Il 1978 di Tamburrini: "Carnefici e vittime uniti dal Mundial"
Paolo Galassi , di PAOLO GALASSIQuarant'anni dopo la Coppa della dittatura, parla il portiere che scappò dopo mesi di torture in un lager della dittatura argentina
BUENOS AIRES - Nel maggio 2002 la Svezia di Ibra perde un’amichevole pre-Mondiale con il Paraguay di Cesare Maldini. In un pub di Stoccolma, con l’11 di Verón sulle spalle, un argentino celebra la sconfitta degli scandinavi, che poi in Giappone elimineranno l’armata di Bielsa, vincendo a sorpresa il gruppo davanti a Inghilterra, Argentina e Nigeria. «Ancora me lo rinfacciano» racconta Claudio Tamburrini, ex portiere del Club Almagro di Buenos Aires, professore di filosofia alla Stockholms Universitet. Arrivò in Svezia 40 anni fa, in fuga dalla dittatura che per mesi lo aveva torturato nel lager Mansion Seré, da cui evase la notte del 24 marzo 1978, secondo anniversario del golpe di Videla. Una fuga diventata un libro e poi un film: quattro desaparecidos nudi e ammanettati che si calano da una finestra legando le coperte, scappando per strade dove chi li incrocia abbassa lo sguardo per non sapere. «Ci avevano condannati a morte. …
BUENOS AIRES - Nel maggio 2002 la Svezia di Ibra perde un’amichevole pre-Mondiale con il Paraguay di Cesare Maldini. In un pub di Stoccolma, con l’11 di Verón sulle spalle, un argentino celebra la sconfitta degli scandinavi, che poi in Giappone elimineranno l’armata di Bielsa, vincendo a sorpresa il gruppo davanti a Inghilterra, Argentina e Nigeria. «Ancora me lo rinfacciano» racconta Claudio Tamburrini, ex portiere del Club Almagro di Buenos Aires, professore di filosofia alla Stockholms Universitet. Arrivò in Svezia 40 anni fa, in fuga dalla dittatura che per mesi lo aveva torturato nel lager Mansion Seré, da cui evase la notte del 24 marzo 1978, secondo anniversario del golpe di Videla. Una fuga diventata un libro e poi un film: quattro desaparecidos nudi e ammanettati che si calano da una finestra legando le coperte, scappando per strade dove chi li incrocia abbassa lo sguardo per non sapere. «Ci avevano condannati a morte. Il piano era rubare un auto e allontanarci, fu impossibile. Una tormenta fermò gli elicotteri che ci cercavano».
Militante comunista e secondo portiere dell’Almagro, in serie B, Tamburrini scomparve nel novembre del 1977 dopo un allenamento. «Il fútbol e la filosofia erano le mie passioni, di giorno il pallone e la sera la facoltà. Due mondi che tenevo separati. Avevo 23 anni e sognavo di giocare in Europa. Avevo buona tecnica, bravo nelle uscite, meno tra i pali. Il sequestro fu la fine di tutto». “L’uccello è caduto. Torniamo al nido” ripete la voce che lo accompagnerà durante le sessioni con la picana elettrica applicata su genitali, occhi e gengive; e gli svenimenti per le prolungate apnee del sottomarino. Quando gli aguzzini irrompono nella cella chiedendo chi sia il portiere dell’Almagro, Tamburrini crede che essere calciatore possa salvarlo dall’inferno. È l’inizio del tormento. «Se sei portiere, para questa, gridavano, mentre mi usavano come un sacco da boxe. Poi giù per le scale a calci, verso la sala della tortura elettrica. Era il mio terrore. Speravo mi liberassero presto. Nei rari momenti di tregua pensavo al mercato estivo e alla stagione seguente, come se il calcio fosse una vocazione naturale. Guardavo le mani gonfie per le botte e temevo lesioni serie. Finché subentrò la certezza di non uscirne vivo. Cominciammo a conoscere le guardie, ne studiavamo gli orari, cercavamo di non perdere la nozione del tempo».
Una vite arrugginita fu la chiave per aprire la finestra e scappare. «Rubammo delle camicie stese e cominciammo a correre, senza sapere dove». Tamburrini chiudeva la fila di quattro fantasmi sull’asfalto bagnato, in una notte di pioggia. «Mi voltai indietro, per conservare un’ultima immagine del luogo. Tornai a guardarlo ancora una volta, prima di abbandonare definitivamente il paese. La prima cosa che chiesi a chi mi nascose fu la marmellata che sognavo da mesi. La seconda, un televisore per vedere il Mondiale».
