“Non è vero che le abbiamo rifiutato le cure”. Sul caso di Maria Elena Pompilio, la 26 enne di Chieti malata di anoressia morta mentre attendeva il via libera per potersi curare in un centro specializzato fuori regione, interviene ora il direttore sanitario della Asl chietina, Vincenzo Orsatti.
“Dopo essersi rivolta al nostro Centro di salute mentale - afferma Orsatti - la ragazza ha seguito un percorso riabilitativo, autorizzato e pagato dalla Asl, presso una struttura della Toscana. All’aggravarsi delle sue condizioni fisiche si era reso necessario un ricovero presso un ospedale toscano, dove le erano state riscontrate alterazioni metaboliche che ne modificavano il profilo assistenziale, in sostanza era emersa la necessità che fosse seguita in una struttura a vocazione clinica più che riabilitativa”.
Un’osservazione giusta, quella della Asl, Maria Elena era troppo magra per stare in un centro di cura residenziale, doveva acquistare prima un po’ di peso con l’alimentazione forzata in ospedale. Proprio per questo il centro residenziale toscano, il Madre Cabrini, aveva già preparato un programma ad hoc per il suo ritorno dopo il ricovero. Un percorso terapeutico più lungo dei due mesi concessi e per cui, come raccontato dal fratello della giovane Alessandro Pompilio, la struttura di Pontremoli aveva chiesto una proroga alla Asl di Lanciano Vasto Chieti. Una proroga importante per non interrompere i progressi fatti, soprattutto perché i pazienti malati di disturbi del comportamento alimentare spesso si demotivano e cambiare terapeuti spesso può compromettere l’esito della cura.
LA STRUTTURA ABRUZZESE E LA NEGAZIONE DELLE CURE FUORI REGIONE
La Asl, inoltre, ha smentito anche di non aver seguito bene la giovane dopo il suo rientro a Chieti e ha voluto precisare che in Abruzzo c’è una struttura specializzata nella cura dei disturbi alimentari.
“Una volta dimessa dal ricovero all’ospedale di Chieti, Maria Elena è stata seguita con un articolato programma di assistenza domiciliare che prevedeva anche la nutrizione artificiale”.
“Tutto questo – spiega Orsatti - mentre il Centro di salute mentale di Chieti era alla ricerca della struttura più appropriata, dopo che la famiglia aveva rifiutato un centro locale specializzato nella cura dei disturbi dell’alimentazione, autorizzato e accreditato.”.
Una ricerca durata sette mesi circa, se si contano i mesi trascorsi dal giorno in cui Maria Elena è tornata a Chieti a fine gennaio al giorno della sua morte, il primo agosto. Ma la famiglia si era rifiutata perché, come è possibile vedere anche dalla mappa fornita dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di Sanità, il centro abruzzese consigliato dalla Asl non compare nella lista di quelli accreditati.
“IN ABRUZZO NON C’E’ UNA STRUTTURA RESIDENZIALE ACCREDITATA”
Sulla validità del centro di cura in Abruzzo a intervenire è Laura Dalla Ragione, la dottoressa che, oltre a coordinare la rete di cura per i disturbi alimentari in Umbria, è anche referente del Gruppo di gestione della mappa delle strutture italiane accreditate per i trattamento dei Disordini Alimentari, composta da Consulta dei familiari, istituto superiore di Sanità e ministero della salute (www.Disturbialimentarionline.it).
“Nella Regione Abruzzo non esistono strutture riabilitative residenziali specializzate nel trattamento e riabilitazione della anoressia – conferma a Repubblica la dottoressa - Necessariamente i pazienti di questa regione sono costretti a ricoveri extraregione, con numero purtroppo molto alti".
“NOI POSSIAMO SPENDERE 210 EURO AL GIORNO NON DI Più”
Quanto ai problemi di ordine economico che, secondo la famiglia, avrebbero ostacolato il ricovero fuori regione, il direttore ha specificato che “la somma giornaliera che l’Azienda è autorizzata a spendere per la degenza in tale genere di struttura è pari a 210 euro. Nel caso specifico la struttura individuata dalla famiglia ne chiedeva 279, una cifra di gran lunga superiore al tetto consentito per fare fronte alla quale la Asl aveva chiesto una documentazione che attestasse l’indispensabilità del ricorso a quel centro”.
“Pertanto – si legge nella conclusione del comunicato - pur avendo il massimo rispetto per la vicenda e per il dolore dei familiari, non possiamo accettare di essere stati inerti, indifferenti o colpevoli rispetto a quanto è accaduto. Né può essere addebitato come colpa all’Azienda il fatto di avere chiesto doverosamente di documentare, sotto il profilo clinico, la necessità di un ricovero più costoso fuori regione”.
