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Maria Letizia Barone con le sue figlie Noemi e Laura e Sambou 

Genitori di riserva: i tutori dei migranti minorenni

Sono tanti al Nord e pochissimi al Sud. E combattono contro le mille difficoltà dell'integrazione di ragazzi dalla vita difficile
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Una festa di compleanno Mamadou non l'aveva mai avuta. Per la verità, al paese suo, la Guinea Bissau, quando si compiono gli anni si ringrazia Dio di essere ancora vivi. Ma da quando è arrivato in Italia, anche nella comunità siciliana in cui lo hanno mandato dopo il suo sbarco, ha visto gli operatori della struttura allietare quel giorno con torta e candeline. E questo era il suo piccolo grande desiderio. Quando Roberta, qualche giorno prima del suo sedicesimo compleanno gli ha detto: "Ti piacerebbe fare la festa a casa mia, in terrazza? Puoi invitare i tuoi amici, mettere musica, ballare...", Mamadou l'ha guardata quasi senza capire. Poi, davanti a quel sorriso smagliante, gli occhi hanno cominciato a brillargli e una settimana dopo stava in terrazza a spegnere le candeline e a scartare piccoli regali. "È una delle cose più belle che mi siano capitate in tutta la vita", ha detto a Roberta prima di andar via. E per lei &e…
Una festa di compleanno Mamadou non l'aveva mai avuta. Per la verità, al paese suo, la Guinea Bissau, quando si compiono gli anni si ringrazia Dio di essere ancora vivi. Ma da quando è arrivato in Italia, anche nella comunità siciliana in cui lo hanno mandato dopo il suo sbarco, ha visto gli operatori della struttura allietare quel giorno con torta e candeline. E questo era il suo piccolo grande desiderio. Quando Roberta, qualche giorno prima del suo sedicesimo compleanno gli ha detto: "Ti piacerebbe fare la festa a casa mia, in terrazza? Puoi invitare i tuoi amici, mettere musica, ballare...", Mamadou l'ha guardata quasi senza capire. Poi, davanti a quel sorriso smagliante, gli occhi hanno cominciato a brillargli e una settimana dopo stava in terrazza a spegnere le candeline e a scartare piccoli regali. "È una delle cose più belle che mi siano capitate in tutta la vita", ha detto a Roberta prima di andar via. E per lei è stata una grande emozione e a stento ha trattenuto le lacrime che lui forse non avrebbe capito. Le lacrime di chi, con poco, riesce a far felice chi non lo è mai stato e gioisce per qualsiasi cosa lo faccia sentire una persona come tutte le altre. Soprattutto se, come nelle storie che stiamo per raccontarvi, sono bambini, ragazzini, diventati uomini troppo in fretta.

Di compleanni da festeggiare insieme ce ne sono stati altri. A cominciare da quello di Roberta Lo Bianco, 35 anni e una bambina di 5, nata dal suo matrimonio con un ragazzo congolese. Ma di "figli" in questo momento Roberta ne ha altri due, Abdu e Mamadou. Fino a qualche mese fa a completare la "famiglia" c'era anche Peter, ma adesso è diventato maggiorenne ed è andato via dalla Sicilia, come capita quasi sempre ai minori migranti non accompagnati che, ospitati, seguiti, integrati fino ai 18 anni, vengono poi improvvisamente "lanciati" nel mondo adulto senza protezione, interrompendo spesso gli studi già avviati. Roberta non è la loro "mamma" affidataria, ma il loro "tutor". Non ospita in casa sua questi ragazzi arrivati su un barcone dopo aver attraversato il deserto e il mare, ma li segue nel loro percorso a ostacoli tra scuola, sanità, questura. E soprattutto cerca di essere per loro un punto di riferimento certo, una "spalla", anche quando - diventati maggiorenni - non toccherebbe più a lei occuparsi di loro. Senza prendere un euro, né di compenso né di rimborso spese; senza usufruire di permessi quando deve assentarsi dal lavoro per adempiere al suo ruolo, cercando un faticoso equilibrio pratico ed emotivo tra la sua famiglia di sangue e i nuovi arrivati. Che vanno e vengono, non sempre "rispondono" come si spera, spesso sono fonte di guai e preoccupazioni. Ragazzi che una famiglia non ce l'hanno più. O perché hanno perso uno o entrambi i genitori o perché, per provare a garantire loro un qualche futuro, papà e mamma, o chi dei due è rimasto, ha venduto quel che poco che aveva nel paese d'origine e ha "investito" tutto per pagare il viaggio che è una scommessa secca: o la vita o la morte per questi figli della guerra, della fame, delle malattie, del clima impazzito. Qualunque cosa li aspetti nel deserto, in Libia, sui gommoni, è sempre meglio di quello che lasciano a casa loro. Bambini e bambine, ragazzini e ragazzine, costretti a diventare grandi e a fare a meno dell'amore dei genitori che probabilmente hanno perso per sempre ma che sentono fortissima l'esigenza di trovare, nel loro nuovo mondo, non solo chi li accolga, li sfami, li aiuti, gli insegni una lingua e un mestiere, gli procuri un lavoro, ma soprattutto chi abbia voglia di allacciare con loro una relazione affettiva. Che li faccia sentire importanti per qualcuno.

