vuole molta fatica per rimetterli in pista e se ci si riesce, resta la certezza che è come vuotare il mare con un cucchiaino. Le cifre sono molto chiare: secondo il demografo Alessandro Rosina, coordinatore scientifico del Rapporto Giovani promosso dall'Istituto Toniolo, i nostri NEET sono 2,2 milioni, il 24 per cento dei coetanei (la fascia va dai 15 ai 29 anni), contro il 14 della media europea.…
Tocca andare a cercarli per strada, uno a uno, ed è un lavoro immane. I volontari battono i quartieri, periferie soprattutto, distribuendo volantini e cercando di intercettare i ragazzi e i giovani che con un acronimo - di cui gli interessati non sanno il significato - vengono chiamati Neet: Not in Education, Employment or Training, quelli che non studiano, non lavorano, né cercano un lavoro, ma spesso lo sognano solo. E magari l'hanno anche cercato, ma poi hanno smesso, scoraggiati da paghe veramente misere, sempre in nero, da turni che possono durare 12 ore, ci vuole molta fatica per rimetterli in pista e se ci si riesce, resta la certezza che è come vuotare il mare con un cucchiaino. Le cifre sono molto chiare: secondo il demografo Alessandro Rosina, coordinatore scientifico del Rapporto Giovani promosso dall'Istituto Toniolo, i nostri NEET sono 2,2 milioni, il 24 per cento dei coetanei (la fascia va dai 15 ai 29 anni), contro il 14 della media europea.
Problema italiano, quindi, enorme e trasversale. Va dalle periferie ghetto (non per modo di dire) del Sud, come quella di Arghillà, quartiere di Reggio Calabria dove si vive tra cumuli di spazzatura che raramente viene portata via, al molto ricco Nord: Milano, settima città più cara al mondo, e Verona, al centro del nordest, dove si dovrebbe vivere nel benessere. Famiglie bene e famiglie al limite della sopravvivenza, talvolta della delinquenza. Giulia Serranò, Action Aid di Reggio Calabria, segue 15 ragazzi di Arghillà, tutti maschi perché le ragazze sono imprendibili, sempre chiuse in casa, fanno figli a 13-14 anni e dunque badano ai bambini. I maschi rischiano "di diventare galoppini per uomini agli arresti domiciliari, se non si tirano fuori". E per tirarli fuori ci vogliono delle esche efficaci: qui è il calcio, "che rimotiva le persone, li fa sentire gruppo, magari li tiene lontani pure dalle sostanze". Alcuni non vedono l'ora di essere agganciati, e di qualcuno che gli dia retta.
Altri sono recalcitranti come muli, o impigriti, o delusi cronici. Rassegnati. Annoiati. Al Nord ci sono più ragazze, disposte a rimettersi in gioco, ma anche qui, è una questione di fiducia, negli altri e in se stessi. Paola Calò è una tutor, si occupa dell'accompagnamento per l'inserimento al lavoro all'interno del Celav, il Centro di mediazione al lavoro del Comune di Milano: "Sono ragazzi che fanno molta fatica ad affrontare la realtà, e hanno una grande insicurezza di fondo". Ma hanno molti sogni. "Sì, ma non hanno la forza per portarli avanti. A volte gli manca un contesto che li aiuti, avrebbero bisogno di fare esperienza di vita con qualcuno, perché dentro hanno un vuoto di relazioni significative". Poi, "se riescono a portare a termine un tirocinio, se riescono ad alzarsi in tempo tutte le mattine, ecco che allora hanno una conferma di sé, un rimando positivo su se stessi. Un successo molto importante". Un esercito di educatrici, psicologi, assistenti sociali, lavora con migliaia di ragazzi e ragazze così. È dura, ma a volte ce la si fa. Poi, ci sono quelli che hanno fatto un passo in più. Sonia, Albion, Sandro e David a Milano con ActionAid. A Verona, Elisa, che ha una bambina piccolissima e sta combattendo anche per lei, insieme con la cooperativa Energie sociali.
Adnan, il sogno del computer
"Lavoravo nelle schedine", ma non era un lavoro vero, naturalmente. "Le schedine" vuol dire le sale scommesse, come quella dove Adnan faceva "i conti e stampavo le ricevute", poi chiusa dalla questura, quindi fine del lavoro. "Centocinquanta euro a settimana, mi davano", ed è quanto basta per campare, nell'economia di briciole che si vive ad Arghillà Nord, una frazione di Reggio Calabria dove passano più cellulari della polizia penitenziaria - verso il carcere che sta due chilometri più sopra - che autobus. Arghillà non è un bel posto, da poco hanno bonificato la piazza principale, che era una enorme discarica abusiva, diossina e amianto. Eppure, ci fioriscono bellissime rose, curate da non si sa chi, tra carcasse di auto e spazzatura, grossi topi, pure.
