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Benedetto e i fantasmi nell’anima nera dell’Ungheria

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Benedetti Monasteri / 11. Nella terra di Orbán le parrocchie vuote sono megafoni che amplificano la paura di invasioni. Dimenticando che gli antenati furono i primi nomadi
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Lo scoglio millenario di Pannonhalma emerge dalle vigne d'Ungheria con la stessa forza dominante di Montecassino in Italia. Le due abbazie benedettine si assomigliano anche nel destino. Come la seconda ha subìto la distruzione dei saraceni e quella degli Alleati contro i tedeschi, così la prima ha vissuto l'invasione turca e quella sovietica. Turchi e russi. Te la raccontano a questo modo, appena arrivi in cima alla collina. Dei tedeschi si parla meno. Dell'intimità col fascismo, pure. Poco oltre l'ingresso c'è un liceo con lingua d'insegnamento italiana inaugurato dal conte Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. Al suo interno un affresco del 1941 celebra i mille anni della relazione italo-magiara. Rispetto a Cassino qui c'è qualcosa in più: la sindrome del Limes. Per molti ungheresi l'Oriente è deserto dei Tartari, e c'è da capirli. Ieri i russi e i turchi, oggi magari l'Islam fondamentalis…
Lo scoglio millenario di Pannonhalma emerge dalle vigne d'Ungheria con la stessa forza dominante di Montecassino in Italia. Le due abbazie benedettine si assomigliano anche nel destino. Come la seconda ha subìto la distruzione dei saraceni e quella degli Alleati contro i tedeschi, così la prima ha vissuto l'invasione turca e quella sovietica. Turchi e russi. Te la raccontano a questo modo, appena arrivi in cima alla collina. Dei tedeschi si parla meno. Dell'intimità col fascismo, pure. Poco oltre l'ingresso c'è un liceo con lingua d'insegnamento italiana inaugurato dal conte Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. Al suo interno un affresco del 1941 celebra i mille anni della relazione italo-magiara. Rispetto a Cassino qui c'è qualcosa in più: la sindrome del Limes. Per molti ungheresi l'Oriente è deserto dei Tartari, e c'è da capirli. Ieri i russi e i turchi, oggi magari l'Islam fondamentalista. Peccato che da Est sono venuti, undici secoli fa, gli stessi Ungrari, noti per aver messo a ferro e fuoco l'Europa prima di essere cristianizzati in massa per volontà del loro re. I magiari hanno un rapporto furioso con le origini. Guai a dire che sono stati migranti. Gli zingari qui non sono amati per uno specialissimo e inconfessato motivo: ricordano un passato nomade da rimuovere. "Gli ungheresi di oggi - precisa Adám, un monaco colto che ha vissuto a lungo a Roma - non hanno proprio niente a che fare con quelli di allora".

Pannonhalma è molto di più di un ancoraggio di fede. Me ne accorgo salendo all'alba dal mio bungalow di pellegrino verso la cima del colle, in mezzo a un bosco imperlato di rugiada, per la messa delle sei. Sono su un avamposto, il punto d'arrivo di un popolo dopo millenni di scorrerie. Sul colle di Pannonhalma fatichi un po' a percepire l'invisibile. Avverti piuttosto una fenomenale sete di spazio e orizzonti. Terra, terra, terra. Ma non tanto quella che sporca le mani dei monaci a Praglia o Citeaux. Qui senti la terra come spazio vitale. Campo, bosco, vigneto, prateria. E il lindo paese accucciato ai piedi dell'abbazia sembra dirti: abbiamo migrato all'infinito per arrivare fin qui. Che nessuno pensi di mandarci via.

Ore sei, funzione del mattino. Gli officianti nerovestiti innalzano un canto dalle tonalità abissali, più adatto alla notte che alla gloria dell'alba. Tanto la Baviera è femmina e mariana, tanto l'Ungheria cattolica è mascolina, duramente patriarcale. Inutilmente mi viene messo in mano il libro dei Salmi. Tranne la parola "Krisztus", non un vocabolo cui aggrapparmi. Parole come Uram, néped, Engeld, Országod. Reiterazione delle "a" e delle "o". Percorsi consonantici crivellati di "z" come sciabolate. Ma il canto è magnifico. Ricorda alla lontana il lamento nostalgico degli Honvéd, i fanti magiari della Grande guerra che combatterono sul Carso. E che mia nonna austroungarica ripeteva, ovviamente un'ottava più in alto.

