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Carolina Girasole 

La sindaca anti-clan che non può più candidarsi

La prima cittadina di Isola Caporizzuto, in provincia di Crotone, ha combattuto una vita contro la 'Ndrangheta, che ora l'ha trascinata in un incubo
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ISOLA CAPORIZZUTO (Crotone). Per tutta una vita contro la 'Ndrangheta, la 'Ndrangheta l'ha trascinata in un incubo che non ha fine. Per tutta una vita contro gli Arena, gli Arena se li è ritrovati al fianco come complici. Una vita che in realtà non c'è più per lei, assolta ma sempre imputata, sotto sospetto permanente, odiata dai boss e al tempo stesso bersaglio di indagini antimafia, sprofondata in quel territorio di confine dove sopravvivere è azzardo.

Una volta Carolina Girasole era una di quelle sindache calabresi bandiera della voglia di cambiamento di una regione che sembrava irredimibile, prima cittadina di Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone, reame di quegli Arena padroni di tutto e di tutti, villaggi turistici, campi, aree edificabili, consigli comunali. Ma lei lì - terra d'esilio della ninfa Calypso nei racconti omerici - non ha fatto solo e soltanto la sindaca di una giunta di centrosinistra dal 2008 e p…
ISOLA CAPORIZZUTO (Crotone). Per tutta una vita contro la 'Ndrangheta, la 'Ndrangheta l'ha trascinata in un incubo che non ha fine. Per tutta una vita contro gli Arena, gli Arena se li è ritrovati al fianco come complici. Una vita che in realtà non c'è più per lei, assolta ma sempre imputata, sotto sospetto permanente, odiata dai boss e al tempo stesso bersaglio di indagini antimafia, sprofondata in quel territorio di confine dove sopravvivere è azzardo.

Una volta Carolina Girasole era una di quelle sindache calabresi bandiera della voglia di cambiamento di una regione che sembrava irredimibile, prima cittadina di Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone, reame di quegli Arena padroni di tutto e di tutti, villaggi turistici, campi, aree edificabili, consigli comunali. Ma lei lì - terra d'esilio della ninfa Calypso nei racconti omerici - non ha fatto solo e soltanto la sindaca di una giunta di centrosinistra dal 2008 e per cinque anni, è andata oltre, ha provato a mettere le mani dove nessuno le aveva messe mai. Poi nel 2013 l'inferno: arrestata per avere preso voti sporchi. E proprio dagli Arena. Il processo ribalta la sofferenza di 685 giorni "chiusa a casa". Assolta con formula piena nel 2015 ma mai scagionata, sempre nel mirino. Una commissione prefettizia l'ha appena dichiarata incandidabile. È scivolata un'altra volta nel gorgo. Carolina Girasole non ci sta, rompe il silenzio sulla sua storia, si ribella: "Basta, è una persecuzione, non accetto, qualcuno mi vuole rovinare per sempre".

Vicenda calabrese di mafia e di antimafia dove si mescola un po' tutto. Antichi risentimenti, indagini che in alcuni passaggi mostrano approssimazione, sentenze sorprendenti, vendette incrociate, parentele ambigue usate alla bisogna. E un bene confiscato che è al centro dell'intrigo, una preziosa e sterminata estensione di finocchi. La sindaca si era affidata a Libera per seguire un percorso virtuoso e strappare la "roba" agli Arena, contro ha avuto il potere delle Misericordie d'Italia (in carcere per mafia l'ex vicegovernatore nazionale Leonardo Sacco e l'ex prete di Isola Capo Rizzuto Edoardo Scordio) che gestivano un grande centro di accoglienza, ha avuto contro anche un blocco mafioso e paramafioso fino a quando - appena non più sindaco e dopo avere subito un attentato - una notte è stata arrestata su ordine della procura della repubblica di Catanzaro. Turbativa d'asta e scambio di voti.


Pilastro dell'impianto accusatorio due intercettazioni, le voci degli Arena. In una trascrizione uno di loro diceva che a Girasole avevano dato "mille voti" ma in realtà si chiarirà durante il processo che aveva detto "una vota" (una volta), la seconda trascrizione racconta di "trecento voti" ma si scoprirà che erano andati a un altro candidato - e di sesso maschile - avversario della stessa Girasole.
Telefonate mal interpretate, brogliacci tarocchi. Il processo si chiude, il Tribunale di Crotone l'assolve "perché il fatto non sussiste" anche per quel bando sui terreni confiscati agli Arena: "Il fatto si è rivelato del tutto infondato, in quanto campato su elementi inconsistenti se non addirittura contrari all'ipotesi accusatoria". In sostanza i giudici dicono che Carolina Girasole non solo non aveva favorito gli Arena ma - come tutti ben sapevano - li aveva ostacolati in tutti i modi. Riconquistato l'onore la vicenda, seppur scabrosa, sembrava finita lì.

Ma la procura di Catanzaro è tornata all'attacco (il magistrato che segue l'inchiesta e che si è fatto applicare al processo d'appello si chiama Salvatore Curcio, gode di ottima reputazione e da poco più di un anno è procuratore capo a Lamezia Terme) contestando ai giudici di primo grado di non avere bene valutato certi elementi ("Una pigra lettura degli atti cautelari del procedimento"), difesa e accusa parlano di documenti spariti, ogni tanto ritorna la vicenda del marito di Girasole che ha una nipote ("Che non vedo da 20 anni") parente degli Arena. Processo senza uno straccio di prova o giudici troppo distratti? Macchinazione messa in atto dagli stessi Arena per azzoppare una sindaca nemica o che altro?
Il caso è assai complicato e il giudizio di appello - che è in corso - forse darà qualche risposta. Di sicuro Carolina Girasole è stata devastata dall'indagine. Si è difesa sempre con molto garbo, però nelle ultime settimane è "esplosa". Dopo l'ennesimo scioglimento del Comune, figura anche lei come incandidabile nonostante non sia più sindaco da oltre quattro anni e non è più nemmeno consigliere. Dice: "Sono stati troppi gli atti di ingiustizia subiti e ho ritenuto opportuno, a questo punto, di querelare la commissione, perché all'interno di quella relazione sono scritte una serie di cose infamanti sulla mia persona". Si batte, si batte sempre Carolina Girasole per non passare amica di "quelli" ma donna dalla schiena dritta.