L’angoscia a bordo della Diciotti. “Vi supplichiamo: mai più in Libia”
I 177 migranti bloccati nel porto di Catania sono in attesa di sbarcare da una settimana
CATANIA - La giornata è scandita dalle preghiere. Gli uomini da una parte, le donne dall'altra. Mani incrociate sul petto, versetti del Corano, e capi che si chinano uno dietro l'altro, guardando quella terra sulla quale non li fanno scendere. Giù, al molo levante del porto di Catania, dietro le transenne guardate a vista dalla polizia, il circo dei media freme. Fischi, richiami, saluti, qualsiasi cosa per attirare la loro attenzione. Ma i 177 migranti a bordo della Diciotti non hanno nessuna voglia di diventare fenomeni da baraccone. Già non capiscono cosa ci stanno a fare ancora, sei giorni dopo, su quella che nave che li ha presi a bordo mentre stavano per affondare. Non protestano, quasi non chiedono neanche più spiegazioni agli uomini della guardia costiera che, tute bianche, guanti e mascherine, non sanno neanche più cosa rispondere. Se non di avere pazienza e aspettare che la situazione si sblocchi.
Piove, scrosci d'acqua potentis…
Piove, scrosci d'acqua potentis…
CATANIA - La giornata è scandita dalle preghiere. Gli uomini da una parte, le donne dall'altra. Mani incrociate sul petto, versetti del Corano, e capi che si chinano uno dietro l'altro, guardando quella terra sulla quale non li fanno scendere. Giù, al molo levante del porto di Catania, dietro le transenne guardate a vista dalla polizia, il circo dei media freme. Fischi, richiami, saluti, qualsiasi cosa per attirare la loro attenzione. Ma i 177 migranti a bordo della Diciotti non hanno nessuna voglia di diventare fenomeni da baraccone. Già non capiscono cosa ci stanno a fare ancora, sei giorni dopo, su quella che nave che li ha presi a bordo mentre stavano per affondare. Non protestano, quasi non chiedono neanche più spiegazioni agli uomini della guardia costiera che, tute bianche, guanti e mascherine, non sanno neanche più cosa rispondere. Se non di avere pazienza e aspettare che la situazione si sblocchi.
Piove, scrosci d'acqua potentissimi, non c'è posto per tutti sotto coperta, gli uomini si riparano come possono, accucciati sotto le scialuppe di bordo della nave, gli abiti che usano come giacigli per la notte messi via per non farli bagnare perché di asciutti non gliene dà nessuno.
Amina, cappuccio di felpa fuxia in testa, 16 anni, eritrea, è la più piccola a bordo. Lei e le altre donne del gruppo riescono a stare sotto coperta nella Diciotti, i marinai si prodigano per alleviare i disagi e fanno a gara ad offrire latte, caffè, succhi di frutta. È minuta, gli occhi smarriti, si è unita ad altre due ragazze eritree ed è quella che più spesso degli altri chiede: "Perché non ci fanno ancora scendere? Sicuro che non ci riportate in Libia?".
A bordo c'è un silenzio irreale, non ci sono bambini né famiglie con figli piccoli e questo, paradossalmente, rende l'atmosfera più pesante perché la vitalità dei bambini che corrono dietro a una palla, disegnano, cantano trasmette allegria a bordo. E invece sulla Diciotti, la gente è chiusa nei suoi pensieri.
Appena viene fuori il sole e il ponte della nave si asciuga siedono per terra a gruppi etnici: gli eritrei, i somali, i siriani, qualche bengalese. Capo chino e poche parole. Molti di loro hanno la scabbia, qualcuno ha la febbre, tutti hanno almeno un segno addosso delle violenze subite in Libia. Le due psicologhe dell'associazione Intersos che stanno a bordo della Diciotti fanno quello che possono per distendere gli animi e far svanire le paure, soprattutto dei più giovani, i minori non accompagnati, ma anche loro stanche. E sono stanchi e amareggiati anche gli uomini della Guardia costiera.
Un piatto di riso, acqua, tè e frutta. I marinai distribuiscono il pranzo. Tutti in fila, prendono il piatto, siedono per terra e consumano il pasto. Sempre lo stesso da sei giorni.
Dopo pranzo viene fuori il sole. È il momento buono per cercare di far asciugare quegli abiti intrisi di pioggia e di umidità e le fiancate della Diciotti diventano uno stenditoio: felpe, magliette, camicie, giubbotti jeans. Tra poco arriverà un'altra notte, la settima, da passare per terra, sul ponte, stretti uno contro l'altro per ripararsi dal freddo e dall'umidità guardando da lontano le luci di Catania. Quelle a bordo della Diciotti sono già tutte spente.
Piove, scrosci d'acqua potentissimi, non c'è posto per tutti sotto coperta, gli uomini si riparano come possono, accucciati sotto le scialuppe di bordo della nave, gli abiti che usano come giacigli per la notte messi via per non farli bagnare perché di asciutti non gliene dà nessuno.
Amina, cappuccio di felpa fuxia in testa, 16 anni, eritrea, è la più piccola a bordo. Lei e le altre donne del gruppo riescono a stare sotto coperta nella Diciotti, i marinai si prodigano per alleviare i disagi e fanno a gara ad offrire latte, caffè, succhi di frutta. È minuta, gli occhi smarriti, si è unita ad altre due ragazze eritree ed è quella che più spesso degli altri chiede: "Perché non ci fanno ancora scendere? Sicuro che non ci riportate in Libia?".
A bordo c'è un silenzio irreale, non ci sono bambini né famiglie con figli piccoli e questo, paradossalmente, rende l'atmosfera più pesante perché la vitalità dei bambini che corrono dietro a una palla, disegnano, cantano trasmette allegria a bordo. E invece sulla Diciotti, la gente è chiusa nei suoi pensieri.
Appena viene fuori il sole e il ponte della nave si asciuga siedono per terra a gruppi etnici: gli eritrei, i somali, i siriani, qualche bengalese. Capo chino e poche parole. Molti di loro hanno la scabbia, qualcuno ha la febbre, tutti hanno almeno un segno addosso delle violenze subite in Libia. Le due psicologhe dell'associazione Intersos che stanno a bordo della Diciotti fanno quello che possono per distendere gli animi e far svanire le paure, soprattutto dei più giovani, i minori non accompagnati, ma anche loro stanche. E sono stanchi e amareggiati anche gli uomini della Guardia costiera.
Un piatto di riso, acqua, tè e frutta. I marinai distribuiscono il pranzo. Tutti in fila, prendono il piatto, siedono per terra e consumano il pasto. Sempre lo stesso da sei giorni.
Dopo pranzo viene fuori il sole. È il momento buono per cercare di far asciugare quegli abiti intrisi di pioggia e di umidità e le fiancate della Diciotti diventano uno stenditoio: felpe, magliette, camicie, giubbotti jeans. Tra poco arriverà un'altra notte, la settima, da passare per terra, sul ponte, stretti uno contro l'altro per ripararsi dal freddo e dall'umidità guardando da lontano le luci di Catania. Quelle a bordo della Diciotti sono già tutte spente.