Come Roberta, in Italia, di tutor volontari per minori migranti, figura fondamentale nel percorso di integrazione delle decine di migliaia di ragazzini soli che ogni anno approdano dall'altra sponda del Mediterraneo, istituita l'anno scorso dalla legge Zampa, ce ne sono quasi 4.000 a fronte di 18.500 minori non accompagnati ospitati nei centri di accoglienza. Ma mentre i tutori sono distribuiti in modo uniforme tra le regioni, in Sicilia c'è la maggiore concentrazione di ragazzi, 5 su 10. Il che vuol dire che, proprio dove ce ne sarebbe più bisogno, la maggior parte dei minori stranieri è senza tutor. "La loro permanenza in Sicilia - è l'analisi stringente della Garante per l'infanzia Filomena Albano - rischia di far fallire tutto il sistema di accoglienza e protezione".

In Piemonte e Val d'Aosta sono addirittura di più dei ragazzini che dovranno assistere; a Bolzano probabilmente i piccoli in marcia nel disperato tentativo di passare il Brennero hanno toccato il cuore di molti; in Lombardia e nel Lazio uno su due troverà sostegno e guida in famiglie pronte ad accompagnarli nel loro difficile percorso in Italia. È stata straordinaria, oltre ogni ottimistica previsione, la risposta dei cittadini all'istituzione del tutore volontario per i minori migranti non accompagnati che, arrivati qui da soli, hanno trovato accoglienza nelle strutture a loro dedicate. Quasi quattromila candidature e, dato ancora più stupefacente, oltre la metà di queste nelle regioni del nord e del centro Italia dove, oggi più che mai, trova terreno fertile l'intolleranza verso il flusso migratorio che ha assunto proporzioni inimmaginabili negli ultimi due anni con oltre 43.000 minorenni, tra i 12 e i 17 anni, sbarcati da soli sulle coste italiane. Tanto generosa l'adesione degli italiani all'albo dei tutori volontari, che l'Autorità garante per l'infanzia presso la Presidenza del Consiglio ha dovuto imprimere una frenata nel timore di sovraffollare i corsi di formazione obbligatori che non in tutte le regioni sono già partiti. "Non ci aspettavamo davvero una risposta così generosa - dice la Garante per l'infanzia Filomena Albano - i tribunali dei minori hanno cominciato a firmare le prime nomine e ad avviare i percorsi che consentiranno finalmente a migliaia di minori arrivati da soli di potere avere dei punti di riferimento in famiglie italiane. Famiglie che hanno voglia di accompagnarli nel cammino di integrazione nella nostra comunità dando loro la possibilità di ricreare un rapporto necessario per la crescita equilibrata di ogni individuo".

Non devono ospitarli a casa loro né provvedere al loro sostegno economico, ma per i minori migranti, che resteranno dunque ospiti delle strutture loro dedicate, i tutori volontari saranno a tutti gli effetti genitori. La legge riconosce loro la responsabilità genitoriale e compiti di rappresentanza legale in tutte le circostanze in cui i ragazzi, non ancora maggiorenni, non potranno scegliere da soli: dunque a scuola come in un ospedale. Al tutore tocca il consenso per un intervento sanitario o per decidere gli studi, la vigilanza sul riconoscimento dei diritti e sulle condizioni dell'accoglienza, il monitoraggio dei percorsi di educazione e integrazione. Il tutto a titolo assolutamente gratuito e senza alcun congedo dal lavoro, e dunque, quando il tutore dovrà accompagnare il suo ragazzino a fare una visita medica o in qualsiasi altra attività dovrà prendere un giorno di ferie. "È un grosso limite della normativa - sottolinea Filomena Albano - per questo ho scritto al presidente del Consiglio e ai ministri competenti per chiedere l'adozione di alcune modifiche. Bisogna evitare che, alla lunga, queste criticità possano finire con il disincentivare i tutori dall'esercizio della loro funzione che ha come obiettivo diffondere un sentimento di genitorialità sociale che porti il tutore e il minore a sviluppare rapporti di tipo affettivo".

La mappa delle candidature

La mappa delle pioggia di candidature arrivate all'ufficio del Garante dell'infanzia offre una lettura sorprendente della disponibilità a questa sorta di "cittadinanza attiva" nei confronti dei piccoli migranti, soprattutto se incrociata con i numeri dei minori non accompagnati al momento presenti nelle comunità di prima e seconda accoglienza sparse sul territorio. Dei 18.508 attualmente censiti in Italia, il 52 per cento ( quasi 10.000) sono rimasti in Sicilia e Calabria, terre di primo approdo, ma è proprio al Sud, sorprendentemente, che si registra il numero più basso di candidature: solo 265 in Sicilia e 103 in Calabria ( più o meno una ogni 30); ben poca cosa rispetto alle disponibilità registrate in Piemonte e Val d'Aosta dove i 589 aspiranti tutori sono di più dei 466 minori non accompagnati presenti nella rete di prima e seconda accoglienza, o a Bolzano con i suoi 106 quasi pari ai 112 ragazzini ospitati. Adesioni record anche nel Lazio (700) e in Lombardia (581). Cifre alle quali devono aggiungersi quelle del Veneto, apripista nel settore, che ha da tempi istituito un albo unico di tutori per minori di qualsivoglia nazionalità.

