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Orbán-Salvini, i nuovi resistenti di Milano in piazza con le associazioni

Centri sociali e Acli, anarchici e oratori: in città una rete progressista pronta a scattare. La chiamata per San Babila su una chat: "Qui valori solidi, ecco perché ci muoviamo"
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È partito tutto giovedì, su una chat di Whatsapp. È anche partito tutto molti anni fa, quando internet era cosa per pochi, Milano non era ancora la città dei diritti, le giunte erano di destra, "Formentini, Albertini, Moratti. Noi associazioni - tutte - non contavamo niente. Nessuno ci ascoltava, le amministrazioni erano ostili. Allora abbiamo cercato di far saltare gli schemi", dice Paolo Petracca, oggi presidente delle Acli di Milano, oltre che portavoce del Forum del terzo settore. L'altro ieri era in piazza San Babila con la sua bandiera bianca, assieme a 10mila e più persone di una Milano molto resistente, in quest'ultimo caso al vertice Salvini-Orban che si stava tenendo in prefettura.
(fotogramma)
La nuova resistenza milanese ha dato frutti evidenti, dal 1993, riuscendo a tenere insieme più o meno tutti, dai centri sociali alle parrocchi…
È partito tutto giovedì, su una chat di Whatsapp. È anche partito tutto molti anni fa, quando internet era cosa per pochi, Milano non era ancora la città dei diritti, le giunte erano di destra, "Formentini, Albertini, Moratti. Noi associazioni - tutte - non contavamo niente. Nessuno ci ascoltava, le amministrazioni erano ostili. Allora abbiamo cercato di far saltare gli schemi", dice Paolo Petracca, oggi presidente delle Acli di Milano, oltre che portavoce del Forum del terzo settore. L'altro ieri era in piazza San Babila con la sua bandiera bianca, assieme a 10mila e più persone di una Milano molto resistente, in quest'ultimo caso al vertice Salvini-Orban che si stava tenendo in prefettura.
(fotogramma)
La nuova resistenza milanese ha dato frutti evidenti, dal 1993, riuscendo a tenere insieme più o meno tutti, dai centri sociali alle parrocchie, e a improvvisare manifestazioni di peso, "cosa che succede raramente in altre città, forse solo a Napoli, altra città aperta", dice Daniela Biffi di ActionAid, una delle molte associazioni in rete e in piazza. Il sindaco di Milano non c'era, trovandosi in vacanza dall'altra parte del mondo, ma Beppe Sala ha mandato un messaggio preciso: "Milano non cambierà di un millimetro il suo modo d'essere. Diritti e doveri. Lavoro, tanto lavoro. Solidarietà. Apertura al mondo. Impegno per un'Europa unita e migliore. Un mix di valori che ha fatto, fa e farà sempre grande la nostra città". Il punto è esattamente quest'ultimo, il mix di valori che pure altre città hanno, ma che Milano sa squadernare, quando serve. Esempi: 2001, manifestazione per la morte di Carlo Giuliani. 2003, mobilitazione contro la guerra del Golfo (100mila persone). 2010: don Ciotti che legge i nomi delle vittime di mafia - c'era un grande silenzio, quel giorno - in piazza del Duomo. Quest'anno, marcia dei 100mila organizzato da Insieme senza Muri (tre chilometri di gente), e il 23 maggio la tavolata multietnica al Parco Sempione, 10mila per lo più seduti, gigantesco picnic per la solidarietà e l'accoglienza. La portavoce Daniela Pistillo: "C'è una base di conoscenza, e di relazioni costruite nel tempo. Questo serve a far funzionare la rete. E quando parte la chiamata, rispondono tutti. Dagli anarchici al Pd".
Centomila è più o meno la potenza di fuoco che si riesce a mettere giù con adeguato preavviso e lavoro, serve un'organizzazione veloce e flessibile, e capita che gli oratori si debbano arrampicare sul furgoncino dell'Arci Bellezza, che l'amplificazione non arrivi lontano, ma "l'importante è partecipare", dicevano martedì quelli che non hanno sentito una parola. In piazza c'erano Pd, Cgil, Anpi, Emergency, Legambiente. Gli scout dell'Agesci, quelli laici Cngei. I Sentinelli, capaci di portare 15mila persone in piazza durante la discussione della legge Cirinnà. C'era Pierfrancesco Majorino, più altri assessori, "perché la particolarità di Milano è che noi ci mettiamo la faccia, e stiamo tra la gente, anche nei quartieri dove ci detestano", dice lui. Aggiunge che "qui c'è un livello di unità forte tra persone che non hanno lo stesso profilo". Detta con un'espressione consumata dal tempo, la società civile. E quindi appena saputa la notizia dell'incontro Salvini-Orbàn, è partita la chat, giovedì. Lunedì, tutto pronto.
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"Per noi è facile, abbiamo 118mila follower, ogni post è letto da mezzo milione", dice Luca Paladini, fondatore dei Sentinelli di Milano, nati per scherzo nel 2014, quando decise di contestare le Sentinelle in piedi con un girotondo cantato (la canzone era "Maledetta primavera", ora simbolo del Pride quest'anno, 250mila persone). "C'era un vento che stava già soffiando, qui l'abbiamo intercettato subito. I valori? Laicità, diritti. E non siamo solo un movimento di omosessuali, visto che i diritti riguardano tutti". "Da noi c'è gente che vota M5s, sinistra, centro. Ma ci sono i principi fondanti: la lotta alla discriminazione, al razzismo, ai nazionalismi". Perciò Dario Venegoni era in piazza con il glorioso labaro dell'Aned, l'associazione degli ex deportati: "Milano è città cosciente, con una struttura di volontariato antica e solida". Poi, "come nel resto d'Italia non c'è una forza capace di coagulare questi mondi, ma ci sono valori largamente condivisi", quelli che ti fanno uscire di casa anche se è il 28 agosto, e fa un gran caldo milanese.