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Manifestazione degli operatori di Ong davanti alla sede del governo maltese contro la chiusura dei porti e l’inchiesta sulla “Lifeline” 

"Io, comandante della Lifeline, sotto processo a Malta per intimidire le Ong"

Claus-Peter Reisch è al confino a La Valletta perché ha salvato 234 persone. Ma non teme il processo: “Ci accusano solo per dare una lezione a tutte le organizzazioni non governative. E far sì che le stragi restino senza testimoni”
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LA VALLETTA (MALTA). Prigioniero di un angiporto di Cospicua, una delle insenature del Grand Harbour, il maestoso porto naturale su cui affacciano i bastioni della Valletta e i borghi in pietra calcarea che le fanno da corona — Floriana, Vittoriosa, Senglea, Rinella — un “uomo bianco” sta pagando da solo il conto della ferocia dell’Italia di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, della cattiva coscienza e cinismo dell’Europa, che in un mese hanno già fatto seicento morti. Non gli è stato perdonato di aver strappato al mare 234 esseri umani in fuga dai campi di concentramento libici. Di aver rifiutato di riconsegnarli ai loro carcerieri. Di aver bordeggiato con il suo carico umano a largo della costa maltese per cinque giorni e cinque notti battuti da un vento di maestrale, costringendo i governi di Roma e di Malta a gettare la maschera. L’uomo si chiama Claus-Peter Reisch. Ha 57 anni, è un bavarese di Landsberg am Lech, quaranta …
LA VALLETTA (MALTA). Prigioniero di un angiporto di Cospicua, una delle insenature del Grand Harbour, il maestoso porto naturale su cui affacciano i bastioni della Valletta e i borghi in pietra calcarea che le fanno da corona — Floriana, Vittoriosa, Senglea, Rinella — un “uomo bianco” sta pagando da solo il conto della ferocia dell’Italia di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, della cattiva coscienza e cinismo dell’Europa, che in un mese hanno già fatto seicento morti. Non gli è stato perdonato di aver strappato al mare 234 esseri umani in fuga dai campi di concentramento libici. Di aver rifiutato di riconsegnarli ai loro carcerieri. Di aver bordeggiato con il suo carico umano a largo della costa maltese per cinque giorni e cinque notti battuti da un vento di maestrale, costringendo i governi di Roma e di Malta a gettare la maschera. L’uomo si chiama Claus-Peter Reisch. Ha 57 anni, è un bavarese di Landsberg am Lech, quaranta chilometri da Monaco, dagli occhi azzurri e il volto cotto dal sole e dalla salsedine.

È un uomo di mare. Meglio, un uomo che ha scelto definitivamente il mare dopo una prima vita da rappresentante di commercio di articoli sanitari e da bagno. È stato, fino al pomeriggio del 27 giugno scorso, prima che venisse sequestrata al momento del suo approdo al Boiler Wharf di Senglea, il comandante della “Lifeline”, nave di 32 metri di lunghezza e 230 tonnellate di stazza della Ong tedesca “Mission Lifeline”, impegnata nelle operazioni di search and rescue, di salvataggio e soccorso, al largo delle coste libiche.
Claus-Peter Reisch, ha 57 anni, bavarese, capitano della Lifeline 
È stato un cittadino europeo libero di muoversi nell’Unione. Ma solo fino alla sera del 27 giugno, quando gli sono stati sequestrati il passaporto e la carta di identità, gli è stato imposto il confino sull’isola e gli sono state notificate infrazioni al codice della navigazione per le quali rischia una condanna a dodici mesi di reclusione in un processo per direttissima cominciato la prima settimana di luglio di fronte a un tribunale della Valletta.

Il 10 luglio scorso, gli è stato concesso, con il deposito di una cauzione di cinquemila euro, di ritornare per una decina di giorni in Germania per prendersi cura di sua madre, una donna di 92 anni «che ha soltanto me al mondo», dice Claus. Ma con l’ordine di riconsegnarsi al suo confino sull’isola entro il 29 di questo mese, quando il suo processo riprenderà con una nuova udienza. «Cosa che farò, perché non ho nessuna intenzione di sottrarmi alla sentenza, dice Claus abbozzando un sorriso».
Venti giorni di confino sono un tempo lungo. Utile a pensare. Soprattutto se le ore trascorrono identiche le une alle altre in un perimetro di un paio di chilometri quadrati. Tra “casa Birmula”, un bed&breakfast a due piani di Cospicua, ospite in una stanzetta condivisa con il primo ufficiale di bordo Martin Ernst, le udienze al tribunale della Valletta, le scartoffie processuali, e i quindici minuti di passeggiata che, attraverso i moli e i vicoli di Sanglea, porta alla tua nave. Immobile nei suoi ormeggi oltre le grate del Boiler Wharf, rilucente del bianco e azzurro delle sue murate sotto un sole accecante, off-limits a chiunque non sia membro dell’equipaggio, eppure ancora sotto la sua piena responsabilità.