Adnan ha la faccia da poker, o forse è solo stanco per il digiuno del Ramadan, sembra torpido e lontano, sta solo cercando la sua strada. E in teoria quello delle schedine sarebbe stato il lavoro giusto per lui perché è uno di pochissime parole, impassibile anche quando la mamma lo abbraccia e gli dice "tu non devi andare al Nord, tu devi restare qui con me, sei troppo giovane". Dalle finestre si vede il mare dello Stretto, e pure l'Etna, ma il panorama non è di grande consolazione per chi non sa bene cosa fare. E 22 anni non sembrano abbastanza alla vedova Saadia Rahbi per lasciarlo andare in un altro mondo ancora, dopo aver già lasciato Casablanca dove peraltro sta per tornare, e lì lui mostra orgoglioso l'anello d'argento al dito, significa che è impegnato con una ragazza. "Adesso vado giù e la sposo. Poi torno, da solo".
La futura moglie resterà ad aspettare, magari farà un figlio, mentre lui cercherà un lavoro, possibilmente "nei computer. So formattare un computer, io. So anche flashare i cellulari". Scuola niente, non se ne parla più, alle superiori in Marocco "facevo le "sciences". Poi mi hanno bocciato due volte all'ultimo anno, e dopo due volte al mio Paese sei fuori". Perciò nel 2016 è venuto a Reggio Calabria, con una licenza da venditore ambulante e il permesso che sta per scadere. Il lavoro sembra una chimera, a sentirlo parlare, e l'Italia, il bengodi che non è: "Se lavori nei computer guadagni anche 1200 euro al mese, in Marocco la metà". Quindi conviene l'Italia, ma chi ti prende, se non hai neanche un diploma. La politica è una cosa lontana, e anche misteriosa. Una cosa ce l'ha ben chiara in testa: "Il vostro Salvini, quello è un razzista".
La mamma dice "ormai siamo calabresi, parliamo la lingua, siamo integrati. Io faccio le pulizie, ma ho il diabete e sono sempre stanca", e a dimostrazione del fatto che ci sa fare, mostra la casa immacolata, pareti bianche, piastrelle bianche e lucide che sembrano bagnate, al quarto piano del comparto 1, "dove per fortuna sono tutti italiani, gente molto pulita, peccato che l'ascensore non funziona", e per non ammazzarsi di fatica su per le scale qualcuno ha piazzato una comoda carrucola per portare su la spesa, e soprattutto l'acqua minerale, visto che l'acqua non è potabile, ma se anche lo fosse, la tolgono e la rimettono a piacere, senza avvisare. "Qui ci conosciamo tutti bene, e la voce gira. Stamattina l'hanno tolta alle nove, una vicina me l'ha detto, allora io ho riempito le bacinelle". Per lavarsi le mani, porge il sapone e poi versa l'acqua dal secchio, scusandosi molto per l'inconveniente, "noi siamo abituati, ma voi...".
"Qui il lavoro c'è, ma per le donne. Badanti, pulizie...", fa lui. La sorella infatti "guarda un anziano, dalle 9 alle sei di sera, le danno 400 euro al mese". Il marito della sorella si arrangia con lavoretti, la coppia ha anche una bambina piccola e insomma questa famiglia aspetta che lui trovi qualcosa da fare, "ma è difficile, ci vogliono le conoscenze.
Al Nord sarebbe meglio. Milano la conosco di vista, la vedo passare su Facebook, ma mi piacerebbero anche Bergamo, o Bologna, Monza. Reggio non va bene, non ci sono fabbriche, è piena di stranieri, io qui mi sento bloccato, non ho neanche la patente perché costa 400 euro e non li ho". Però, "io ho fatto gli amici qua". Andarsene gli spiace, ma il richiamo del lavoro perfetto, "in un Apple store, quello sì mi piacerebbe", è forte e continuo, ma andrebbe bene anche qualcos'altro, "io saccio pitturare, questa casa l'ho imbiancata tutta io con mio cognato, e a me basta una settimana per imparare un lavoro nuovo. Mi metti lì a guardare e io imparo tutto". Gli piacerebbe mostrare il suo computer, "è un Dell, anziano, ma va ancora, l'ho prestato a mio cognato che questa settimana lavora lontano. Così la sera si guarda i film, si guarda YouTube".
