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La lingua italiana, tanto gentile. E così faticosa

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Scrivere (e parlare) bene non è più un valore, dice lo scrittore candidato allo Strega che di mestiere fa il professore. E allora come educare i più giovani al dolce idioma? Un metodo c’è
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Tullio De Mauro lo aveva scritto a chiare lettere: stiamo perdendo le parole. E non è una questione anagrafica o generazionale. La tecnologia, le modalità di interazione, la velocità della comunicazione, tutto sembra concorrere a intaccare il nostro patrimonio lessicale, per non dire della nostra competenza linguistica. Del resto scrivere bene, almeno da una ventina d’anni, non è più avvertito come un pregio o un valore. Le chat e i social, tanto per fare gli esempi più facili, non danno nessuna importanza alla forma: lì tutto è iconico, frammentario, non pianificato e l’efficacia conta mille volte più della correttezza. Se ci chiediamo “che fare?” molti risponderanno che se ne deve occupare la scuola. Del resto è una risposta che piace e solleva sempre: la si usa con disinvoltura per i problemi più vari, dall’educazione alimentare a quella stradale, dall’educazione all&rsq…
Tullio De Mauro lo aveva scritto a chiare lettere: stiamo perdendo le parole. E non è una questione anagrafica o generazionale. La tecnologia, le modalità di interazione, la velocità della comunicazione, tutto sembra concorrere a intaccare il nostro patrimonio lessicale, per non dire della nostra competenza linguistica. Del resto scrivere bene, almeno da una ventina d’anni, non è più avvertito come un pregio o un valore. Le chat e i social, tanto per fare gli esempi più facili, non danno nessuna importanza alla forma: lì tutto è iconico, frammentario, non pianificato e l’efficacia conta mille volte più della correttezza. Se ci chiediamo “che fare?” molti risponderanno che se ne deve occupare la scuola. Del resto è una risposta che piace e solleva sempre: la si usa con disinvoltura per i problemi più vari, dall’educazione alimentare a quella stradale, dall’educazione all’affettività a quella alla salute. In questo caso però è vero. Tocca prima di tutto alla scuola, che non deve aver paura di svolgere una funzione di difesa della complessità e di resistenza alla banalizzazione del linguaggio.

Credo che mentre la società si complica e si velocizza il compito dell’insegnante diventi, per dir così, più primordiale. Leggere, parlare, scrivere. Bisogna insistere su queste tre funzioni, che sono anche quelle più universali e spendibili indipendentemente dal talento e dalle aspirazioni di ciascuno. So che è un lavoro faticoso, che richiede continuità ed educazione proprio perché la pianificazione del pensiero, la consequenzialità di un dialogo, l’uso di sintassi e ortografia sono costantemente minacciati nel resto del tempo della nostra comunicazione (ripeto “nostra” per non escludere gli adulti). Ma non ci sono alternative: bisogna passare le giornate a scrivere e a parlare perché è l’unico modo per imparare a farlo bene e perché questa è l’eredità più significativa che la scuola può lasciare. In parallelo all’abitudine alla scrittura e al dialogo (che è anche un’abitudine alla democrazia), l’insegnante deve poi approntare un metodo che svolga la funzione della carota. Il mio non è originale e non fa miracoli, ma lo pratico con convinzione e più di una volta ha dato risultati interessanti. Oltre a martellare sulla correttezza dell’uso (il bastone), bisogna far conoscere la potenza evocativa e la storicità della parola. Sul primo fronte ci aiuta più di tutto la poesia, che offre la possibilità di entrare in contatto con una parola carica di senso.

Gianfranco Contini aveva proposto una lettura di un celebre sonetto di Dante, Tanto gentile e tanto onesta pare, in cui pazientemente dimostrava come ogni parola del testo abbia differenze semantiche e linguistiche notevoli con l’italiano moderno (gentile non vuol dire “garbato” ma “di animo nobile”, ad esempio). È un esercizio interessante perché sfila il lessico dalla dittatura del presente per collocarlo in una prospettiva più ampia e perché attraverso il mutamento ne sottolinea la vivacità. La poesia va praticata con insistenza non solo perché in tanti dopo la scuola, ahimè, non la leggeranno più, ma soprattutto perché ci pone di fronte alla polisemia, dunque al dubbio e all’interpretazione, che sono qualità imprescindibili per costruirsi una visione critica delle cose.

Studiare poesia vuol dire, oggi più che mai, svelare l’ambiguità, che per gran parte del tempo è annullata dall’univocità di un tweet o dal respiro corto di un post o di una mail. Il secondo ingrediente del mio metodo — anche questo non molto originale ma senz’altro poco praticato — è l’etimologia, che serve per la comprensione della storicità. Il modo più efficace (il successo dei bellissimi saggi di Nicola Gardini lo dimostra) per trasformare la parola in un essere vivente è risalire la china, ripercorrerne l’uso. L’etimologia umanizza la parola perché ci racconta la storia degli incidenti, degli abusi, dei misteri, delle fortune e delle disgrazie che ne hanno segnato la strada. Non solo: ci ricorda l’origine, che è sempre un paradigma da tenere bene a mente per comprendere cos’è successo e a che punto siamo. Ad esempio la parola scuola etimologicamente vuol dire vacanza, riposo. È, quindi, un periodo di ozio (dal lavoro e dalle sue fatiche) in cui il tempo a disposizione deve essere impiegato per forgiare quegli strumenti che danno accesso alla lingua, al pensiero e, perché no, alla bellezza. Scommetto che non tutti i ministri dell’istruzione lo sapevano.

"Resto qui" (Einaudi, 192 pagine, 18 euro) è l’ultimo libro di Marco Balzano, candidato al premio Strega 2018. Una storia privata  di resistenza al fascismo nel villaggio di Curon, in Sud Tirolo, distrutto nel 1950 per costruire una diga. Balzano è nato nel 1978 a Milano, dove continua a insegnare Lettere al liceo