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Un'illustrazione di Ferenc Pintér 

L'Europa è unita nel nome del noir

Le nuove tendenze del poliziesco tradiscono gli umori politici del continente. In Germania incombe il passato hitleriano, in Inghilterra prevale il classico, in Polonia si fronteggia l’aggressività sovranista
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Un modo eccellente per orientarsi nella geografia politica di un’Europa che sta attraversando la sua più profonda crisi di sempre è quello di guardare al poliziesco. Dalla Svezia al Mediterraneo, giallo e noir europei sono ormai realtà letterarie consolidate. E in tempi di continue (e non sempre coerenti) evocazioni del concetto di “popolo”, da come guardano al contemporaneo (o alla storia recente) gli autori di racconti criminali si può comprendere molto del modo di sentire dei popoli che ci circondano, della loro cultura, del loro rapporto con le altre genti europee.

GERMANIA. La Storia sembra essere un’ossessione, per la nuova leva del krimi, e quando si dice Storia, in Germania, si finisce, inevitabilmente, col dire nazismo. Il bosco silenzioso, di Wolfram Fleischhauer (Emons), prende le mosse dalla visita di Sandro Pertini, al campo di sterminio di Flossenburg, dove, proprio in quell’Aprile del ’45 che segnava la ca…
Un modo eccellente per orientarsi nella geografia politica di un’Europa che sta attraversando la sua più profonda crisi di sempre è quello di guardare al poliziesco. Dalla Svezia al Mediterraneo, giallo e noir europei sono ormai realtà letterarie consolidate. E in tempi di continue (e non sempre coerenti) evocazioni del concetto di “popolo”, da come guardano al contemporaneo (o alla storia recente) gli autori di racconti criminali si può comprendere molto del modo di sentire dei popoli che ci circondano, della loro cultura, del loro rapporto con le altre genti europee.

GERMANIA. La Storia sembra essere un’ossessione, per la nuova leva del krimi, e quando si dice Storia, in Germania, si finisce, inevitabilmente, col dire nazismo. Il bosco silenzioso, di Wolfram Fleischhauer (Emons), prende le mosse dalla visita di Sandro Pertini, al campo di sterminio di Flossenburg, dove, proprio in quell’Aprile del ’45 che segnava la caduta del nazifascismo, moriva il fratello Eugenio. Vent’anni dopo approda a Flossenburg la giovane Anja: ufficialmente impegnata in rilievi tecnici nelle foreste, in realtà Anja non ha mai smesso di indagare sulla sorte del padre, scomparso proprio nei giorni della visita di Pertini. Fuggito? Rapito? Morto? È questo che Anja cerca di capire, mentre c’è chi prova in tutti i modi a ostacolarla e il monito di Pertini — non condannate per l’orrore dei lager l’intero popolo tedesco — non sembra adattarsi a una comunità ostile e chiusa a difesa di inconfessabili segreti.

Un romanzo forte, cupo, nobile. Harald Gilbers, con I figli di Odino (Emons) ci porta invece direttamente nella Berlino del 1945: quando la caduta degli Dei è alle porte e, fra un bombardamento e un razionamento, il fanatico giudice nazista Freisler provvede a decimare i sopravvissuti spedendoli al capestro con l’accusa di disfattismo. È in questo scenario apocalittico che si muove l’ex commissario Oppenheimer: ebreo scampato ai campi perché sposato con un’ariana. Spasmodicamente impegnato a sopravvivere, drogato di stimolanti, per salvare dalla condanna a morte la dottoressa Hilda, coraggiosa resistente accusata di aver assassinato il marito, Oppenheimer indaga su una misteriosa setta esoterica e sui crudeli esperimenti del dottor Mengele. Un’opera inquietante che ci costringe a pensare a cos’è stata l’Europa prima dell’Unione: un ininterrotto teatro di catastrofi.

INGHILTERRA. Non si discute. Per gli amanti del classico la terra promessa è e resta un certo crime inglese. Classico come un tè da Fortnum&Mason, il cambio della guardia, la pioggia intermittente di Londra e i cappellini della regina. Prevede un delitto che turba la comunità, un investigatore che prende in mano la situazione e riduce all’impotenza i cattivi, ripristinando infine l’ordine. Per quanto non ci siano più i delitti di una volta (se è per questo, anche di maggiordomi non è che se ne incontrino tanti) il giallo a prova di Brexit mantiene intatto il suo fascino. E così sarà finché esisteranno investigatori come il sovrintendente Roy Grace della polizia di Brighton (Una morte in diretta, di Peter James, Longanesi). Grace va per i quaranta, sua moglie è scomparsa misteriosamente da anni e lui, per cercarla, non ha esitato a rivolgersi a veggenti e medium dei quali, peraltro, non disdegna di servirsi alla bisogna.

