La mamma di Maria Benedicta Chigbolu: "Mia figlia ha dovuto tirar fuori le unghie, a volte è trattata da straniera"
Paolo G. Brera
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di PAOLO G.BRERA
Paola Petraroia è sposata con Augustine, nigeriano, e hanno sei figli
Aggiornato 3 minuti di lettura
«Io la odio, la politica», dice mamma Paola Petraroia parcheggiando la Opel davanti alla palazzina in mattoncini nel quartiere di Torrevecchia, periferia di Roma Nord. Maestra di religione e pittrice d’arte sacra, in trent’anni di amore ha generato e cresciuto una campionessa italianissima dal cognome nigeriano, Maria Benedicta Chigbolu, 28 anni. «Augustine ed io ne abbiamo fatti sei, di figli», racconta scacciando zanzare perfide appoggiata al muretto. Perché la odia, la politica?
«Mi porta via Augustine, mio marito. Negli ultimi due anni ha collaborato con un’agenzia che si occupa dei rimpatri volontari dei migranti: danno un sostegno per un periodo, ma l’impegno va verificato e lui è sempre in Nigeria. Un buon progetto, dice, ma va bene per qualche centinaio di persone: per centinaia di migliaia sarebbe insostenibile. E ci porta via mio marito. Lo amo, ma non lo vedo da Natale. Dovresti stare un po’ più…
«Io la odio, la politica», dice mamma Paola Petraroia parcheggiando la Opel davanti alla palazzina in mattoncini nel quartiere di Torrevecchia, periferia di Roma Nord. Maestra di religione e pittrice d’arte sacra, in trent’anni di amore ha generato e cresciuto una campionessa italianissima dal cognome nigeriano, Maria Benedicta Chigbolu, 28 anni. «Augustine ed io ne abbiamo fatti sei, di figli», racconta scacciando zanzare perfide appoggiata al muretto. Perché la odia, la politica?
«Mi porta via Augustine, mio marito. Negli ultimi due anni ha collaborato con un’agenzia che si occupa dei rimpatri volontari dei migranti: danno un sostegno per un periodo, ma l’impegno va verificato e lui è sempre in Nigeria. Un buon progetto, dice, ma va bene per qualche centinaio di persone: per centinaia di migliaia sarebbe insostenibile. E ci porta via mio marito. Lo amo, ma non lo vedo da Natale. Dovresti stare un po’ più con noi, Augustine!». Quelle ragazze sul podio...
«Ci pensavo ieri: sono quattro sfumature d’Italia. La mia “Titti” nata qui con papà nigeriano arrivato in Italia a 18 anni come studente; la Grenot con la cittadinanza acquisita nel matrimonio; la Lukudu nata in Italia da genitori stranieri; e la Folorunso nata in Nigeria ma vissuta qui. Ecco, l’Italia è anche questo». Benedicta lo ha incontrato, il razzismo?
«Passando dalle scuole religiose alla statale ha dovuto tirar fuori le grinfie, s’è dovuta creare la corazza. Niente di troppo serio, comunque. Ai genitori i ragazzi non dicono tutto, ma sentendo i loro commenti la situazione è peggiorata. Roma si è incattivita. Si tende a vedere chi sembra straniero come nemico, e i miei figli nati qui si sentono trattati come intrusi: siamo italiani, sbottano, ma cosa volete da noi?». Non era peggio 30 anni fa, quando ha sposato Augustine?
«Mio padre ridendo mi chiese: è un principe, almeno? Non siamo mai stati osteggiati. Un po’ di perplessità, tutto lì. La gente ci guardava strano quando andavamo in giro, eravamo tra le poche coppie miste, ma a me non è mai sembrato strano che lui fosse nero e io bianca, nigeriano e io italiana: gli esseri umani sono uguali dappertutto». Con Benedicta parlate di Ius soli, migranti, stragi in mare?
«Non è che si accalori più di tanto ma senta: nella mia famiglia chiunque veda una barca in difficoltà... se stai andando in Sardegna e ti lasciano lì che stai affondando cosa pensi? Ma siamo impazziti? Ma come puoi girarti di là pensando che possa morire qualcuno? Capisco si debbano prendere provvedimenti, se sono troppi, ma se adesso stai morendo ti tiro fuori dall’acqua. Poi magari ti rispedisco, ma intanto ti salvo».
Maria Benedicta Chigbolu con la mamma e la zia Il fidanzato di Benedicta, Matteo Galvan, è un altro super sprinter. Lo conosce? Le piace?
«Sì, non so quanto durerà la loro storia perché su ogni storia c’è un punto interrogativo, ma è un bravissimo ragazzo. Anche lui ce la mette tutta».
Maria Benedicta con il fidanzato Matteo Galvan Quando capì di aver messo al mondo una campionessa?
«Quando l’ho vista alle Olimpiadi. Sono sincera, non avevo creduto in lei. È una ragazza solare, ha veramente un bel carattere e soprattutto è estremamente tenace. Da piccoli, suo fratello maggiore che faceva pugilato ci sembrava un atleta più dotato, ma ha smesso. Lei invece non si fermava mai. Io le citavo la Bibbia: corri, ma senza stancarti. Era così timida, riservata, delicata... Con mio marito dicevamo: come faremo, con ‘sta figlia così fragile? Poi la portavo in parrocchia e lei nella corsa batteva tutti, anche i maschi. Si allenava, si allenava. Voleva andare alle Olimpiadi come il nonno, e io le dicevo: smettila, non ce la farai mai, hai altre qualità da sviluppare. Ma lei alle Olimpiadi c’è arrivata davvero». Chi ha creduto di più in lei?
«Il papà era poco presente per lavoro, ma la incoraggiava sempre. Ma soprattutto la nonna: mia madre è invalida da quando aveva 10 anni, cammina con enorme dolore e difficoltà ed è la sua più grande tifosa. Un contrasto magnifico: lei che non può camminare, felice come una matta quando la vede correre».
Maria Benedicta Chigbolu riceve la cittadinanza onoraria di Cercemaggiore, paese molisano di suo nonno Avete festeggiato la medaglia?
«Sì, tutti insieme in pizzeria. Ogni tanto torna dopo una gara e trova il tricolore sul terrazzo e i suoi fiori in casa: i girasoli neri con i petali dorati, come la sua pelle e il suo carattere solare. Ma mamma, dice: ma non ho vinto, sono arrivata seconda! Sì, ma io ti festeggio di più quando perdi. Nella vita e nello sport vinci una volta e perdi dieci, e la sconfitta non ti deve distruggere: è la carica per ripartire».