Josefa ha voglia di parlare sentendosi ormai al sicuro, lontano dall'inferno della Libia dal quale è riuscita a scappare. Ma è ancora provata e stanca, ha ferite su tutto il corpo e, soprattutto, nella sua mente. "Noi - dice Riccardo Gatti - non le facciamo domande per non stressarla, ma lei qualcosa ci ha raccontato. E continua a ripetere che in Libia, nelle prigioni gestite dai trafficanti di esseri umani, ha visto l'inferno". Ai volontari la donna ha spiegato in francese: "Ho vissuto una vita tremenda nel mio paese, il Camerun, dove sono nata e ho vissuto fino ad alcuni anni fa. Sono poi fuggita con l'aiuto dei miei familiari in cerca di una vita migliore perché mio marito mi picchiava. Non potevo avere figli, lui non lo sopportava e si sfogava su di me. Così mi sono affidata ai 'passeur' che avevano promesso di portarmi in Libia da dove poi avrei potuto raggiungere l'Europa".
Josephine, l'unica sopravvissuta al naufragio libico: è rimasta 48 ore in acqua attaccata a un pezzo di legno
Lo sguardo traumatizzato, quasi vitreo, di chi ancora non distingue la vita dalla morte. Così appare l'unica donna sopravvissuta all'ultimo naufragio libico, in cui sono morti una madre e un bambino. Questa donna miracolata si chiama Josephine, viene dal Camerun ed è rimasta due giorni in mare, attaccata ad un pezzo di legno, prima che i volontari della Ong spagnola Open Arms la recuperassero al largo della Libia. A raccontare la sua storia è Annalisa Camilli, una giornalista di 'Internazionale' che si trova a bordo della nave e ha assistito al salvataggio. A soccorrere la donna è stato Javier Figuera, uno volontario spagnolo di 25 anni: "Quando le ho preso le spalle per girarla - dice - ho sperato con tutto il mio cuore che fosse ancora viva. Dopo avermi preso il braccio non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me". A quel punto, prosegue Camilli, sono arrivati altri soccorritori e l'hanno trasportata sulla nave, dove ora si trova con sintomi di ipotermia. Accanto a lei gli uomini di Open Arms hanno trovato anche un'altra donna e un bambino di circa 5 anni, che però erano già morti. I loro corpi sono a bordo della nave della Ong. Secondo il medico di bordo - scrive ancora Camilli - "la donna era morta da diverse ore mentre il bimbo era deceduto da poco". Per la Ong quanto avvenuto è "un'omissione di soccorso" da parte della guardia costiera libica - dice il fondatore di Open Arms Oscar Camps - che non è in grado di gestire una situazione d'emergenza e ha abbandonato due donne e un bambino"
VIDEO - "La donna soccorsa ha bisogno di cure"
Josefa non fornisce molti dettagli, ma la sua odissea è simile a quella di tanti altri. Ha viaggiato per settimane a bordo di camion con altri disperati in mezzo al deserto e dopo mille peripezie ha raggiunto il confine libico. Lo ha attraversato ma poi è piombata nell'incubo: "Mi hanno portato in un campo, mi picchiavano, mi violentavano e dopo mesi finalmente mi hanno accompagnato su una barca". Lei non sa dire al momento da dove è partita e non riesce a raccontare come e quando la sua barca è affondata: "Non ricordo niente, non ricordo niente", dice. Dopo il naufragio, si è ritrovata aggrappata ad un pezzo di legno per due giorni e due notti con accanto altri due suoi connazionali, la donna e il suo bambino che non ce l'hanno fatta. Pensava che sarebbe morta anche lei, fino a quando non è stata soccorsa e salvata dalla Open Arms. E la foto dei suoi occhi ha fatto il giro del mondo.
Domani mattina, intanto, l'Open Arms è attesa in Spagna: "Denunceremo pubblicamente l'omissione di soccorso da parte della cosiddetta Guardia costiera libica e del mercantile Triades che hanno abbandonato i naufraghi al loro destino provocando la morte di due persone" ribadisce la Ong che ha convocato una conferenza stampa alle 12.30 al Centre Flassanders. Ci saranno anche il direttore della Ong Oscar Camps, il deputato italiano di Leu Erasmo Palazzotto e Marc Gasol, giocatore spagnolo della Nba e volontario a bordo della nave.
"Questo episodio e l'esponenziale aumento del numero di morti nel Mediterraneo degli ultimi mesi - spiega Open Arms - sono la conseguenza diretta della criminalizzazione delle Ong impegnate in operazioni di soccorso nel Mar Mediterraneo. L'obiettivo è quello di legittimare le milizie libiche, finanziate dall'Italia e dalla Ue, e ridurre in questo modo il numero di arrivi in Europa".