Una volta è stato a Cosenza, un'altra a Napoli, che gli è parsa "bellissima e pulita". Milano "è famosa ma la vita è carissima, lo so. Però c'è movimento, vita, giovani come me. Invece io sono qui in un paese del Sud". Dove la vita è cara comunque, e Saadia dice che "ci sono tanti poveretti come noi. Io sudo per lui, ma il lavoro dov'è? Devo pulizziarne tante di case, per tirare su la spesa". Una volta al mese c'è il pacco della parrocchia, "un poco di pasta, di sugo, di latte. Bella mia, io ho passato l'età dei sogni, ma lui ha diritto ai suoi". Offre acqua minerale, "per loro giovani compro la Sabrinella, per me sola la Levissima, se vuoi ti do questa che è più leggera. E bevi, bevi, bella mia".
Andrea, il furore della boxe
"In quella classe "io posso fare il papà. Ho diciassette anni, io". Quindi "l'anno prossimo non ci vado più". E cosa farai, allora. "Farò la boxe, quella è la mia vita". Così una sera si va alla palestra Amaranto Boxe di Gallico Marina, a vedere Andrea che si allena con l'istruttore Salvatore Pace, un pugno dopo l'altro, fuori c'è un'aria calda umida, forse è scirocco. E giù piegamenti, una cosa da marines, uno sport duro, ma questo sembra essere il fulcro della sua vita, ed è già qualcosa anzi molto per un ragazzo che ha sempre girato per lo più a vuoto, e ora ci prova.
"Io di scuola non ne mangio", ma il giorno dopo ci va, all'Istituto tecnico industriale Panella Valauri, dove si fa interrogare di chimica e l'interrogazione va persino benino, ma lui non è contento, sospeso tra la vaga idea di finire la scuola e la paura di non farcela più, perché a 17 anni è sempre in prima, quindi è tutta una salita. Ha un amico che si chiama Leo, 16 anni, che a scuola viene seguito da Mariella Cuzzola, insegnante di buona volontà, "il riscatto di questi ragazzi è trovare un impiego per l'estate, un lavoro ti affranca dalla negatività". Leo è italiano ma parla poco l'italiano, "quindi con lui io uso un libro delle elementari, perché così impara i nomi delle cose". Dalla borsa spunta "Dalla A alla Z. Ortografia, morfologia, sintassi e lessico per la classe terza".
Andrea parla l'italiano, ma preferisce il dialetto.
È uno che sa faticare, il che gli dà una chance in più essendo questo un posto dove fare i soldi facili è molto facile, e la 'ndrangheta è sempre in cerca di manovali da arruolare. "Pesavo 107 chili, mi piacevano i panini... e guarda qua, adesso sono a 78, ma devo scendere a 75. Non ho fretta, voglio diventare un campione, vedevo gli altri combattere e allora l'ho detto al mio boss, fammi esordire, e lui mi ha risposto che gli sto piacendo". Ad Andrea piacerebbe viaggiare, il viaggio è una dimensione sconosciuta per molti ragazzi che vivono in una periferia del Sud. Spesso non vanno a Reggio perché si vergognano, di dover dire "abito ad Arghillà Nord".
"Sono stato una volta a Roma con la scuola", segno che la scuola serve davvero a qualcosa, non fosse che per spedire per una giornata un gruppo degli studenti nella capitale, la sera erano già di ritorno a Reggio. Cos'ha visto a Roma? "Il corso principale di Roma. E un negozio di legni dove fanno i quadri con il fuoco, questo me lo ricordo". E poi. Il Colosseo? "Ah sì, l'ho visto. Bello". Il papà di Andrea fa il piastrellista, lui lo aiuta ogni tanto, quando non prova a studiare chimica e quando non è agli allenamenti della boxe. "Un'altra volta sono stato a Cosenza, con la squadra. Poi sono stato a Reggio, ad esempio alla pizzeria Doclasé, dove abbiamo festeggiato il maestro Giuseppe Fedele, per il dodicesimo anno consecutivo di vittorie in tutta la Calabria".
La mamma, dice, "non voleva che io facessi la boxe, voleva che studiassi, e io andavo bene alle medie, ah sì", e si immagina bene quella mamma che non vuole tirare fuori i soldi per l'iscrizione alla palestra, 40 euro al mese, o gli 80 euro per l'elettroencefalogramma obbligatorio. "Potrei fare il personal trainer, io. Una volta a uno gli ho fatto due spalle così, gli ho dato l'alimentazione giusta, carne e riso. Dovevi vedere le spalle che gli sono venute".