Figure di riferimento che, per le migliaia di ragazzini e ragazzine arrivati da soli in Italia, restano importantissime anche dopo il diciottesimo compleanno quando in tantissimi si ritrovano improvvisamente sradicati dalle piccole comunità che li hanno ospitati e persino costretti ad interrompere gli studi per essere trasferiti in centri per richiedenti asilo riservati agli adulti. Uno snodo delicatissimo in cui i ragazzi rischiano anche di entrare nel circuito dell'illegalità. Spiega la Garante per l'infanzia: "Nonostante, dopo la mia segnalazione, il Viminale abbia emanato una circolare ad hoc, in Italia molte questure continuano a non rilasciare a questi ragazzi (che quasi mai arrivano con il passaporto) il permesso di soggiorno per minore età, come prevede la legge. Con il risultato che, in moltissimi casi, al compimento dei 18 anni non può avvenire la conversione in permesso di studio o di lavoro. Di più: così facendo si spingono i ragazzi a chiedere la protezione internazionale anche se i loro paesi di provenienza non sono tra quelli che la prevedono. E sapete qual è il risultato paradossale? La maggior parte corre il rischio di averlo negato e quindi di essere espulso o di entrare in clandestinità e quelli che invece lo ottengono si ritrovano costretti a tagliare ogni contatto con il loro paese d'origine senza avere più la possibilità un giorno di poter tornare dalle loro famiglie".

Maria Letizia e Sambou

Prendi la storia di Sambou e Maria Letizia. Diciotto anni fatti a dicembre lui, 50 lei. Che ora dice: "Sambou fa parte della mia famiglia a tutti gli effetti. E' strano dire: sono stata il suo tutor. Sambou ha più bisogno di me ora che prima. Da quando sono la sua "ex" tutor l'impegno è aumentato tantissimo e lui è nella fase della sua vita forse più delicata". Maria Letizia Barone fa il commissario di polizia municipale, ha due figlie di 25 e 22 anni che hanno accolto il ragazzo gambiano come un fratello. "Abbiamo il nostro gruppo whatsapp che si chiama "One love family" mutuando la canzone di Bob Marley. Lui ha fatto 18 anni, ma io continuo a seguirlo e a badare che non si metta nei guai. Sambou è riuscito a creare un bellissimo rapporto con le mie figlie che lo coinvolgono quando possono. E' un ragazzo psicologicamente molto fragile, ha 18 anni, ma è come se ne avesse 13, è rimasto orfano di padre da piccolo e la madre era priva di qualsiasi mezzo per il suo sostentamento. Così è partito da solo, a 14 anni, come fanno tantissimi suoi coetanei in Gambia. Ha lavorato lungo la strada per pagarsi il viaggio, dormendo dove capitava. Poi è stato rinchiuso in un centro di detenzione in Libia. Mi ha raccontato che lo tenevano sempre al buio, che ha visto sparare a diversi suoi compagni di viaggio nel deserto, che ogni giorno in prigione moriva sempre qualcuno. E che aveva il terrore che prima o poi sarebbe toccato a lui. Dopo settimane lo hanno rilasciato. "Se mi dovete sparare, fatelo. Perché tanto a casa non ho nessuno che può pagare per me", ha detto stremato ai trafficanti. Che hanno finito per metterlo su un gommone. Per lui la traversata è stato un tale trauma che un giorno che volevo portarlo al mare mi ha risposto: "Non lo voglio vedere, mi fa paura"". Insomma, 18 anni o no, tutela legale o no, non sarà certo la raggiunta maggior età a recidere quel legame che si è creato tra Maria Letizia e Sambou. "Lo conosco quasi come se fosse un figlio mio, io lo accompagno ovunque. Pensate questi ragazzi, che conoscono poche parole di italiano, alle prese con la burocrazia dei nostri uffici che fanno scoraggiare chiunque di noi. Immaginateli in una Asl, in questura, in un ambulatorio, a scuola. Quasi sempre non conoscono neanche i loro diritti, neanche come concetti perché sono delle cose che non hanno vissuto neanche nel loro paese. E dunque la figura del tutor volontario per loro è davvero fondamentale. Certo, se poi riesci ad instaurare un feeling, una sintonia, diventa un rapporto diverso, ma non sempre è così".

