Asiago ricorda Benigno Dalmazzo, calciatore della Juventus morto nella Grande Guerra. Rumiz: “Via le bandiere dalle cime”
Giampaolo Visetti , dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTINel centenario della fine della Prima guerra mondiale, è stata ricostruita la storia di Benigno Dalmazzo, bianconero fino al 1914 e poi chiamato alle armi: morì colpito da una raffica di mitra sull’altopiano. Appello di Paolo Rumiz a un gesto simbolico: togliere le bandiere nazionali da vette, rifugi e sentieri
ASIAGO. Per i compagni di squadra il suo destro era "peggio di una fucilata". Il destino non ha pietà: a ucciderlo è stata una raffica di mitra alla testa. Primo luglio 1916, mezza mattina, località Rossastòn, tra gli abeti che salgono verso la cima del monte Interrotto, sopra Asiago: Benigno Dalmazzo, torinese di 21 anni, tenente del 162° reggimento fanteria della Brigata Ivrea, si affaccia alla trincea e cade qui, sul fronte che divide l'Italia dall'impero austroungarico. Appena fa buio i commilitoni lo seppelliscono nel bosco che due anni dopo sarebbe stato incenerito dalle bombe, epilogo della prima Guerra Mondiale. Quel cippo e quel nome senza un volto sono stati visibili per un secolo, tra gli oltre 130mila caduti dispersi sull'altopiano, raccolti nell'ossario del Leiten, o inghiotti dalla terra.
La storia del tenente Dalmazzo invece riemerge per caso e sarà raccontata il 3 agosto: una targa nella foresta ri…
La storia del tenente Dalmazzo invece riemerge per caso e sarà raccontata il 3 agosto: una targa nella foresta ri…
ASIAGO. Per i compagni di squadra il suo destro era "peggio di una fucilata". Il destino non ha pietà: a ucciderlo è stata una raffica di mitra alla testa. Primo luglio 1916, mezza mattina, località Rossastòn, tra gli abeti che salgono verso la cima del monte Interrotto, sopra Asiago: Benigno Dalmazzo, torinese di 21 anni, tenente del 162° reggimento fanteria della Brigata Ivrea, si affaccia alla trincea e cade qui, sul fronte che divide l'Italia dall'impero austroungarico. Appena fa buio i commilitoni lo seppelliscono nel bosco che due anni dopo sarebbe stato incenerito dalle bombe, epilogo della prima Guerra Mondiale. Quel cippo e quel nome senza un volto sono stati visibili per un secolo, tra gli oltre 130mila caduti dispersi sull'altopiano, raccolti nell'ossario del Leiten, o inghiotti dalla terra.
La storia del tenente Dalmazzo invece riemerge per caso e sarà raccontata il 3 agosto: una targa nella foresta ricresciuta lo ricorderà a chi oggi rialza gli steccati del nazionalismo per spaccare l'Europa costruita sul sangue dei ragazzi di cento anni fa. A suonare per lui il Silenzio, nella trincea dove è stato ucciso, sarà Filippo, un bambino di 12 anni, trombettista della "European Spirit of Youth Orchestra" che fonde la musica di settanta giovani tra 11 e 20 anni, nati in undici nazioni del continente.
Perché Benigno Dalmazzo non è stato solo uno tra i milioni di ragazzi europei sacrificati all'equivoco del patriottismo armato: fino al giorno prima di partire per il fronte giocava a pallone come loro, faceva l'attaccante ed era un campione della Juventus. A scoprirlo sono stati i volontari della contrada Bosco, che due anni fa hanno avviato le ricerche in archivi e musei sulla Grande guerra. "L'obiettivo era restaurare quella tomba misteriosamente sfuggita alle riesumazioni degli anni Trenta - dice Chiara Stefani, assessore comunale alla Cultura - invece incrociando date, immagini e rapporti militari si è potuto riannodare un nome con la sua vita".