Ma tu segui le cose della politica? "Ah no. Tanto fanno quello che vogliono. A me basta che campiamo, io e la mia famiglia". Gioca a calcio, nella squadra "Lavoro di squadra", dove c'è "il mister Paolo", Paolo Cicciù, presidente del Centro sportivo italiano della provincia di Reggio. Uno che a partita finita "esce" dalla macchina una scatola di biscotti Ringo e li distribuisce alla squadra. Un piccolo premio, ma va detto che quei ragazzi e ragazzini hanno fame, e non solo perché hanno giocato. Cicciù spiega la sua, di fatica: mettere su una squadra di calcetto a 5, e nonostante le competenze di educatore, convincere una quindicina di ragazzi che non studiano e non lavorano a seguirlo, ad ascoltarlo. "Non hanno niente da fare, si svegliano tardi, hanno lavori occasionali, spesso famiglie problematiche. Ma se gli dai una divisa, una maglietta, allora si emozionano, e ti seguono. Poi gli devi spiegare il rispetto delle regole, e lì è il difficile. La fiducia attraverso lo sport, eh, è molto importante. All'inizio, ogni rigore era un dramma. Cercavano di aggredire l'arbitro, o gli avversari. Ora le cose sono cambiate, è bastato poco, o tanto. Sei rispettato perché ti prendi cura di loro".
Ad Andrea però il calcio interessa solo perché "fa bene al fiato, e nel calcio comanda chi ha il fiato", e come tutti i suoi compagni, durante la partita contro il Santa Maria Candelora, tira pallonate arrabbiate contro i muri della palestra di Gallina, su sulla collina sopra Reggio. "Il mio idolo è Tyson". Spiega perché. "Era un povero, gli mancavano le scarpe. Poi ha cominciato a fare i match, poi ha cominciato a guadagnare". Lo sa, Andrea, che Tyson è finito in galera? "No, e perché mai. Era velocissimo, un fulmine". Sa chi era Nino Benvenuti? "No". Ma conosce Muhammad Alì, altro idolo, uno che "aveva le leve nella mano. Le avessi io".
Stefano e le mutande di Ibrahimovic
"Da Milano lo avevano cercato, un'agenzia di modelle e modelli. L'altezza, i capelli chiari, gli occhi azzurri. Ma sarà stata una cosa seria, chi lo sa. Comunque, non ci è andato. Allora "ho lavorato 4 mesi con la frutta, guadagnavo 480 euro al mese ma erano troppe ore, dalle 8 alle 19,30. Poi ho scaricato le cassette, dalle 6 alle 21, 150 a settimana. Pesante, però campavo. Duecento per la spesa, con gli altri mi sono comperato il Samsung J7, la playstation, le scarpe Air Force a mio nipote" e molte cose ancora, tipo il motorino che poi gli hanno rubato, e quando l'ha ritrovato c'erano i carabinieri che dicevano "con questo ci hanno fatto uno scippo stamattina".
Non era stato lui, infatti è in giro per il quartiere, Arghillà Nord anche lui, comparto 3. Stefano è un vecchio saggio di 18 anni, che dice "con i cattivi ci ho saputo fare", perciò non è mai finito in galera. La sua famiglia è arrivata qui da Bucarest quando lui aveva 5 anni, e "dalla Romania mi sono portato dietro la tigre", un grosso peluche che veramente sarebbe un leopardo, a cui vuole molto bene perché è il gioco della sua infanzia felice, gli altri li ha buttati ma questa no, se la abbraccia ancora.
"Ho smesso con la scuola in terza media perché avevo troppo da fare. Ero bravo sai. Mi piaceva leggere il Diario di Anna Frank, una volta ho fatto anche il riassunto: 37 pagine. Comunque, la mamma stava male, perciò io stavo sempre con lei. Io so che le persone possono sbagliare, e con mia mamma è stato così. Il medico le ha detto che era tutto ok, invece. Non mi fidavo, infatti ho detto portiamola in Romania, lì la cureranno. Nessuno mi ha ascoltato. La migliore sanità d'Europa, eh? Così è morta, qui". Poi si è ammalato il padre, che "sta all'ospedale di Reggio, da casa mia fino a lì ci vogliono 30 minuti a piedi", i fratelli maggiori abitano per conto loro, quindi "io vivo solo. Cucino, metto la lavatrice, lavo i pigiami e li riporto all'ospedale puliti. So fare tutto io, ho fatto sei anni negli scout".