Maria Letizia Barone con Sambou 

Il mondo delle ragazzine

Con le ragazzine, ad esempio, di solito è sempre più difficile. Anche le più piccole, poco più che bambine, hanno visto e subìto tanta di quella violenza che ne sono annichilite. Chiuse in se stesse, poca voglia di parlare, tantomeno di quello che hanno passato di cui vergognano terribilmente: non si fidano di nessuno. E, cosa ancora più terribile, arrivano qui con la consapevolezza che il loro inferno non sia affatto terminato, sapendo che chi le ha fatte arrivare in Europa non ha alcuna intenzione di lasciarle andare. Sanno di avere un debito pesante da pagare che le legherà ai loro "padroni" per molti anni. Per questo, paradossalmente, cercano di evitare qualsiasi contatto con chi potrebbe salvarle.
Con Precious, 16 anni, nigeriana, Maria Letizia Barone ha dovuto subito misurarsi con una realtà completamente diversa. Dopo l'uscita ufficiale di Sambou dalla sua famiglia, il giudice le ha assegnato la tutela di questa ragazzina vittima degli sfruttatori, sottratta dal tribunale dei minori ai referenti italiani dell'organizzazione che avrebbero voluto farla finire in strada. "Qui c'à da rompere il ghiaccio su tutto il fronte - racconta Maria Letizia - Precious ha 16 anni ma all'inizio insisteva nel dire che ne aveva 18. E' chiaro che voleva provare a sganciarsi. Mi rendo perfettamente conto che con lei devo stare un passo indietro, devo farle capire che sarà lei a decidere che tipo di rapporto instaurare con me. Le due esperienze sono totalmente diverse. Precious è dura, è un muro; Sambou mi racconta tutto, non ha timore di manifestare i suoi sentimenti, il suo affetto per me e per le mie figlie che chiama "my sister"".
Insomma, l'entusiasmo di chi ha già cominciato e sta facendo da apripista per i tanti che attendono lascia ben sperare anche se, oltre alle storie, parlano anche i numeri. Dati che, se da una parte rivelano una disponibilità forse insperata al concepimento di questa nuova figura, dall'altra sono indicatori di una grossa difficoltà a sbloccare la macchina burocratica, che in Italia è sempre labirintica. Degli oltre 4100 aspiranti tutori, meno di un terzo (1160) hanno superato il corso di formazione previsto dalla legge, confermando quindi la loro disponibilità e ottenendo l'iscrizione negli elenchi dei tribunali dei minori. Ma appena 260 sono stati effettivamente nominati e gli sono stati affidati dei ragazzi. Poco più del 6 per cento. Con il paradosso che c'è chi, soprattutto avvocati le cui competenze evidentemente danno più affidamento ai giudici, ne hanno in carico anche dieci a testa mentre c'è chi, dopo aver dato la propria disponibilità ormai da mesi, aspetta ancora di poter cominciare. E, dall'altra parte, soprattutto in Sicilia e più in generale nelle regioni del Mezzogiorno, ci sono migliaia di minorenni che non si sono visti ancora assegnare il "papà" o la "mamma" di riferimento.
La garante nazionale per l'infanzia Filomena Albano si rifiuta anche solo di pensare che la figura del tutor volontario, tanto voluta e tanto apprezzata anche in quelle regioni del Nord che hanno spinto la Lega al governo con le loro posizioni di chiusura verso i migranti, possa finire in un flop. Ma ammette le difficoltà. "E' vero, ci sono dei problemi che ci stanno costringendo a rallentare oltre il dovuto. I corsi di formazione necessari per l'iscrizione agli elenchi dei tutor presso i tribunali dei minorenni devono essere organizzati dai garanti delle diverse regioni e non tutti si sono trovati pronti davanti ad una così alta disponibilità. Dove potevamo siamo venuti in soccorso noi come autorità nazionale e abbiamo organizzato diversi corsi, provvedendo a formare centinaia di persone che hanno poi quasi tutte confermato la loro disponibilità. Solo che poi, anche nei confronti di chi è già formato, le nomine effettive da parte dei singoli tribunali procedono con eccessiva lentezza e non vorrei che questi tempi morti alla fine scoraggino chi si è lanciato in questo progetto con grande entusiasmo". Per cercare di forzare la mano Filomena Albano ha deciso di investire del problema direttamente il ministero della Giustizia con una nota ufficiale inviata un mese fa sperando in una sensibilizzazione dei tribunali locali.

Emergenza al sud

Il problema più grosso però è un altro. Ed è di molto più difficile soluzione. Basta guardare la mappa delle regioni italiane in cui si trova il numero più alto di "genitori-volontari" e sovrapporla a quella relativa alla presenza di minori migranti. E le "macchie" non coincidono affatto. L'esercito dei tutor concentrato da Roma in su; i ragazzi nell'altro pezzo d'Italia. E visto che i volontari non si possono "trasferire", l'auspicio della garante sarebbe quello di una redistribuzione più equilibrata dei minorenni che arrivano da soli su tutto il territorio nazionale. Ci provano da anni, i governatori delle regioni del Sud, in difficoltà ad assicurare innanzitutto alloggio e poi assistenza alle centinaia di migliaia di minorenni che sbarcano, ma i "colleghi" del Centro Nord hanno sempre fatto orecchie da mercante e quindi, come vuole la legge, restano affidati ai sindaci dei luoghi di sbarco.
Anche per questo, organizzazioni come l'Unhcr - l'agenzia Onu per i rifugiati - che spingono moltissimo sull'acceleratore della riforma introdotta dalla legge Zampa si stanno spendendo per far conoscere il più possibile questa nuova forma di volontariato. "I tutori sono una figura fondamentale, è grazie alla loro generosità che si riesce effettivamente a garantire che i minori in fuga da guerre e persecuzioni ricevano la protezione di cui hanno bisogno e che il loro parere venga ascoltato in tutte le decisioni che li riguardano - dichiara Jesus Peres Sanchez, responsabile per i minori all'Unhcr - In questo momento abbiamo bisogno che più persone si facciano avanti, soprattutto in Sicilia: siamo pronti a sostenerli con dei corsi di formazione per metterli in condizione di svolgere un compito così importante".

