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Il nudo silenzio che resiste al frastuono del nulla

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Benedetti Monasteri/ 7 I cistercensi di Citeaux, l'ordine che vive una povertà ai limiti dell'iconoclastia e che affida all'accoglienza il messaggio per cambiare l'uomo  
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Sotto uno strato di nubi, la Francia si apre con campi di grano e vento contrario che si infila nella Porta Burgundica, tra i Vosgi e le alture del Giura. Camion, sonnolenti canali; il resto è un silenzio severo e privo di eco. Ed è proprio il silenzio che cerco a Citeaux, dove nel 1098 nacque dalla famiglia benedettina - troppo cresciuta come potenza economica - l'ordine dei cistercensi, favorevoli a un ritorno alla povertà evangelica. Accoglienza, ascolto, solidarietà, canto, lavoro manuale, carità: sento che questo viaggio coincide sempre più con la riscoperta di valori oggi liquidati o derisi. Ora tocca al silenzio.

I campanili a cipolla della Baviera sono alle spalle, l'orizzonte spirituale cambia, punteggiato da guglie gotiche e croci romaniche. È terra di dolci acque e dolci saliscendi, ninfee, chiatte, biciclette. E si va regolari verso Occidente, finché all'orizzonte appare una linea nera come un'onda di…
Sotto uno strato di nubi, la Francia si apre con campi di grano e vento contrario che si infila nella Porta Burgundica, tra i Vosgi e le alture del Giura. Camion, sonnolenti canali; il resto è un silenzio severo e privo di eco. Ed è proprio il silenzio che cerco a Citeaux, dove nel 1098 nacque dalla famiglia benedettina - troppo cresciuta come potenza economica - l'ordine dei cistercensi, favorevoli a un ritorno alla povertà evangelica. Accoglienza, ascolto, solidarietà, canto, lavoro manuale, carità: sento che questo viaggio coincide sempre più con la riscoperta di valori oggi liquidati o derisi. Ora tocca al silenzio.

I campanili a cipolla della Baviera sono alle spalle, l'orizzonte spirituale cambia, punteggiato da guglie gotiche e croci romaniche. È terra di dolci acque e dolci saliscendi, ninfee, chiatte, biciclette. E si va regolari verso Occidente, finché all'orizzonte appare una linea nera come un'onda di marea, che sembra tagliare a metà la Francia intera. La Côte-d'Or, con i grandi vini di Borgogna. È ai piedi di quella scarpata che appare nel sole del pomeriggio la mitica abbazia, o meglio ciò che ne resta dopo i saccheggi della guerra dei Trent'anni e le distruzioni di epoca rivoluzionaria. Subito, oltre il portone d'accesso, si entra in un mondo di bisbigli. Dal monaco portinaio poche frasi cortesi. Ha mani grandi di chi sta in campagna. La tonaca, bianca con scapolare nero, è stretta in vita da una cintura di cuoio, simbolo di ritrovata manualità. La chiesa è nuda ai limiti dell'iconoclastia. Una croce, una Madonna e l'icona dei tre patroni: Alberico, Stefano e Bernardo. Anche lì lunghi silenzi fra un canto e l'altro, ma densi, più che in alta montagna. Mi chiedo a cosa sto assistendo, se a qualcosa che muore o a qualcosa che rinasce. E se posti come questo sapranno resistere al frastuono del nulla che, fuori, cresce sempre più forte. La vita scorre secondo ritmi immutati da quattordici secoli. Le sette preghiere, il lavoro dei campi, la stalla, il caseificio.