Quindi "adesso non posso riprendere la scuola perché devo occuparmi di lui. Vorrei dare l'esame di terza in fretta, poi fare il barbiere". Sa già "dove si comincia a tagliare i capelli". E dove? "Dalla sfumatura. Poi tagli, ma poco per volta, perché se sbagli non puoi tornare indietro. Il barbiere si fa i soldi con le sue mani, e ogni scontrino, metti da 10 euro, sette sono per lui, tre se li prende lo Stato. Ma a me piace". Perciò gli stanno cercando un posto da apprendista, un tirocinio a Reggio, un negozio che lo prenda perché quella è la sua passione, e se si punta su una passione, qualcosa verrà fuori, e lui ce la potrebbe fare. "Mi piacerebbe occuparmi di me, del mio futuro, ma adesso non posso".
E comunque "per andare a lavorare servirebbe la patente, perché qui l'autobus passa una volta l'ora, "allora vado a piedi, con il borsone dell'allenamento in spalla". Seduti al bar Winner, consiglia la "bevanda della casa", senza alcol, e lui prende il Venezia, cioè una specie di marocchino. La fidanzata invece la porta "a mangiare il gelato da Fragomeni perché è la migliore pasticceria di Reggio secondo me. O al Mac. Tra un po' facciamo un mese e le ho comperato il regalo. Di questi tempi è difficile trovare una ragazza seria, ma non si può mai sapere come vanno le cose, io spero che duri. Se riusciamo a fare i sei mesi, allora è una cosa seria". Intanto, essendo ben educato e curioso, domanda "ma voi, signora, che lavoro fate?".
Il calcio è importante, da lì è ricominciato tutto, il ruolo di capitano gli sta bene addosso e vorrebbe essere come Ibrahimovic, "i gol che ha fatto lui... Quando ha debuttato in Inghilterra ha segnato da centrocampo, non so se mi spiego".
Ma Ibrahimovic ha un altro pregio: "È nato povero, aveva i denti storti e i brufoli. Poi ha lavorato duro, ha fatto i soldi. Adesso ha una linea di intimo, ci sono le mutande con la sua firma, e anche uno shampoo". Ammette che anche Cristiano Ronaldo gli piace perché "è una brava persona e ha aiutato tante persone con i soldi che ha. Una mamma gli ha chiesto una maglia per il figlio malato. Lui le ha mandato tutto il corredo, più 200mila euro per farlo operare. E visto che al bambino è rimasta la cicatrice a zeta, si è fatto un taglio di capelli con la cicatrice. Capito? Lui è umano".
Dove impara tutte queste cose, "più che altro su Strettoweb, leggo anche le notizie della politica. Perciò, a proposito degli stranieri, anche se io sono un misto romeno-italiano, dico che chi ha bisogno di aiuto va aiutato, non bisogna essere razzisti. Io ho aiutato un ragazzo indiano, che era qui, solo come me. Gli ho insegnato tre parole: mi chiamo..., grazie e ciao. Era una brava persona, pulitissima, adesso è in Germania che fa il pizzaiolo. In Germania ti aiutano con la spesa, con il lavoro. Chissà se l'indiano si ricorda di me".
Giacomo, il vagabondo su Internet
"Dalla finestra si vedono il muraglione del cimitero Maggiore, poi le torri di Quarto Oggiaro, infine le montagne. Sarebbe bello uscire, "ma cosa esco a fare. Uscire da soli è noioso. Quindi sto qui, a casa". Giacomo ha 22 anni e due amori: l'iPad e il cagnetto Cucciolo "che si comporta come un gatto, e sembra persino che faccia le fusa". L'iPad è sempre acceso, e accompagna la sua vita più notturna che diurna, qui al Gallaratese, "avrei potuto fare l'università, ma poi non l'ho fatta, magari in un futuro potrei ripensarci. L'esame di maturità è stato molto stressante per me, e mi ero stufato della scuola. E poi credevo che bastasse il diploma per trovare un lavoro".
Non è bastato, Giacomo, diplomato al linguistico privato Dardi di Milano, lo aspetta ancora, e ogni tanto ci prova, "credevo ci fossero più opportunità, conoscendo francese spagnolo e inglese. Portavo il curriculum, mi dicevano che mi avrebbero fatto sapere. Sono andato con mia mamma ad alcuni colloqui, ma sono sempre finiti allo stesso modo. Ti facciamo sapere...". E alla fine, "non so cosa so e posso fare, ma non so neanche cosa voglio fare. Non ne ho la più pallida idea, sto dicendo la verità".