Patrizia e Kawsu

Patrizia Opipari ha cominciato che la legge non c'era ancora. Perché se è vero che in Sicilia le domande sono poche, è altrettanto vero che Palermo è stata l'avanguardia di questa esperienza. Il volontariato ha sempre fatto parte della sua storia, cominciata nell'Arci ragazzi e quando il Comune ha emanato il primo bando Patrizia, 58 anni, single e con il bed and breakfast Soleluna della solidarietà da gestire, era tra i 90 pionieri poi rimasti in 50 dopo il corso di formazione, il primo in assoluto. E nel giro di pochi mesi ha avuto il suo primo "figlio", Kawsu, 17 anni, arrivato da solo dal Gambia. La sua una delle tante terribili storie di chi è sopravvissuto ad un viaggio via terra lungo un anno e poi alla reclusione nell'abisso della Libia. "Sono di quelle storie che leggi sui giornali ma poi quando te le senti raccontare a voce bassa, parola dopo parola, da un ragazzo in carne e ossa che ti ritrovi davanti e cha ha bisogno di aiuto è tutta un'altra storia", dice Patrizia. Di quel ragazzo che non aveva visto la luce per tre mesi di fila, rinchiuso in una cantina la cui porta si apriva solo per far entrare i carcerieri che li picchiavano chiedendo altri soldi per poter partire, Patrizia Opipari, conserva indissolubile il momento del primo incontro. "Una grandissima emozione. I ragazzi erano tutti in una stessa comunità di accoglienza quando siamo andati a conoscerli. Ovviamente la prima difficoltà è con la lingua. Kawsu parlava solo mandinga e qualche rara parola di inglese. Assolutamente nulla di italiano. Ancora. Era il febbraio 2017. Più di un anno dopo, quando oramai il suo ragazzo è diventato maggiorenne uscendo dalla sua giurisdizione, basta la foto di questa rubiconda signora dai capelli bianchi con il giovane nero dal sorriso bianchissimo, per capire il rapporto che continua a legarli. "Sa quale è la cosa più bella di questa esperienza? Tenere lo sguardo di Kawsu sempre davanti ai miei occhi e avere la convinzione di essere per lui una cosa importante. Poco posso fare di fronte all'enorme peso della burocrazia e alle incongruenze con le quali mi devo confrontare ogni giorno". La loro vita "insieme" funziona così: Patrizia vive da sola, Kawsu in una comunità di prima accoglienza, una di quelle dove la legge dice che dovrebbero stare trenta giorni e invece sta lì da un anno e mezzo. Va a scuola d'italiano e segue un laboratorio per videoperatore. "L'impegno è in testa, è una figura che entra nella tua vita, un dovere personale a seguire la loro esperienza, a cercare di far camminare insieme i loro desideri con le loro potenzialità, nonostante la burocrazia che è già un ostacolo per tutti noi. Figuriamoci per ragazzini che, con quel tipo di esperienza alle spalle, piombano in un mondo di cui non conoscono nulla, a cominciare dalla lingua, né i loro diritti né i loro doveri. E chiaro che chi ha un tutor è enormemente facilitato. Kawsu se ha un bisogno, se sta male, mi chiama, mi scrive". Ma non è solo un rapporto utilitaristico. Patrizia scorre i messaggi sul suo telefonino. E' Kawsu che le scrive tutte le sere: "Ciao mamma, come stai?". Lei lo aiuta come può. "Gli ho trovato una bici, l'ho portato al cinema, al teatro, tutto va bene per farli sentire parte di una comunità, favorire l'integrazione e far nascere in loro il senso di cittadinanza". Kawsu non è uno qualsiasi, non è uno che si accontenta. Dice che vorrebbe fare il medico nella vita. Patrizia lo guarda con tenerezza ma anche con preoccupazione. "La mia difficoltà è fargli capire che il percorso è lungo e difficile. Sta a fatica prendendo la licenza media, deve trovare la sua dimensione lavorativa e certo, in questo momento, pensare che possa riuscire a diventare medico è complicato".
Mamma-amica-tutrice. Se sei fortunata puoi essere tutto questo, ma non è detto. Patrizia Oieni neanche lo immagina che Kawsu possa un giorno uscire dalla sua vita. "Decade la tutela legale, quello sì, ma resta un rapporto amicale. Lui ne ha avuto piena consapevolezza quando ha fatto 18 anni. "Non sono più un bambino", mi ha detto quasi con paura. Ma la cosa bella della tutela è proprio questa, che se l'hai saputo costruire il rapporto rimane". Per questo Patrizia ha deciso di dare la sua disponibilità ad una seconda tutela. "Mi dà la sensazione di compiere un atto di cittadinanza. Piuttosto che stare alla finestra affacciati a guardare o a lamentarsi voglio fare diventare questi ragazzi una risorsa. Almeno per uno di loro ci ho messo la faccia. Se lo facessimo tutti".
Patrizia Opipari con Kawsu 

