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Le Gole del Raganello 

Ritorno nel canyon maledetto: “Traditi dalla piena per pochi minuti”

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Il cronista nelle Gole del Raganello prima del sequestro della magistratura. La guida: “Sono morti perché qui non ci si può aggrappare a niente. Anche una capretta può essere un pericolo”  
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CIVITA - "Capito perché sono morti?", dice Antonluca mentre si fatica a reggersi in piedi nell'acqua che pure bagna appena le ginocchia. "Chi mai potrebbe aggrapparsi?", domanda puntando il dito verso le pareti lisce delle timpe. A un centinaio di metri indica un macigno nella stretta forra: Antonio De Rasis, la guida che seppelliranno oggi, "era lì quando è stato spazzato via: aveva quasi finito il giro, mezzo chilometro all'andata e mezzo al ritorno. La bambina che si è salvata ha detto che era dietro di lui a quell'altezza. Era l'ultimo perché mandiamo avanti tutti, e indichiamo la via per uscire in fila indiana. La piena li ha traditi per pochi minuti".

L'appuntamento è alle 13,30 per fare un'escursione guidata nel canyon maledetto, poco prima che la procura sequestrasse l'area chiudendo tutto. Antonluca De Salvo, 37 anni, volontario del soccorso Alpino, era in squadra con De Rasis…
CIVITA - "Capito perché sono morti?", dice Antonluca mentre si fatica a reggersi in piedi nell'acqua che pure bagna appena le ginocchia. "Chi mai potrebbe aggrapparsi?", domanda puntando il dito verso le pareti lisce delle timpe. A un centinaio di metri indica un macigno nella stretta forra: Antonio De Rasis, la guida che seppelliranno oggi, "era lì quando è stato spazzato via: aveva quasi finito il giro, mezzo chilometro all'andata e mezzo al ritorno. La bambina che si è salvata ha detto che era dietro di lui a quell'altezza. Era l'ultimo perché mandiamo avanti tutti, e indichiamo la via per uscire in fila indiana. La piena li ha traditi per pochi minuti".

L'appuntamento è alle 13,30 per fare un'escursione guidata nel canyon maledetto, poco prima che la procura sequestrasse l'area chiudendo tutto. Antonluca De Salvo, 37 anni, volontario del soccorso Alpino, era in squadra con De Rasis, e come lui accompagnava i turisti nel Raganello. "Sono 16 anni che faccio avanti e indietro", racconta in un guado. Poi alza le mani sopra la testa e strappa una foglia a un albero sul greto: "È sporca di fango. Quelle più in alto invece non lo sono più. L'acqua nerissima - ancora oggi è torbida - arrivava a quest'altezza spazzando via tutto; anche noi due, fossimo stati lì. E io ci sarei stato, se quel giro fosse toccato a me: lunedì c'era lo stesso sole di oggi. Via libera, avrei detto, facciamo il giretto nel canyon e ce ne torniamo a casa soddisfatti, con i turisti entusiasti per l'adrenalina".

"Come Antonio - racconta - lavoravo con tutte le compagnie che organizzano escursioni di trekking acquatico. Saranno cinque o sei. Non è il canyoning vero e proprio: quello prevede corde e moschettoni, passaggi in arrampicata e a nuoto per arrivare fino allo sbocco dall'altro versante, 13 chilometri in sette ore. Non è per tutti. Quando sui depliant leggi canyoning, in realtà è quasi sempre il trekking acquatico che stavano facendo gli escursionisti travolti".
Sulla sua Yaris siamo scesi alla gole lungo la ripidissima discesa, 20 per cento di inclinazione: "Non posso prendere caschi e attrezzatura, gli uffici delle società sono chiusi. Nelle escursioni diamo a tutti mute e caschi, e facciamo vedere un video con l'esperienza che vivranno perché siano ben consapevoli dei rischi. Come quando vai in alta montagna, o ti avventuri in mare aperto, il rischio zero non esiste. Facciamo firmare una liberatoria. La società incassa la tariffa che comprende l'assicurazione, di solito 25 o 35 euro a persona a secondo dei servizi offerti come lo spuntino o la risalita in navetta".

Parcheggiamo poco sopra il ponte del Diavolo, salutando l'ultimo convoglio del soccorso alpino: "Non c'è più niente giù, Antonluca, abbiamo preso tutto!", dicono sgommando in salita. Ora la stradina è una mulattiera petrosa, se inciampi sono guai. "Qui, dice Antonio saltando su un isolotto nel greto, facevamo l'ultimo breefing. Dieci minuti con i piedi in acqua per spiegare le regole e per farli acclimatare. D'estate l'acqua scorre a 13 gradi, per questo non accettiamo bambini piccoli".
Le regole sono ferree: "Mai saltare. Ci si muove lentamente, e se si sale su un macigno si scivola sedere a terra per non farsi male. Ho visto caviglia spezzate e distorsioni, per salti maldestri". Facciamo pochi metri e Antonluca si ferma: "Questo macigno ha salvato più di dieci persone. Li hanno trovati qui sopra, sono riusciti a saltare su e a reggersi urlando. Erano i turisti non organizzati, quelli venuti a sguazzare un po' nell'acqua fresca". Quando li hanno salvati "l'acqua arrivava quasi alla sommità e ribolliva nerissima", dice mimando. "Da lì hanno visto sfilare gli escursionisti, sbattuti su questi macigni levigati che lunedì erano sommersi".

"Lunedì sera - dice Antonluca - sono andato a prendere i corpi giù a valle. La piena ha ucciso gli escursionisti e i turisti che non hanno avuto la fortuna di essere sbattuti a riva, fuori dalla corrente più impetuosa". Mentre saliamo verso le gole ripete le regole: "In questo punto stiamo sul lato destro, in ogni caso mai in centro". Dipende dalla capre e dal vento: a destra "ci sono una cinquantina di caprette brade, possono far cadere pietre. A sinistra, se il vento agita troppo gli alberi può far precipitare sassi trattenuti dalle radici".
"Quel macigno evitalo", intima mentre pare logico saltarci sopra per oltrepassarlo: "Non si sale mai sulla roccia scura, è scivolosa. Solo la bianca, calcarea, e sempre con cautela". È ora di fermarci: per proseguire servono caschi e mute che non abbiamo. Pochi metri a valle la famiglia Kupferschmidt, turisti bavaresi ignari, si gode il panorama scattando foto in acqua: "Cosa? Dieci morti? Nessuno ci ha detto niente! Il Marco Polo, il nostro libro turistico in tedesco, la segnala come meta da non perdere...".