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Falak, 10 anni, con il fratello Hussein di 8 e la mamma Yasmien 

La famiglia Al Hourani, dalla Siria a Roma: “A noi la Chiesa ha dato un futuro”

La storia di Yasmien e dei suoi figli, in Italia da due anni grazie a Sant’Egidio: “Volevamo solo pace, la nostra vita è qui”
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ROMA - Bisognava salvarle la vita in pericolo, così la burocrazia fece un passo indietro ed ecco Falak, col suo sorriso dolce sotto i ricciolini. È siriana, ma se l'ascolti parlare mica te ne accorgi. Facendo danzare tra le perline il tricolore dipinto sulle unghie, oggi che ha dieci anni crea braccialetti così carini che le compagne di scuola a Trastevere fanno la fila per averne uno.

Lei e suo fratello Hussein, che di anni ne ha otto, sono arrivati in Italia il 4 febbraio di due anni fa, 25 giorni prima che atterrasse il gruppo di cui dovevano far parte: il primo "corridoio umanitario", gli accoglimenti selettivi per via aerea nati dal protocollo d'intesa tra Comunità di Sant'Egidio, Chiese evangeliche, Tavola Valdese e governo italiano. Oggi papà Abdul Azeem ha un contratto a termine all'Ikea, mamma Yasmien studia all'università e lavora come mediatrice culturale: "In Siria non c'è più n…
ROMA - Bisognava salvarle la vita in pericolo, così la burocrazia fece un passo indietro ed ecco Falak, col suo sorriso dolce sotto i ricciolini. È siriana, ma se l'ascolti parlare mica te ne accorgi. Facendo danzare tra le perline il tricolore dipinto sulle unghie, oggi che ha dieci anni crea braccialetti così carini che le compagne di scuola a Trastevere fanno la fila per averne uno.

Lei e suo fratello Hussein, che di anni ne ha otto, sono arrivati in Italia il 4 febbraio di due anni fa, 25 giorni prima che atterrasse il gruppo di cui dovevano far parte: il primo "corridoio umanitario", gli accoglimenti selettivi per via aerea nati dal protocollo d'intesa tra Comunità di Sant'Egidio, Chiese evangeliche, Tavola Valdese e governo italiano. Oggi papà Abdul Azeem ha un contratto a termine all'Ikea, mamma Yasmien studia all'università e lavora come mediatrice culturale: "In Siria non c'è più nulla - racconta Yasmien - se tornassimo ci sentiremmo stranieri. La nostra vita è qui".

"Vivevamo a Homs - continua - e per tre volte abbiamo provato a sfuggire alle bombe cambiando casa. Mio marito riparava computer ed elettrodomestici. Alla fine, sul tetto dell'ospedale di fronte all'edificio in cui eravamo ospitati c'era un cecchino: mio fratello è stato ferito alla fronte mentre camminava, non è morto per pochi centimetri. Nel 2013 siamo fuggiti in Libano".
La famiglia Al Hourani, arrivata in Italia nel 2016 perché Falak aveva urgente bisogno di cure 
Non ha avuto una vita facile, la famiglia Al Hourani. Alla piccola Falak era stato diagnosticato in Siria un tumore agli occhi: "L'abbiamo curata in Giordania, ha fatto chiemioterapia e il male era regredito ma doveva continuare i controlli e la frontiera è stata chiusa. In Libano la malattia è tornata". Falak è stata operata lì ma aveva bisogno di cure urgenti, per questo la segnalazione è arrivata a Sant'Egidio che ha accelerato tutto per ricoverarla. "Il giorno dopo l'arrivo a Roma Falak era già al Bambino Gesù".

Le istituzioni religiose coinvolte nel progetto hanno trovato una casa alla famiglia, e hanno favorito l'inserimento: lezioni di lingua e cultura italiana, e formazione professionale. "Ho sempre sognato di studiare, qui posso farlo", dice Yasmien, che frequenta il secondo anno di università: "Da quando siamo arrivati siamo molto cambiati. Mio marito ha imparato ad accettare che lavorassi anche se lui non trovava lavoro, e abbiamo cambiato stile di vita: colazione all'italiana coi biscotti e il caffè, e pranzo alle 13 invece del pasto principale alle 16.30", sorride. "Non capisco perché Salvini impedisse di scendere dalla Diciotti agli eritrei e ai due siriani a bordo. Chi si lascia la guerra alle spalle cerca pace, integrazione e solidarietà. Lui stesso aveva detto: chi scappa dalla guerra è benvenuto. E allora perché non li ha accolti?".
Falak con la mamma Yasmien e il fratello Hussein