Antonella e Fire

"Perché ho accettato? Per motivi professionali, sono un'assistente sociale e mi sento coinvolta dal fenomeno dell'immigrazione, ma anche per motivi personali: anche io mi sento emigrante, dalla Sicilia a Bologna dove sono venuta per studiare all'università". Antonella Salvo, 34 anni, ha fatto da tutrice a Fire, ragazzo nigeriano arrivato solo in Italia a 17 anni. E anche la sua è un'esperienza tutta da raccontare. Perché chi decide di accogliere nella sua vita uno di questi ragazzi, alla fine sente anche l'irresistibile esigenza di condividere con quanta più gente possibile per far sì che il "club" dei tutor si allarghi a macchia d'olio. Ed ecco Antonella che traccia il bilancio della sua esperienza con Fire. "Bellissima, sicuramente ha dato più lui a me di quanto ho fatto io per lui. All'inizio hai qualche timore, perché ti affidano un ragazzo che non conosci. Poi impari che basta essere se stessi". Certo, tutor non ci si improvvisa perché il rapporto umano, la voglia di aiutare i ragazzi ad orientarsi nella babele della burocrazia italiana e a costruire un percorso di integrazione è solo una parte del lavoro. Per tutto il resto bisogna essere formati. E c'è da studiare seriamente. "Fai prima un corso dove ti danno tutte le informazioni, anche sugli aspetti legali. Impari anche a porti di fronte alla realtà da cui questi ragazzi arrivano. Io, ad esempio, mi sono trovata alle prese con una situazione drammatica. Probabilmente come tante, ma per ciascuno di noi veramente terribile. La famiglia di Fire è rimasta in Nigeria: lo hanno fatto partire nella speranza di un futuro migliore. Ha attraversato l'Africa da solo sino alla Libia poi è arrivato qui con una motivazione ben precisa: studiare, trovare un lavoro. Ed è nel cammino su questa strada che io lo aiuterò. Certo, con lui, più maturo della sua età, è stato facile. Anche se nulla può essere facile con questi ragazzi che arrivano con un fardello del genere sulle spalle".
Il segreto vero di un rapporto che non duri il limitato spazio temporale che separa questi minori dal compimento del diciottesimo anno d'età sta però nel riuscire a trovare qualcosa che vada al di là della mera "assistenza" quotidiana. Chi, come ha fatto Antonella, riesce ad individuare qualcosa in comune su cui ritrovarsi cambia totalmente il volto di questo rapporto e riesce a trasformarlo in legame. Fosse anche un pallone da inseguire su un campo di calcio. E allora Antonella, com'è il rapporto che si instaura? "Dipende dalle età e da che legame vuoi instaurare, puoi dare poco o molto tempo, lo decidi tu in base alle possibilità. Per Fire sono stata più che altro un'amica. Ho condiviso con lui la passione per il pallone: io gioco a calcetto e veniva a vedermi, lui è nel campionato di eccellenza e andavo a fare il tifo per lui. L'ho seguito per circa un anno, ma ancora oggi che ha trovato un lavoro e una stanza in affitto ci sentiamo".
Antonella Salvo con Fire 

Antonella e Awal

Calcio, ma anche cinema e teatro. Antonella Bonaduce, 50 anni, economista, Awal l'ha conquistato anche così. A quel ragazzino ghanese, che oggi è uscito dalla sua giurisdizione avendo superato i 18 anni ma è rimasto sempre "figlio" nello spirito e nel cuore, ha regalato anche pillole di cultura. E lui, che quest'anno prenderà il diploma alla scuola professionale, non se l'è fatto dire due volte. "Si può stare con loro in tanti modi - dice - io porto Awal al cinema e nei musei, l'ho seguito nello studio sino alla licenza media, poi alla scuola professionale. Vuole diventare elettricista. Ce la farà. Se fosse nato in un altro contesto sarebbe già ingegnere". Eccolo un altro dei compiti che chi sceglie di diventare tutor. Provarsi nell'inedito ruolo di facilitatore, per aprire qualche porta a chi avrebbe potenzialità per salire qualche gradino della scala sociale. "Di fronte al dramma dei migranti nel Mediterraneo non riesci a rimanere indifferente, a continuare a fare la tua vita come se niente fosse. Anche se piccolo, si può dare un contributo. Io credo che sia un impegno alla portata di tutti. Ognuno dà quello che riesce, si gioca tutto sul rapporto personale. E poi non sei sola nel ruolo di tutore, ma ti senti parte di una politica come l'intendeva don Milani: risolvere i problemi insieme. Educatori e istituzioni ti sono accanto in questa esperienza".
Adesso che Awal è diventato grande, Antonella non ci pensa neanche ad interrompere il percorso. "Il rapporto non si interrompe, rimani un punto di riferimento. Alla fine conta quello che ricevi dal punto di vista umano: entri in relazione con una persona che ti fa riflettere sulla tua vita. All'inizio ero un po' spaventata, perché non è una passeggiata: è una responsabilità. Ma ne vale la pena".

