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Vincino 

Addio Vincino, trasformò in Lilliput il Palazzo del potere

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Tra i fondatori del "Male" e "Cuore", una vita per la satira. Lavorò a "Lotta Continua", al "Corriere" e al "Foglio"
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Vincenzo Gallo (Palermo 1946, Roma 2018), in arte Vincino, è stato uno dei pochi veri Grandi della satira politica italiana. Per qualità e per quantità. Inconfondibile la prima, con quegli omini storti e brulicanti che erano la sua Lilliput in marcia; esorbitante la seconda: gli omini furono migliaia e forse milioni... Negli ultimi cinquant'anni ha inondato di disegni e disegnini (che consegnava, ai tempi della carta, in condizioni spesso assai precarie) ogni giornale di satira sulla piazza, dai più popolari - il Male, Tango, Cuore - ai più sperduti e velleitari, compresi gli esperimenti più strambi e fallimentari, che lo videro sempre, entusiasta, tra i padri fondatori. In più collaborò con molti quotidiani, dall'Ora di Palermo a Lotta Continua al Corriere della sera fino al Foglio, che era diventato ormai la sua casa e rimane orfano, adesso, di un tratto decisivo della propria grafica e della propria anima. Questo aspet…
Vincenzo Gallo (Palermo 1946, Roma 2018), in arte Vincino, è stato uno dei pochi veri Grandi della satira politica italiana. Per qualità e per quantità. Inconfondibile la prima, con quegli omini storti e brulicanti che erano la sua Lilliput in marcia; esorbitante la seconda: gli omini furono migliaia e forse milioni... Negli ultimi cinquant'anni ha inondato di disegni e disegnini (che consegnava, ai tempi della carta, in condizioni spesso assai precarie) ogni giornale di satira sulla piazza, dai più popolari - il Male, Tango, Cuore - ai più sperduti e velleitari, compresi gli esperimenti più strambi e fallimentari, che lo videro sempre, entusiasta, tra i padri fondatori. In più collaborò con molti quotidiani, dall'Ora di Palermo a Lotta Continua al Corriere della sera fino al Foglio, che era diventato ormai la sua casa e rimane orfano, adesso, di un tratto decisivo della propria grafica e della propria anima. Questo aspetto decisamente promiscuo del suo lavoro, destinato a una committenza molto vasta e politicamente tutt'altro che uniforme, poteva fare storcere il naso: ma bastava riconoscere Vincino nella pagina per ritrovare, sempre intatta, la sua libertà di sguardo e di giudizio. Aveva una testa, Vincino, così impenetrabile al conformismo che avrebbe potuto pubblicare, per paradosso, anche sulla Pravda, o sull'Osservatore Romano, senza perdere il suo passo, e forse senza neppure accorgersi dov'era finito: era troppo intento a disegnare...

La sua prolificità era dovuta - a parte la prodigiosa disinvoltura di penna - a una passione per la politica semplicemente smisurata. Chi ha lavorato con lui sapeva che non esisteva episodio o personaggio, anche molto minori, della vita politica italiana, che sarebbero sfuggiti alla sua attenzione, alle sue linee brevi e distorcenti, alla sua lettura beffarda. Fu un notevolissimo, anche se del tutto anomalo, cronista politico: non per caso il suo sogno giovanile, poi realizzato a intermittenza, era una postazione stabile nel Palazzo, Montecitorio e immediate vicinanze, come i veri notisti politici. Disposto, allo scopo, perfino a mettersi la cravatta, lui che incarnava anche fisicamente l'irriverente disordine del Sessantotto, che fu la sua culla culturale. Mai disposto, per contro, a quella tipica compromissione tra coabitanti che a Roma si chiama, con volgare ma perfetta sintesi, "pappa e ciccia". Il suo disegno divideva. Era scomposto, deragliante, eppure folgorante. Il lettering, frettoloso, tutto fuorché azzimato, spesso portava errori, cancellature, sbavature, ma era Vincino anche quello, anzi era Vincino soprattutto quello: il rifiuto programmatico della Bella Forma, il disordine creativo e l'immediatezza del disegno, l'imprecisione umana descritta "dall'interno", gli uomini di potere riportati alla silhouette minima, febbrile, gesticolante dei suoi omini dispersi nella pagina. Non disegnava mai in differita, Vincino, sempre in diretta.

Si accendevano allegre discussioni, nella redazione di Cuore, quando arrivavano i suoi disegni (tanti: forse un centinaio a settimana). Erano ancora i tempi del fax, capitava che saltasse una linea, che un tratto del disegno fosse fuori posto. Nelle vignette di Vincino non si capiva bene se era stato il fax, a "sporcare" il tratto, oppure la mano dell'autore, perché l'irregolarità era un suo marchio di fabbrica, era una specie di cubista tondeggiante, mi si passi l'ossimoro, che componeva i volti, i corpi, i ragionamenti secondo un suo percorso artistico incorreggibile, eppure, alla fine, irreprensibile. Non sono un critico, ma a me il suo disegno sembrava semplicemente geniale, forse da apparentare a qualche fantastico francese della sua stessa leva o di poco più vecchio, Reiser, Wolinski, la Bretecher, il minimalismo espressionista di quegli anni potenti, immaginosi, irriverenti, spiritosi, che affondavano la penna nell'umano senza bellurie, e senza paura. Non lo ricordo mai violento. Velenoso sì, feroce anche, violento mai. Andò a Hammamet (con Vauro, se non ricordo male) a salutare Craxi ormai nei suoi ultimi mesi. Lo aveva massacrato per anni. Non capii perché lo faceva, capisco ora, in netto ritardo, che lo fece per sportività, per fair play, per rispetto umano del Nemico detronizzato, ma anche per curiosità personale. Il potere lo affascinava, non ha fatto altro che raffigurarlo e sfigurarlo, per la sua intera carriera; a differenza di molti altri satirici il sociale lo interessava poco, quello che lo affascinava era il Palazzo. Che se ne sia andato proprio adesso che la politica italiana è così profondamente trasfigurata, è il segno ulteriore che una stagione è finita per sempre. Tocca ad altri impugnare la penna. È lecito domandarsi chi potrà mai farlo con la stessa libertà di spirito e - stiamo parlando di satira - con la stessa magnifica allegria.