Ho cupi presentimenti. Il giorno precedente, a Szeged, ho saputo che il vescovo locale, László Kiss-Rigó, ha messo in guardia il Papa contro il rischio di islamizzazione e lo sbaglio "di accogliere migranti". Le parrocchie figurarsi. Ripetono a pappagallo le fandonie di Salvini clonate dai troll del Cremlino, senza alcuna attenuante nel senso della misericordia. Sempre a Szeged un chierico ben pasciuto mi ha tenuto la seguente lezione di geopolitica: l'Europa dovrebbe ringraziare l'Ungheria che ferma la marea islamica, l'Africa esplode demograficamente perché Médecins sans frontières salva bambini che altrimenti morirebbero, le Ong sono complici dei trafficanti e quell'ebreo speculatore di Gyorgy Söros lavora per distruggere le identità nazionali. "L'Occidente - ha detto - fa la bella vita invece di far figli. Noi ungheresi chiamiamo "Sibari" questo modo di essere". Curioso, per un uomo votato alla castità. Tanto più curioso perché da quando sono in Ungheria, non ho visto in giro una sola persona dalle fattezze mediorientali e tanto meno africane. Pare che i richiedenti asilo siano tremila in tutta la nazione.

I sacerdoti non ti dicono l'unica verità: che le chiese sono vuote. E che Orbán paga profumatamente le parrocchie prendendo due piccioni con una fava: avere servizi scolastici e fare dei preti i megafoni del governo. Chissà come se la caveranno, mi chiedo, i monaci della collina sotto questa tremenda pressione. Chissà se reggono, qui, i precetti di Benedetto. Ed ecco che anche in questo Pannonhalma è terra di frontiera. Di esuli di guerra e della fame ne sono passati eccome, e il monastero li ha accolti. Gli ordini monastici si sono mossi in modo più libero rispetto alle gerarchie ecclesiastiche. L'arci-abate Cirill Hortobágyi: "Il nostro dovere cristiano è aiutare il bisognoso indipendentemente dalle difficoltà e dai pericoli che un tale rapporto può causare. Il parere maggioritario della nostra comunità è analogo a quello dei nostri benedettini europei. Abbiamo accolto i rifugiati quando passavano nella nostra regione e, già prima di questa crisi, avevamo organizzato una settimana sul tema nel nostro liceo".

Profumo di fieno appena tagliato. Giallo di girasoli che diventa quasi elettrico col sole che si alza. Dalla terrazza della chiesa la vista spazia verso la piana del Danubio. Terra, terra. Anni fa un ungherese mi chiese cosa aveva perso l'Italia nel 1918, e quando gli risposi "l'innocenza", mi fulminò con lo sguardo. Già, l'innocenza: lusso dei vincitori. Puoi anche farne a meno, per qualche ettaro di nazione in più, no? D'altra parte c'è da guardare con clemenza alla claustrofobia degli Ungari di oggi, dopo le amputazioni territoriali subite al termine della Grande guerra. Niente più accesso al mare, la Transilvania passata alla Romania, la Slovacchia resa indipendente. Le fobie degli ex vassalli moscoviti nascono anche da questo.

Ma i monaci di qui hanno mangiato la foglia. Hanno capito che la battaglia non è contro nemici esterni. Sanno che il comunismo ha distrutto il gregge dei fedeli, ma anche che la Chiesa liberata non è stata capace di rivitalizzare il mondo cattolico e ora, in assenza del diavolo, tenta di governare le anime con la paura dell'Uomo nero, a costo di mettersi contro gli stessi dettami del Nazareno. È verosimile che Pannonhalma, cittadella assediata, abbia anche al suo interno una quinta colonna allineata con Orbán. Ma resiste, anche col senso dell'humor. "I comunisti lasciavano andare in chiesa solo le vecchie", sorride il giovane monaco Albin, dall'inglese ineccepibile. "Oggi è tutto uguale. Solo le vecchie non sono più le stesse".

- 11. Continua

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