Da Bologna a Catania

Bologna è una delle città all'avanguardia in questa esperienza. I tutor volontari sono oltre 300 e qui è nata la prima associazione, "Tutori nel tempo". "Qui abbiamo puntato su piccoli gruppi di tutori volontari per formarli e costruire con loro una relazione durevole nel tempo, in modo che possano poi andare avanti nel mutuo aiuto, come avvenuto a Ferrara", precisa la garante dei minori in Emilia Romagna Clede Maria Garavini.
Ma è Catania la città d'Italia scelta come progetto pilota del primo servizio di orientamento sui diritti dei minori stranieri non accompagnati realizzato da Save the Children all'interno del tribunale dei minorenni. Un luogo e un modo aperto alle figure adulte di riferimento e ai tutor volontari e provvisori per condividere gli interventi di supporto dei bambini e degli adolescenti soli. Catania, l'anno scorso primo porto di sbarco per i minori non accompagnati arrivati via mare, ben 2246, è il principale snodo anche per migliaia di ragazzini che cercano di raggiungere autonomamente altre città italiane.
E poi c'è anche chi non è ancora tutor e non vede l'ora di diventarlo. Un desiderio di rendersi utile, di riuscire a fare qualcosa di concreto maturato proprio vedendo e ascoltando uno di questi ragazzi. È successo a Luisa quando ha incontrato Ibrahim. All'Orto botanico di Palermo, un pomeriggio, alla rassegna "Una marina di libri". Nel viale dei Bambù si parla di migranti, dell'inferno libico e dei gommoni della morte. Mischiato tra la gente, fermatosi per caso ad ascoltare il sindaco di Palermo Leoluca Orlando che parla di accoglienza e integrazione, c'è Ibrahim, 17 anni della Repubblica di Guinea. Alza timidamente la mano e chiede di poter parlare. Senza timore si avvicina al microfono e dice: "Buonasera a tutti, grazie per avermi fatto parlare. Vorrei ringraziare Palermo, questa città, il sindaco per avermi accolto. Io chiedo solo a tutti voi di non essere cattivi con noi, dateci un'opportunità. Se scappiamo dalle nostre case è perché la situazione nei nostri Paesi è diventata insostenibile. Nessuno di noi sale su quelle barche senza sapere che può morire. Ma è un rischio che decidiamo di correre perché non abbiamo alternative". E' in Sicilia da un anno e due mesi Ibrahim ma parla un italiano sorprendente, quasi forbito. Studia, ha appena preso il diploma di terza media, si è iscritto al liceo linguistico, ha progetti per il suo futuro. Si capisce subito che non è uno come tanti, non fosse altro che perché quella sera ha speso 3 euro dei 15 della paghetta settimanale che gli passano in comunità per comprare il biglietto d'ingresso e passare un pomeriggio curiosando tra gli stand di libri e le presentazioni di volumi. Sulle spalle ha uno zaino con dentro due libri che lo accompagneranno per tutta l'estate, sono i volumi sui quali studierà per tentare il "salto" e provare ad iniziare il percorso del liceo linguistico dalla seconda classe. Ha stoffa Ibrahim, si vede, ma ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a tirarla fuori e a metterla a frutto. Il "salto", il percorso di istruzione superiore, e contemporaneamente i corsi di formazione per imparare un mestiere e, nel frattempo, provare a guadagnare qualcosa con qualche lavoretto e mandare anche dei soldi a casa dove sua madre è rimasta vedova, senza sostentamento, e con altri tre figli piccoli da mantenere.