Ma in uno spazio appartato il monaco più anziano di questa speciale compagnia della fede, Hubert, sta passando all'altra vita, accompagnato dai confratelli. Ha 94 anni, di cui 76 trascorsi nella vita monastica. "Mio Dio, come è complicato morire" sussurra. E implora: "Dite a Gesù che venga a prendermi". L'abate Olivier Quénardel - un metro e novanta di calma e rigore - non evita di narrarmi i particolari del trapasso. "Hubert. Che figura umile, dolce, forte. Figlio di aristocratici, ha scelto di fare lavori manuali e ha vissuto la vocazione in modo ammirevole". Quando, alle orazioni serali della compieta, arriva l'annuncio di morte avvenuta, un vento leggero accarezza per un attimo i tigli del giardino, e i tigli a loro volta allungano la loro ombra sul grano. Usciamo nel sole radente che incendia il timo e il rosmarino dell'orto assieme ai cespugli squadrati di bosso sotto le croci in cimitero. I trapassati qui fanno parte della comunità. Molti sono sepolti a coppie. Sento solo i miei passi sulla ghiaia, il ronzio delle api, il frusciare del fogliame, lo scroscio dell'acqua nei canali. Odore di letame, di fieno e foraggio. E di nuovo la percezione di un'energia fortissima racchiusa nella fondamenta. Come se mille anni fa i monaci avessero scelto Citeaux sulla base di una precisa percezione del genius loci. Come se il sacro venisse dal profondo, e non dall'alto dei cieli.

Dalla chiesa ora arriva un canto lancinante, di nostalgia. "Nascosti nel cuore del tuo mistero, ti riconosciamo senza mai afferrarti". È come un grido nel deserto, quel deserto che i primi eremiti in Egitto scelsero per rendere più estremo il combattimento col Grande Tentatore. Ed è forse in questa essenzialità di preghiera, intesa come celebrazione di un'assenza, che il mondo cistercense ha trovato la forza per la sua diffusione esplosiva nell'Europa del Duecento. Ai piedi delle vigne di Borgogna, Citeaux ne ha tratto la capacità di risorgere infinite altre volte, dopo distruzioni, carestie, saccheggi, pestilenze. Ne hanno cacciato i monaci, l'hanno trasformata in stalla, zuccherificio, persino carcere minorile, ma l'abbazia rinasceva sempre. Tornava testardamente alla vocazione originaria.

"Il monaco è un lottatore, un combattente, un atleta. Un piromane in cui brucia l'incendio della fede... uno che affronta formidabili tempeste dell'anima". L'abate spilungone ci fulmina con un arsenale di parole cariche di inconfondibile energia cistercense. Gli chiedo come uno spazio così chiuso possa migliorare il mondo. Lui: "È illusione pensarlo, ma nel nostro piccolo siamo artigiani della pace. Quelli che vengono qui, tornano a casa cambiati. Per noi l'accoglienza è la base di tutto. Chiunque bussa alla nostra porta è Cristo in persona". Ma si torna sempre al tema chiave. "Questa è terra di silenzio, dove l'uomo mantiene la parola. Il silenzio è la sentinella di una lingua che rischia sempre di peccare. Ci aiuta a raggiungere il Signore, oltre che noi stessi. Favorisce le relazioni fraterne. È la musica del cielo che alla fin fine rivaluta la parola". La cena in refettorio, consumata pure in silenzio, è il sigillo della giornata, con l'unica voce di un monaco che legge in piedi la storia del monastero, distanziando le frasi con sapientissime pause. Mozart scrisse un giorno che il senso della musica non stava nelle note, ma nello spazio tra esse.

Dopo le 20 il silenzio si taglia già col coltello e non resta che dormire, visto che la prima preghiera è alle quattro. Ma ecco, da lontano, il suono di un pianoforte. Ne cerco la direzione, inutilmente. Finché Nathalie, un'ospite habitué del convento, ci sussurra: "Venite. Vi porto da Frédéric". Ha con sé le chiavi del sotterraneo, ne apre la porta, ci guida per un cunicolo fino alle fondamenta della chiesa. Il suono si fa più vicino, ed ecco, oltre un'ultima porta, un monaco anziano incappucciato che improvvisa alla tastiera in mezzo a un gran disordine. Spartiti di Bach, cioccolatini, un orsacchiotto e una Madonna con bambino. Una dolce ribellione al silenzio, saggiamente tollerata dall'abate.

Sì, perché Frédéric, 85 anni, la guerra d'Algeria alle spalle e un formidabile istinto per la battuta di spirito, è una di quelle persone che offrono al silenzio una sponda per far da ponte con le voci del mondo. Ripenso a Notker, il super-abate padrone di undici lingue che suona la chitarra elettrica con i Deep Purple. O a padre Urban alla tastiera dell'organo, in mezzo alle botti di vino dell'Adige. Persino il chiostro richiede le sue vie di fuga.

- 7. Continua
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