Tamburrini dice di aver ricominciato a vivere con il Mundial ’78, la notte del 6-0 al Perù, quando nella bolgia che invase Buenos Aires sentì cori di protesta impensabili persino negli stadi, zeppi di agenti e barrabravas servi del regime. «La gente aveva bisogno di sfogarsi. Io vivevo rinchiuso in una stanza, in casa di compagni che la sera della semifinale mi obbligarono a uscire con loro a festeggiare. Avevo una paura tremenda di essere riconosciuto. Da allora lavorai anche come tassista. La gente mi raccontava la sua vita, come dallo psicanalista».
Nel ’79 l’esilio in Svezia, dove provò a tornare tra i pali: «Bastava poco per farsi capire, due segni per ordinare la barriera, un paio di urli sulle uscite alte». Poi il dottorato e la cattedra in Filosofia. Nei suoi scritti su sport e nazionalismo l’eco dei mesi in cui, da prigioniero, poteva festeggiare le vittorie con chi lo torturava: «Con i militari guardammo pure il gp di Interlagos. Vinse l’argentino Reutemann su Ferrari. Vittime e carnefici abbracciati, a gridare: Argentina! Una scena delirante».
Militante comunista e secondo portiere dell’Almagro, in serie B, Tamburrini scomparve nel novembre del 1977 dopo un allenamento. «Il fútbol e la filosofia erano le mie passioni, di giorno il pallone e la sera la facoltà. Due mondi che tenevo separati. Avevo 23 anni e sognavo di giocare in Europa. Avevo buona tecnica, bravo nelle uscite, meno tra i pali. Il sequestro fu la fine di tutto». “L’uccello è caduto. Torniamo al nido” ripete la voce che lo accompagnerà durante le sessioni con la picana elettrica applicata su genitali, occhi e gengive; e gli svenimenti per le prolungate apnee del sottomarino. Quando gli aguzzini irrompono nella cella chiedendo chi sia il portiere dell’Almagro, Tamburrini crede che essere calciatore possa salvarlo dall’inferno. È l’inizio del tormento. «Se sei portiere, para questa, gridavano, mentre mi usavano come un sacco da boxe. Poi giù per le scale a calci, verso la sala della tortura elettrica. Era il mio terrore. Speravo mi liberassero presto. Nei rari momenti di tregua pensavo al mercato estivo e alla stagione seguente, come se il calcio fosse una vocazione naturale. Guardavo le mani gonfie per le botte e temevo lesioni serie. Finché subentrò la certezza di non uscirne vivo. Cominciammo a conoscere le guardie, ne studiavamo gli orari, cercavamo di non perdere la nozione del tempo».
Una vite arrugginita fu la chiave per aprire la finestra e scappare. «Rubammo delle camicie stese e cominciammo a correre, senza sapere dove». Tamburrini chiudeva la fila di quattro fantasmi sull’asfalto bagnato, in una notte di pioggia. «Mi voltai indietro, per conservare un’ultima immagine del luogo. Tornai a guardarlo ancora una volta, prima di abbandonare definitivamente il paese. La prima cosa che chiesi a chi mi nascose fu la marmellata che sognavo da mesi. La seconda, un televisore per vedere il Mondiale».
Tamburrini dice di aver ricominciato a vivere con il Mundial ’78, la notte del 6-0 al Perù, quando nella bolgia che invase Buenos Aires sentì cori di protesta impensabili persino negli stadi, zeppi di agenti e barrabravas servi del regime. «La gente aveva bisogno di sfogarsi. Io vivevo rinchiuso in una stanza, in casa di compagni che la sera della semifinale mi obbligarono a uscire con loro a festeggiare. Avevo una paura tremenda di essere riconosciuto. Da allora lavorai anche come tassista. La gente mi raccontava la sua vita, come dallo psicanalista».
Nel ’79 l’esilio in Svezia, dove provò a tornare tra i pali: «Bastava poco per farsi capire, due segni per ordinare la barriera, un paio di urli sulle uscite alte». Poi il dottorato e la cattedra in Filosofia. Nei suoi scritti su sport e nazionalismo l’eco dei mesi in cui, da prigioniero, poteva festeggiare le vittorie con chi lo torturava: «Con i militari guardammo pure il gp di Interlagos. Vinse l’argentino Reutemann su Ferrari. Vittime e carnefici abbracciati, a gridare: Argentina! Una scena delirante».