Luisa e Ibrahim

Luisa, quella sera, ascolta Ibrahim e, quando finisce, prende il coraggio a due mani e si fa avanti. Ha deciso nel giro di pochi minuti che aiuterà quel ragazzo. A studiare, a trovare un lavoro, ma anche a costruirsi rapporti sociali e, perché no, una relazione affettiva con una famiglia che non è la sua, né vera né adottiva, ma che è disposta ad aprirgli le porte. Ibrahim ha già una tutor che lo segue ma Luisa non si dà per vinta. La chiama, la contatta, le chiede il "permesso" di aiutare anche lei Ibrahim e, nel frattempo, decide che anche lei chiederà di diventare tutor. Se non sarà Ibrahim, sarà qualcun altro ma l'esperienza di fare davvero qualcosa di utile diventa un'esigenza irrinunciabile. E così, un giorno Luisa, invita Ibrahim in pizzeria e ascolta la sua storia. E' il giorno di fine Ramadan, un giorno particolare. E a tavola, davanti a una margherita e a un bicchiere di Coca cola, con Luisa e sua figlia, poco più grande di Ibrahim, il ragazzo che arriva dalla Guinea, con grande pudore racconta la sua storia e le sue speranze per il futuro. Si apre con gratitudine davanti a questa tutor aggiuntiva, a questa nuova "mamma". La sua non la vede da più di due anni. "Sono fuggito una notte da casa senza dirle nulla perché non mi avrebbe lasciato andare - racconta - Ho messo quel poco che avevo e che potevo portare con me in uno zaino e sono partito. La situazione era terribile. Non avevamo più di cosa vivere. Mio padre è morto quando ero ancora piccolo in un incidente in campagna. Il trattore si è ribaltato e lo ha travolto. Mia madre è rimasta sola con quattro bambini piccoli. E poi si è risposata. Dal secondo marito ha avuto altri due figli ma poi lui se n'è andato e lei si è ritrovata senza lavoro con sei bocche da sfamare. E nel mio Paese non c'è niente gratis, né la scuola, né la sanità, nulla. Così ho deciso di andarmene<CW-2>. Avevo 15 anni, sono partito con altri ragazzi del mio paese di notte con un passaggio in macchina. Anch'io ho fatto il deserto, poi l'Algeria. Da lì sono riuscito a chiamare mia madre. Al telefono piangeva, mi supplicava di rientrare, di non andare in Libia. Ma quando sei lì non puoi più tornare indietro e io devo mandare anche i soldi a casa. In Algeria ho lavorato per guadagnarmi il passaggio verso la Libia...". Della Libia non vuole parlare. "Anch'io ho subito violenze...", si limita a raccontare. Il viaggio in mare, 120 su un gommone, la salvezza su una nave umanitaria, l'approdo a Trapani, i primi due mesi trascorsi lì in un centro di accoglienza. Luisa è sempre più sorpresa. "Ibrahim ma dove hai imparato così bene l'italiano?". "Ho cominciato subito, dal primo giorno, a Trapani. Memorizzavo ogni parola. Io conosco già francese e ho una gran voglia di inserirmi qui. E se non studi e non impari non puoi inserirti".
A Palermo Ibrahim vive in una comunità in una zona residenziale. Non è uno che bighellona per strada, anzi. Le sue giornate sono pienissime. Appena arrivato a Palermo ha chiesto di essere iscritto a scuola e in sei mesi ha preso la licenza media. È musulmano ma non ha problemi a frequentare parrocchie, centri, associazioni cattoliche che promuovono attività per giovani migranti. Corsi per imparare a conciare le pelli, borse e scarpe, informatica, fotografia, idraulica. Tutto va bene, e tutto fa. Ma quello che a lui interessa è imparare molto bene l'italiano e, se possibile, anche l'inglese. Luisa gli chiede: ma che tipo di lavoro ti piacerebbe fare? "Il mediatore culturale, per aiutare quelli come me che non hanno la fortuna di trovare gente come te. Vorrei lavorare con le Ong, con quelli che salvano le vite delle persone. Per questo mi sono iscritto al liceo linguistico".
Ha le idee abbastanza chiare Ibrahim ma c'è un grosso problema da superare in arrivo. E molto presto. "Che succederà quando compio 18 anni?", chiede. "Mi manderanno via da questa comunità? Mi manderanno via da Palermo? Dall'Italia? Nessuno riesce a spiegarmelo. Forse dovrei avere un lavoro per rimanere qua. Ai miei amici più grandi fanno fare un tirocinio ma dicono che non ce n'è per tutti e io sono ancora minorenne".
A Luisa si illuminano gli occhi, suo marito ha un'azienda. "Te lo trovo io il tirocinio, non ti preoccupare". Ibrahim fatica a capire ma si fida di questa donna che si è messa caparbiamente in testa di aiutarlo. Le racconta anche che, oltre lo studio e il lavoro, il suo grande desiderio sarebbe trovare una famiglia vera che lo accolga in casa. E le spiega: "Non che in comunità mi trattino male, ma siamo in 14 e devi convivere in una situazione non facile. Io rispetto le regole che mi danno ma non tutti lo fanno e cosi ci sono spesso scontri e tensioni. Io vorrei solo poter stare tranquillo e studiare".
Questo sarà un po' più difficile. Trovare una famiglia che accolga in casa un ragazzo quasi diciottenne non è affare da poco ma l'affetto quello anche un tutor o un'aspirante tutor possono darlo a chi, come Ibrahim, lo "chiama". Luisa lo chiama quasi tutti i giorni, gli chiede cosa fa e se ha bisogno di qualcosa, lo invita a mangiare una pizza o un gelato, vorrebbe che lui frequentasse gente del posto e non solo altri migranti per cominciare un vero percorso di integrazione. E ci racconta l'ultimo scambio di messaggi via whatsapp. "Ciao Ibra, come va? Che hai fatto? Chi hai visto? Programmi per domenica?". Lui risponde a tutte le domande ma c'è qualcosa che non comprende. Gli sembra che con quelle domande Luisa giri attorno a un obiettivo che non riesce a inquadrare. E le chiede: volevi chiedermi qualcosa? "No Ibra, ho fatto come faccio con i miei figli. Li chiamo, chiedo loro come stanno, cosa fanno. Volevo solo coccolarti, farti sentire la mia presenza. Come fa una mamma". E lui non riesce a dire altro che "grazie, infinite volte grazie".