Racconta Claus: «Il pomeriggio del 27 giugno, dopo cinque giorni in cui eravamo rimasti in ostaggio della partita politica tra l’Italia, Malta e Bruxelles, le autorità maltesi avevano deciso di autorizzarci a entrare nel Grand Harbour. Saranno state le sette — otto della sera. Avevamo appena finito di sbarcare i migranti qui al boiler Wharf, quando salirono a bordo gli uomini del Servizio Immigrazione. Presero i documenti della nave e mi dissero che dovevo seguirli negli uffici della polizia di Valletta».

Era stato fatto entrare in una stanza per essere interrogato.
«Il funzionario di polizia mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “Allora, comandante, quanti soldi prende da ogni migrante che carica sulla sua nave?”. All’interrogatorio era presente un interprete maltese-tedesco. Mi rivolsi istintivamente a lui con un’espressione sbalordita. Da tre giorni andavo avanti con due ore di sonno per notte. E pensavo di aver confuso. L’interprete si fece ripetere la domanda e me la tradusse nuovamente in tedesco. Purtroppo avevo capito. Spiegai al poliziotto che né io, né altri dei miei diciassette uomini di equipaggio prendevamo o avremmo anche mai solo pensato di prendere un soldo dalle donne, gli uomini, i bambini che salvavamo. Né noi, né altre Ong. Il poliziotto mi interruppe e disse: “Mi dia allora una buona ragione per spiegarmi il motivo per cui fa quello che fa con la sua nave”. “Perché è un mio dovere”, risposi. “E perché sono un essere umano che prova piacere a salvare delle vite”. Gli spiegai anche che non prendevamo denaro neppure per il lavoro che facevamo e facciamo, che non fosse un pasto caldo e una branda a bordo, perché siamo tutti volontari. Gli dissi che per le mie missioni mi pagavo il biglietto aereo dalla Germania per raggiungere il porto di partenza della nave. Ma quelle due domande del poliziotto, il cinismo e la brutalità di cui erano intrise, mi fecero capire che avevano deciso di darmi una lezione. A me, alla Lifeline. Perché fosse di esempio per tutti. Ong e opinione pubblica».

A Claus, di quella notte del 27 giugno, vengono contestate una serie di accuse capziose che diventeranno poi il suo capo di imputazione nel processo per direttissima che si aprirà di li a pochi giorni. Di essere al comando di una “nave fantasma”, perché battente bandiera olandese, ma non iscritta nei registri navali di quel Paese, nonché non registrata né attrezzata per le attività di soccorso in mare. Di avere una patente nautica solo per la navigazione sotto costa. Di non avere una licenza valida per l’utilizzo della radio di bordo. Di aver deviato la propria rotta dalle acque internazionali per dirigere in quelle maltesi senza esserne autorizzato.

Il comandante afferra una cartellina trasparente. «Ecco la certificazione IMO con la storia della Lifeline e della sua immatricolazione, ecco la licenza all’uso della radio rilasciata dal Ministero dell’Economia olandese, ecco la mia patente nautica. Era tutto semplicemente ridicolo. I documenti erano perfettamente in regola. Ed era ridicolo che mi trattassero e mi contestassero accuse che nessuno si era mai preso la briga di contestare in oltre due anni. La Lifeline, a Malta, la conoscevano e la conoscono tutti. Negli ultimi due anni è approdata e ripartita dall’isola almeno venticinque volte. Qui abbiamo sempre fatto carburante e stoccato parte del materiale di salvataggio. Sulla nostra prora è scritto a lettere cubitali “Rescue”. E invece, in quella specie di teatro, fingevano di non sapere. Di non ricordare neppure che era da Malta, dal Grand Harbour, che eravamo salpati il 13 giugno verso la Libia».

Del resto, in quei quattordici giorni della sua ultima missione (la sesta da comandante), Claus-Peter Reisch aveva capito presto che qualcosa stesse cambiando nel basso Mediterraneo. «Fino al 16 giugno, le cose erano filate lisce. Navigavamo in acque internazionali, nella zona Search and Rescue 30 miglia al largo della costa occidentale della Libia, nel tratto di mare compreso tra Tripoli e Al Khums. E avevamo fatto un primo salvataggio di 116 migranti coordinato dal Centro Imrcc della Guardia Costiera di Roma. Poi, il 21, le cose si era complicate. Avevamo prima dato assistenza a un trasbordo di 116 migranti sulla “Viking Amber”, un mercantile che aveva murate troppo alte per riuscire a caricare i naufraghi direttamente dal mare, e quindi, avevamo intercettato e recuperato a bordo altri 118 alla deriva su un gommone. Sempre coordinati dal Centro della Guardia Costiera di Roma. Tuttavia, quello stesso giorno, veniamo agganciati in acque internazionali da una motovedetta dalla Guardia Costiera libica, una di quelle regalate dall’Italia. Non gradevole. Nelle prime comunicazioni radio, che ho registrato, il messaggio era stato: “Helper, helper, we kill you”, soccorritore, soccorritore, ti ammazziamo. Poi ci avevano intimato di spegnere i motori e dopo una laboriosa manovra di accosto, perché non erano in grado neppure di tirare una cima, due ufficiali libici erano saliti a bordo della Lifeline».