Nessuno l'ha mai cercato perché Dalmazzo era figlio unico e a 21 anni non aveva una compagna, o discendenti. Era nato agli inizi del 1895 e, quattordicenne, aveva esordito nelle giovanili della Juventus. A sedici anni era già in prima squadra, debutto il 12 febbraio 1911 contro il Piemonte Football Club. Un fuoriclasse: nei due campionati 1913-1915 segna 20 gol in 38 partite. Viene convocato in Nazionale, ma prima della maglia azzurra arriva la cartolina che lo assegna alla Brigata Ivrea, volontario tra altri milioni di giovani irredentisti. È appena uscito dagli spogliatoi alla fine di una partita contro il Genoa, non toccherà più palla: scoppia la guerra, il campionato viene sospeso, una tradotta lo spinge fino ad Asiago. Dallo stadio alla trincea, il sogno di un campione diventa un incubo: per un secolo il suo nome di disperso resta qui, sul palco veneto dell'orrore incapace di insegnare, e a Torino, dove una lapide ricorda i 170 tesserati della Juventus sacrificati sul fronte.
Così Filippo suonerà nella sua trincea, a un secolo dall'ultima cannonata, per ricordare senza la retorica delle parole che la guerra non finisce mai per sempre, ma scoppia ogni volta all'improvviso, inattesa, spezzando la normalità assoluta della vita di ognuno. Con lui, in marcia tra il centro di Asiago e il bosco dove hanno camminato anche Mario Rigoni Stern ed Emilio Lussu, i giovani compagni dell'orchestra europea diretta da Igor Kuret, ieri in concerto a Caporetto, gli alpini dell'Ivrea e la gente salita qui per il progetto "Tamburi di pace", che grazie allo scrittore Paolo Rumiz fonde la musica con la letteratura. "Non una commemorazione - dice - ma un'evocazione mentre il neo-nazionalismo minaccia di far precipitare l'Europa nella catastrofe per la terza volta in poco più di un secolo. Quando il linguaggio della politica non argina più la violenza e la paura, ma anzi le semina, deve scattare l'allarme della guerra: che non è uno spettacolo archeologico ad uso di musei e promozione turistica".
Da Asiago, dove l'albero più vecchio ha cento anni perché il conflitto oltre agli uomini aveva sterminato anche le piante, partirà pure un appello internazionale: rimuovere le bandiere nazionali da vette, rifugi e sentieri delle Alpi, per lasciare solo i vessilli stellati dell'Europa unita. L'arco alpino nel Novecento è stato diviso da migliaia di chilometri di filo spinato, sempre giustificato con la leggerezza delle bandiere nazionali.
"Nulla contro la stoffa - spiega Rumiz - ma oggi assistiamo ad un sospetto proliferare di contrapposti vessilli commemorativi. Vengono alzati non per ricordare la follia del passato, ma per giustificare quella del presente. A un secolo dal 1918 rinunciare ad esporre la propria bandiera nei luoghi dove in suo nome sono morti oltre sei milioni di ragazzi, alzando invece un comune simbolo europeo, può essere l'avvio di una rinascita". Un bambino che suona il "Silenzio" in una trincea assediata dal bosco e le montagne non più spaccate, nemmeno dalla carezza delle bandiere: anche al tenente Benigno Dalmazzo tornerebbe la voglia di una partita tra amici.
La storia del tenente Dalmazzo invece riemerge per caso e sarà raccontata il 3 agosto: una targa nella foresta ricresciuta lo ricorderà a chi oggi rialza gli steccati del nazionalismo per spaccare l'Europa costruita sul sangue dei ragazzi di cento anni fa. A suonare per lui il Silenzio, nella trincea dove è stato ucciso, sarà Filippo, un bambino di 12 anni, trombettista della "European Spirit of Youth Orchestra" che fonde la musica di settanta giovani tra 11 e 20 anni, nati in undici nazioni del continente.