Giacomo si esercita nell'inglese, "su forum come reddit.com, ad esempio. Vedo molti video su Youtube, soprattutto i Garnet Crow, che sono un gruppo giapponese. Penso che il mio inglese sia fluente, ma non ho molte occasioni per testarlo". Amici? "Pochi. Due. Li vedo raramente perché loro lavorano, quindi hanno orari diversi dai miei". Gli orari di Giacomo dipendono da molte cose. "Se vado a dormire tardi, e di solito vado a dormire tardi. Quindi mi alzo verso le 11, anche mezzogiorno, anche più tardi, dipende. Poi, pranzo. Cose pronte, mia mamma lavora, quindi io mi arrangio con le cotolette solo da passare in padella, cose così".
Con il cane Cucciolo in braccio, dice "io mi sento timido". Cosa vuol dire, lo spiega con "non essere estroverso". Anzi, "sono un asociale. Ho difficoltà a socializzare. Infatti esco solo quando è necessario, ad esempio se devo andare dal dentista. O per delle commissioni, ma succede di rado. Volendo, potrei uscire, ma non mi diverto a uscire da solo, quindi non esco troppo spesso, perché è noioso, oltre che inutile. Se sono un hikikomori? No. So cosa vuol dire. Loro stanno chiusi nella loro camera. Io no. Ma con la mia personalità, è molto difficile socializzare. Una volta sono andato in discoteca, quale non me lo ricordo. Era per il compleanno di un mio compagno di liceo. Non mi sono divertito. Non ho l'istinto del ballo, stavo lì a fare lo stoccafisso. Lui mi ha obbligato ad andare. Come prova di amicizia, fuori tutta la notte, ma non è stato granché".
Poi, "mia mamma vuole portare i miei libri al Libraccio. Io non sono d'accordo, poi magari mi viene voglia di imparare il francese, o lo spagnolo o il tedesco, che è quello che so meno. E così non avrei più i libri. Questo mi dispiacerebbe". Uscire? "Non esco troppo volentieri. Non ho motivazioni, uscire da solo non mi interessa. Io sto qui, leggo degli articoli, di solito vado su La nuova bussola quotidiana, o su Provita, è una onlus. E se mi gira, videogiochi. Ho due iPad e un telefono, sono un vagabondo di internet, sono su Whatsapp e su Facebook", ma "lui vuole il telefono con la mela!", dice la mamma. "Il mio iPad è un oggetto che mi serve per le informazioni, e per divertirmi". Se "penso al mio futuro? Sì, ci penso. Mi vedo solo, in una casa vuota, in un futuro grigio, con un lavoro casuale, è la parola giusta. Tanto per vivere. Una famiglia? Mi piacerebbe. Sì. Vorrei una famiglia mia".
Cosa gli interessa, "ad esempio la fotografia. Mi piace fare foto con il cellulare". La mamma: "C'è la macchina fotografica di tuo padre, basta cambiare le pile". "Mi piace fotografare più gli ambienti che le persone. Le montagne, i prati. Ne ho fatte un po', forse una decina". Se è depresso, "dico di no. Non credo proprio di esserlo. Sono fatto così, ho i miei ritmi. A volte ceno, a volte no. Sto lì con l'iPad, poi mi lavo i denti e vado a letto, tipo verso l'una. Io mi aggiusto gli orari, poi me li scombussolo da solo, poi li riaggiusto. Io non credo nell'utilità di uscire di casa, credo invece nell'inutilità di uscire. La casa per me è il luogo della tranquillità, del riposo. Un posto dove riposare, dopo le giornate di lavoro, naturalmente non sto parlando di me perché non è il mio caso. Ho chiesto aiuto al Comune, un lavoro mi piacerebbe, e mi hanno offerto un posto come aiuto cuoco. Poi però non se ne è fatto niente. Perciò resto qui. La sera prego molto, anche di notte. Non sono neanche un nerd, comunque".
Jonathan, e la potenza del manga
"Andava tutto bene, poi è arrivata la botta, consistente in una grande "delusione amorosa", una cosa molto seria e anzi così seria "che a 17 anni non ho finito la seconda, e mi sono fermato lì, quindi non è andata bene per niente, la mia vita fino ad ora". In una eterna seconda dell'Istituto grafico pubblicitario Rizzoli, poi sospesa, forse per sempre, non si sa ancora cosa deciderà di fare Jonathan, che ora di anni ne ha quasi diciannove. E insomma da quello che chiama "un blackout emotivo", o anche profondo "giramento di...", che sarebbe "quando smetti di funzionare, e allora fai le cose senza pensare, e vai avanti così per mesi", sta appena riemergendo come fa il palombaro, lentamente, e medita su un futuro che a un adulto può sembrare stravagante, o persino assurdo. "A me piacerebbe diventare videogiocatore professionista.