“Dopo essersi rivolta al nostro Centro di salute mentale - afferma Orsatti - la ragazza ha seguito un percorso riabilitativo, autorizzato e pagato dalla Asl, presso una struttura della Toscana. All’aggravarsi delle sue condizioni fisiche si era reso necessario un ricovero presso un ospedale toscano, dove le erano state riscontrate alterazioni metaboliche che ne modificavano il profilo assistenziale, in sostanza era emersa la necessità che fosse seguita in una struttura a vocazione clinica più che riabilitativa”.
Un’osservazione giusta, quella della Asl, Maria Elena era troppo magra per stare in un centro di cura residenziale, doveva acquistare prima un po’ di peso con l’alimentazione forzata in ospedale. Proprio per questo il centro residenziale toscano, il Madre Cabrini, aveva già preparato un programma ad hoc per il suo ritorno dopo il ricovero. Un percorso terapeutico più lungo dei due mesi concessi e per cui, come raccontato dal fratello della giovane Alessandro Pompilio, la struttura di Pontremoli aveva chiesto una proroga alla Asl di Lanciano Vasto Chieti. Una proroga importante per non interrompere i progressi fatti, soprattutto perché i pazienti malati di disturbi del comportamento alimentare spesso si demotivano e cambiare terapeuti spesso può compromettere l’esito della cura.
LA STRUTTURA ABRUZZESE E LA NEGAZIONE DELLE CURE FUORI REGIONE
La Asl, inoltre, ha smentito anche di non aver seguito bene la giovane dopo il suo rientro a Chieti e ha voluto precisare che in Abruzzo c’è una struttura specializzata nella cura dei disturbi alimentari.
“Una volta dimessa dal ricovero all’ospedale di Chieti, Maria Elena è stata seguita con un articolato programma di assistenza domiciliare che prevedeva anche la nutrizione artificiale”.
“Tutto questo – spiega Orsatti - mentre il Centro di salute mentale di Chieti era alla ricerca della struttura più appropriata, dopo che la famiglia aveva rifiutato un centro locale specializzato nella cura dei disturbi dell’alimentazione, autorizzato e accreditato.”.
Una ricerca durata sette mesi circa, se si contano i mesi trascorsi dal giorno in cui Maria Elena è tornata a Chieti a fine gennaio al giorno della sua morte, il primo agosto. Ma la famiglia si era rifiutata perché, come è possibile vedere anche dalla mappa fornita dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di Sanità, il centro abruzzese consigliato dalla Asl non compare nella lista di quelli accreditati.
“IN ABRUZZO NON C’E’ UNA STRUTTURA RESIDENZIALE ACCREDITATA”
Sulla validità del centro di cura in Abruzzo a intervenire è Laura Dalla Ragione, la dottoressa che, oltre a coordinare la rete di cura per i disturbi alimentari in Umbria, è anche referente del Gruppo di gestione della mappa delle strutture italiane accreditate per i trattamento dei Disordini Alimentari, composta da Consulta dei familiari, istituto superiore di Sanità e ministero della salute (www.Disturbialimentarionline.it).
“Nella Regione Abruzzo non esistono strutture riabilitative residenziali specializzate nel trattamento e riabilitazione della anoressia – conferma a Repubblica la dottoressa - Necessariamente i pazienti di questa regione sono costretti a ricoveri extraregione, con numero purtroppo molto alti".
“NOI POSSIAMO SPENDERE 210 EURO AL GIORNO NON DI Più”
Quanto ai problemi di ordine economico che, secondo la famiglia, avrebbero ostacolato il ricovero fuori regione, il direttore ha specificato che “la somma giornaliera che l’Azienda è autorizzata a spendere per la degenza in tale genere di struttura è pari a 210 euro. Nel caso specifico la struttura individuata dalla famiglia ne chiedeva 279, una cifra di gran lunga superiore al tetto consentito per fare fronte alla quale la Asl aveva chiesto una documentazione che attestasse l’indispensabilità del ricorso a quel centro”.
“Pertanto – si legge nella conclusione del comunicato - pur avendo il massimo rispetto per la vicenda e per il dolore dei familiari, non possiamo accettare di essere stati inerti, indifferenti o colpevoli rispetto a quanto è accaduto. Né può essere addebitato come colpa all’Azienda il fatto di avere chiesto doverosamente di documentare, sotto il profilo clinico, la necessità di un ricovero più costoso fuori regione”.