Perché Benigno Dalmazzo non è stato solo uno tra i milioni di ragazzi europei sacrificati all'equivoco del patriottismo armato: fino al giorno prima di partire per il fronte giocava a pallone come loro, faceva l'attaccante ed era un campione della Juventus. A scoprirlo sono stati i volontari della contrada Bosco, che due anni fa hanno avviato le ricerche in archivi e musei sulla Grande guerra. "L'obiettivo era restaurare quella tomba misteriosamente sfuggita alle riesumazioni degli anni Trenta - dice Chiara Stefani, assessore comunale alla Cultura - invece incrociando date, immagini e rapporti militari si è potuto riannodare un nome con la sua vita".
Nessuno l'ha mai cercato perché Dalmazzo era figlio unico e a 21 anni non aveva una compagna, o discendenti. Era nato agli inizi del 1895 e, quattordicenne, aveva esordito nelle giovanili della Juventus. A sedici anni era già in prima squadra, debutto il 12 febbraio 1911 contro il Piemonte Football Club. Un fuoriclasse: nei due campionati 1913-1915 segna 20 gol in 38 partite. Viene convocato in Nazionale, ma prima della maglia azzurra arriva la cartolina che lo assegna alla Brigata Ivrea, volontario tra altri milioni di giovani irredentisti. È appena uscito dagli spogliatoi alla fine di una partita contro il Genoa, non toccherà più palla: scoppia la guerra, il campionato viene sospeso, una tradotta lo spinge fino ad Asiago. Dallo stadio alla trincea, il sogno di un campione diventa un incubo: per un secolo il suo nome di disperso resta qui, sul palco veneto dell'orrore incapace di insegnare, e a Torino, dove una lapide ricorda i 170 tesserati della Juventus sacrificati sul fronte.
Così Filippo suonerà nella sua trincea, a un secolo dall'ultima cannonata, per ricordare senza la retorica delle parole che la guerra non finisce mai per sempre, ma scoppia ogni volta all'improvviso, inattesa, spezzando la normalità assoluta della vita di ognuno. Con lui, in marcia tra il centro di Asiago e il bosco dove hanno camminato anche Mario Rigoni Stern ed Emilio Lussu, i giovani compagni dell'orchestra europea diretta da Igor Kuret, ieri in concerto a Caporetto, gli alpini dell'Ivrea e la gente salita qui per il progetto "Tamburi di pace", che grazie allo scrittore Paolo Rumiz fonde la musica con la letteratura. "Non una commemorazione - dice - ma un'evocazione mentre il neo-nazionalismo minaccia di far precipitare l'Europa nella catastrofe per la terza volta in poco più di un secolo. Quando il linguaggio della politica non argina più la violenza e la paura, ma anzi le semina, deve scattare l'allarme della guerra: che non è uno spettacolo archeologico ad uso di musei e promozione turistica".
Da Asiago, dove l'albero più vecchio ha cento anni perché il conflitto oltre agli uomini aveva sterminato anche le piante, partirà pure un appello internazionale: rimuovere le bandiere nazionali da vette, rifugi e sentieri delle Alpi, per lasciare solo i vessilli stellati dell'Europa unita. L'arco alpino nel Novecento è stato diviso da migliaia di chilometri di filo spinato, sempre giustificato con la leggerezza delle bandiere nazionali.
"Nulla contro la stoffa - spiega Rumiz - ma oggi assistiamo ad un sospetto proliferare di contrapposti vessilli commemorativi. Vengono alzati non per ricordare la follia del passato, ma per giustificare quella del presente. A un secolo dal 1918 rinunciare ad esporre la propria bandiera nei luoghi dove in suo nome sono morti oltre sei milioni di ragazzi, alzando invece un comune simbolo europeo, può essere l'avvio di una rinascita". Un bambino che suona il "Silenzio" in una trincea assediata dal bosco e le montagne non più spaccate, nemmeno dalla carezza delle bandiere: anche al tenente Benigno Dalmazzo tornerebbe la voglia di una partita tra amici.