È uno sport, c'è anche una sua associazione a Roma che si chiama eSport. Funziona così: c'è questo gioco online, che è un MOBA, cioè un Multiplayer Online Battle Arena, che si chiama League of Legends, ma per cominciare devi avere una buona scheda grafica. Insomma tu giochi con altre persone collegate, e se manchi un frame ti freghi una partita, perché sei in un team". Lui a giocare va "a Piola, in un posto che si chiama La forgia degli eroi, una sala LAN anche bar, ci sono delle postazioni, basta pagare 5 euro di consumazione e puoi giocare quanto vuoi, anche sei ore di fila, io di più non riesco, ma so che per diventare professionisti bisogna studiare molto". Quindi entri, "ti cerchi una partita, e cominci". Bisogna sapere l'inglese, almeno un po', ma Jonathan lo sa un po', "so tradurre lo scritto, parlare molto meno, ma mi arrangio".
Ora, "devo tornare ad alzare il livello", e subito non si capisce se quello della League o la sua vita, "e tornare a usare il computer, e disegnare, anche se carta e penna ormai non li tocco da mesi". Quindi riprovare con la scuola? "Sto pensando di fare le serali per recuperare, ma solo per prendere il diploma, eh. Ma se trovo un lavoro fisso per l'estate, magari posso farne a meno. La scuola mi piaceva, la mia materia preferita era Diritto. Ma non mi piaceva la struttura. Come ci gestivano i professori, ad esempio. I prof devono essere rigidi e autoritari, invece noi ne avevamo di molto strampalati. E poi la scuola non dovrebbe portare uno all'esasperazione. Io avevo così tanto compiti che dovevo stare chiuso in casa tutto il weekend. La scuola deve essere un giusto equilibrio tra severa e giusta. Ammetto però che noi facevamo anche un certo casino". Ed è andata così, e più che a lui "dispiace alla mamma, che io abbia lasciato".
La mamma in questione aveva "un conoscente che faceva il soldato in Belgio, e mi ha raccontato un po' quella vita. Ma se da giovane speravo di fare il bersagliere, perché mi piaceva la carriera militare, dopo aver saputo che bisogna alzarsi presto ho accantonato l'idea. Io mi alzo a mezzogiorno, come potrei fare". Si alza così tardi anche perché ogni tanto fa le consegne a domicilio, pizze eccetera, in bicicletta, anche se ha una certa paura di finire sotto un tram, come è successo da poco a un altro rider. "Mia mamma si preoccupa, sapendo che vado in giro di notte. Peraltro viviamo insieme, ma lei lavora via, quindi praticamente vivo da solo". Perciò bisogna mandare avanti una casa, tenere sotto controllo "il lavandino pieno di piatti, pulire il bagno. Non posso sempre fare affidamento sugli altri, mi devo dare una regolata. Mi sono autoconvinto: devo imparare a essere autonomo, sotto tutti i punti di vista". La politica? "Non ho mai avuto interesse. E se dovessi riassumere in una parola cosa ne penso, la parola è questa: casini e ancora casini".
E adesso, "da otto mesi, c'è una ragazza" importante, che però sta partendo per andare a fare l'Erasmus in Irlanda, di cui ha addosso un segno forte ovvero il ciondolo Yin e Yang, "io nero, lei bianco", e cosa fate, "beh, andiamo in Duomo, o a casa sua, guardiamo un film, stiamo bene". E che film. "Serie tv, soprattutto "anime e manga", lo conosci?". Qui parte un ragionamento interessante sul Giappone e sul fumetto, "perché a me piacerebbe andare in Giappone a imparare il vero manga dai maestri. Se non divento campione di videogiochi potrei davvero andare in Giappone a studiare". I maestri sono "l'animatore Miyazaki, è un famoso disegnatore, è il Walt Disney giapponese. Oppure Osamu Tezuka, quello che ha fatto Kimba il leone bianco, un manga molto famoso. Sì, voglio fare il fumettista, mi piacerebbe", ma "se non ci riesco torno ai videogiochi, infatti mi alleno molto, cerco di salire in esperienza e conoscenza, e a luglio spero di entrare in nazionale. Io vorrei andare dritto ai mondiali, ma c'è una gavetta da fare, lo so, e io la sto facendo".
I dati
Nel gennaio 2004, secondo le rilevazioni Istat, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) era al 23,2 per cento. Nel 2007, alla vigilia della crisi, era sceso sotto il 20 per cento, ma dopo è iniziata la corsa al rialzo. Il massimo è stato toccato nel marzo 2014, 43,5%. Poi, lentamente, il tasso di disoccupazione giovanile ha cominciato a scendere: l’ultima rilevazione, dell’aprile di quest’anno, segna il 33,1 per cento.