Al Comandante viene intimato di consegnare il suo carico umano. «I 234 migranti che avevamo a bordo erano tutti raccolti nel ponte inferiore. E, mentre lo attraverso per andare a parlare con i due ufficiali libici, un giovane uomo del Bangladesh mi si inginocchia di fronte e, aggrappandosi alle mie gambe, piangendo, mi implora di non consegnarli. “Piuttosto ci uccidiamo tutti gettandoci in mare”, dice. Non li avrei mai consegnati, ma con quell’immagine e quelle parole nella testa, comunico ai due ufficiali libici che non avrei mai accolto una richiesta che ritenevo illegittima, perché in acque internazionali e perché contraria sia alla Convenzione di Ginevra che a quella Europea sui diritti umani».

I libici desistono. La Lifeline imposta la sua rotta verso nord. E, il 22 giugno, è chiamata a un’ultima operazione. Aiutare il mercantile “Alexandria Mersk” nel salvataggio di 81 migranti su un gommone senza più acqua e carburante da un giorno. Poi, il 23 giugno, comincia la danza.
«Quando chiedo al Centro di coordinamento di Roma della Guardia Costiera che, come da protocollo, mi venga affidato un porto sicuro di approdo, mi viene riposto di rivolgermi alla Guardia Costiera libica e di farmelo dare da loro. Detto che se la provocazione era quella di mettermi di fronte alla prospettiva di riconsegnarli alla Libia non lo avrei fatto, contatto in ogni caso Tripoli, senza ottenere risposta. Allora chiamo Malta e mi viene ordinato di tenere rotta a nord verso l’Italia e chiamare Roma. Capisco dunque quale è il gioco. E decido di non prestarmi. Così, mi metto a bordeggiare a largo di Malta a cinque nodi di velocità. Di notte, risalendo verso nord-ovest sfruttando il calo del maestrale. E di giorno, indietro verso sud-est, in direzione opposta. Avrei aspettato che Roma, Malta e Bruxelles si assumessero una qualche responsabilità».

Per cinque giorni, con il cibo ormai quasi esaurito a bordo — «Tiravamo avanti in quasi 250, quanti eravamo, con il cous-cous, delle verdure al vapore, lo zucchero e il té nero» — Malta evita qualunque comunicazione con la “Lifeline” che possa lasciare una traccia. Niente mail e silenzio radio. «Io insistevo perché mi scrivessero o mi contattassero sul canale 16. E invece, solo comunicazioni sul mio cellulare. E sempre per ripetermi di dirigere a nord, verso le coste siciliane. Cosa che naturalmente non feci. Solo a un certo punto accostò una motovedetta della Guardia Costiera Maltese. Dissero che dovevano consegnarci del cibo. Scaricarono degli scatoloni di crackers e delle monoporzioni di noodle soup istantanee. Questo era l’aiuto».

Il resto è noto. Come le parole di Salvini («trafficanti di carne umana») riservate alla Lifeline e alle altre ong. Claus-Peter Reisch si fa serio: «Amo l’Italia, la sua gente e ne comprendo il senso di abbandono di fronte a una vicenda epocale come le ondate migratorie. L’Italia è il mio secondo Paese. Ho la mia barca a vela in Sardegna, dove vado ogni volta che posso. E conosco quanto riescano ad essere generosi gli italiani, ma anche feroci. Perché sono un tedesco. E ascoltare Matteo Salvini mi fa tornare indietro a un tempo, all’Europa nazista e fascista, che non ho vissuto, ma che da tedesco fa parte della mia coscienza. Un tempo orribile che pensavo non dovesse mai più tornare. E che invece è tornato».

Sul molo del Boiler Wharf, il Comandante si congeda. Deve tornare a bordo della “Lifeline” per i controlli di routine. Si rivolge un’ultima volta all’interlocutore, ma guardando la linea del mare all’orizzonte, nella luce del tramonto. «Non è soltanto a me e alla Lifeline che vogliono impedire di tornare lì. Non vogliono che torni più nessuno. Così che l’Europa non sappia come si muore in mare. Di sete, o inghiottiti da onde alte cinque metri. O nel buio pesto della notte, tra le urla dei propri figli o delle proprie mogli. Non vogliono che qualcuno veda e racconti. Perché chi non vede, non sa. E chi non sa, può tacitare la propria coscienza».