È un uomo dai gusti atroci in fatto di abbigliamento e piuttosto conservatore sul piano musicale. Imbranato con le donne, a cui pure non dispiace, è, in fondo, un giusto intelligente e tenace che non sopporta il carrierismo e l’avidità. James, quasi settant’anni, un passato di produttore cinematografico, è un autentico maestro nella costruzione del suspense, che spinge a vette vertiginose di tensione. In questo romanzo tutto comincia quando un tipo qualunque si ritrova fra le mani un Cd che è in realtà uno snuff movie. E invece di voltarsi dall’altra parte, da bravo cittadino, va alla polizia. Da Colin Dexter, recentemente scomparso, si traggono invece utilissime informazioni su alcune peculiarità del “carattere nazionale” degli inglesi: come la diffidenza verso tutto ciò che non è inglese, appena venata, qua e là, dalla curiosità per le “stranezze” di noialtri curiosi bipedi che non abbiamo avuto la fortuna di nascere a Londra.

O, come nel caso dell’ispettore capo Morse, a Oxford. «Brutale, vulnerabile, arrogante, amabile», gran bevitore e grande enigmista, tenero e sfortunato amante, Morse arriva alla soluzione dei casi grazie a una serie di intuizioni quasi sempre sballate che si ricompongono, miracolosamente, a chiudere il puzzle. Quanto al movente, gretto o nobile che sia, affonda immancabilmente radici in qualche distorsione dell’animo umano. In questo La morte mi è vicina (Sellerio) i devoti fan conosceranno, fra l’altro, il suo nome proprio, sinora mascherato dalla sola iniziale “E”.

POLONIA. Un acre mix di odio e di aggressività pervade Varsavia, «la capitale più noiosa al mondo» e preannuncia la prossima trasformazione della Polonia in quella democrazia, diciamo così, autoritaria che è l’altra faccia dell’Europa di oggi. Umori già presenti nel 2007, quando con Il caso costellazione (Rizzoli), Zygmunt Miloszewski, poco più che trentenne, lanciava il personaggio di Teodor Szacki, protagonista di una fortunata trilogia che ha meritato all’autore l’appellativo di Simenon polacco.

Szacki è un Pubblico Ministero belloccio, attratto dal fascino femminile, laico in un paese ipercattolico, garantista in un contesto repressivo, incline a provare pietà per i cattivi e piuttosto scettico nei confronti di slogan come “tolleranza zero” e “certezza della pena”. La “costellazione” del titolo è una terapia psichiatrica a base teatrale realmente praticata dallo scienziato Bert Hellinger. Durante una seduta, un cittadino apparentemente irreprensibile viene assassinato. E Szacki, indagando, s’imbatterà (guarda caso) nella Storia: e visto che siamo in Polonia, Storia significa il comunismo dal volto disumano, la sua eredità perversa, i suoi legami occulti e inconfessabili col presente. Un gran bel romanzo a cavallo fra scavo psicologico e realismo.

SCANDINAVIA. Dal pozzo senza fondo del noir scandinavo emerge il danese Jesper Stein, già reporter di guerra, oggi consacrato autore di culto grazie alla saga dell’ispettore Axel Steen, il Re di Norrebro, il quartiere degradato di Copenaghen. Che, al pari di tutte le capitali come si deve, accanto alla dolce vita, ai localini, alla tolleranza e alla movida, sfodera un lato oscuro fatto di coca, corruzione, traffico di esseri umani: come dire, malavita e malcostume non sono prerogativa del Sud del continente. In Akrash (Marsilio) ritroviamo Steen, strafatto e schizzato più che mai, sulle tracce di un colossale traffico di droga con annessi narcos psicotici, avvenenti spogliarelliste, ambiziosi Pubblici Ministeri, sbirri traditori e, cattivi fra i cattivi, gli spietati, inossidabili mafiosi russi. Adrenalina assicurata, con un’originale vena mélo.

È danese, infine, anche Mads Peder Nordbro, 48 anni, filosofo, responsabile della comunicazione del municipio di Nuuk, la capitale della Groenlandia. Proprio nell’isola più a nord del mondo è ambientato La ragazza senza pelle (Einaudi Stilelibero), un intrigante turnpage dai sapori “polari”: cadaveri squartati, antiche faide etniche fra nativi e conquistatori, comunità chiuse e violente, molto sangue, politicanti corrotti, inuit indecifrabili, improvvisi squarci lirici e tanta, tanta neve. E l’immancabile tributo alla tradizione sotto forma di una coppia di improvvisati detective — lui giornalista ficcanaso con ferita esistenziale, lei guerriera nativa tatuata — che ricorda molto da vicino gli eroi del Millennium di Stieg Larsson.