È soprattutto però se si guarda ai numeri assoluti che si nota qualche miglioramento sul fronte dell’occupazione giovanile: infatti ad aprile, ultima rilevazione Istat disponibile, si riscontra un aumento significativo degli occupati di età compresa tra i 15 e i 24 anni, sono 78.000 in più su base annua. Sempre nel confronto rispetto all’aprile 2017 si riscontra una riduzione dei disoccupati (19.000 in meno) e soprattutto degli inattivi (85.000 in meno).
Per i giovani però emerge un forte problema di qualità del lavoro. Infatti dall’Osservatorio Inps del primo trimestre di quest’anno emerge una forte crescita dei contratti a tempo determinato (il saldo annualizzato nel marzo 2018 è di 339.000 contratti) e una riduzione di quelli a tempo indeterminato (meno 62.000). Si può sicuramente assumere che una parte molto consistente delle nuove posizioni a termine riguardino giovani lavoratori.
A svantaggiare ulteriormente i giovani c’è anche il rischio di sovraistruzione: il 38,5% dei diplomati e laureati di età compresa tra i 15 e i 34 anni dichiara che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un livello di istruzione più basso.
Cosa significa
La sigla NEET indica i giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di apprendistato o formazione professionale. La sigla sta per “Not in Employment, Education or Training”. La sigla è stata usata per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo del Regno Unito.
Da un’indagine di Eurostat pubblicata alcuni giorni fa emerge che in Italia la quota di NEET rispetto alla popolazione giovanile di età compresa tra i 18 e i 24 anni è del 25,7 per cento, in calo rispetto al 26 per cento del 2016, ma pur sempre in testa alla classifica europea. La media europea è del 14,3 per cento. La percentuale più bassa di NEET si trova in Olanda, ed è il 5,3 per cento. Percentuali molto alte si riscontrano anche a Cipro, in Grecia e in Croazia.
La distribuzione nel territorio italiano non è ovviamente omogenea. Nel Mezzogiorno è NEET oltre un giovane su tre, spiega l’Istat nel rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile. Il dato, che si riferisce al 2016 e che prende in considerazione una fascia di età più ampia rispetto a Eurostat, i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, è di un tasso di NEET del 17 per cento al Nord, del 20,4 per cento al Centro e del 34,2 per cento nel Mezzogiorno. Anche tra città e città si riscontrano differenze enormi: il tasso nel Centro-Nord varia dal minimo di Bologna (11,8 per cento) ai massimi di Roma (21,8 per cento). Ma al Sud i livelli sono ben peggiori: Palermo è al 41,5 per cento, Catania al 40,1 per cento, Messina al 38,5, Napoli al 37,7 e Reggio Calabria al 36,8 per cento.
La Garanzia Giovani
Nel 2014 per arginare il fenomeno dei Neet è stato lanciato dalla Commissione Europea il programma Garanzia Giovani (Youth Guarantee). In Italia è gestito dall’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive del Lavoro. Il nostro governo ha chiesto e ottenuto che le misure di inserimento in percorsi di studio, formazione o lavoro venissero offerte alla fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni (mentre negli altri Paesi europei ci si è fermati ai 24 anni).
Secondo l’ultimo report pubblicato sul sito dell’Anpal al programma nei primi quattro anni di vita hanno aderito finora oltre 1,2 milioni di giovani (al netto delle cancellazioni). I “presi in carico” da parte dei servizi per l’impiego e delle agenzia del lavoro sono pari al 78,6 per cento. In media i centri per l’impiego hanno preso in carico il 78,2 per cento e le agenzie private il 21,8 per cento, ma nelle Regioni del Nord-Ovest questa distribuzione di inverte.
I registrati si concentrano nelle Regioni meridionali (42,5 per cento) mentre sono solo il 15,9 per cento nel Nord-Est. C’è una leggera preponderanza della popolazione maschile (51,7 per cento). La maggioranza ha un’età compresa tra i 19 e i 24 anni (54,6 per cento).
L’obiettivo della Garanzia Giovani non è necessariamente quello di è quello di trovare un lavoro ai Neet, ma quello di aumentarne l’occupabilità, facilitandone l’accesso al mercato del lavoro. Tuttavia i risultati italiani sono poco soddisfacenti rispetto alla media europea se si considera che la stragrande maggioranza delle misure di politica attiva fatte ai giovani consiste in tirocini extracurriculari (60,1 per cento), e solo il 22,9 per cento sia costituita da incentivi occupazionali, mentre appena il 2,3 per cento consista in attività di accompagnamento al lavoro.