Il bimbo deve giocare
Elena Dusi , di ELENA DUSIE i pediatri devono prescrivere svago non medicine. Perché i genitori spingono troppo sugli studi
Non medicine, ma gioco. “Quando i bambini vengono da voi per la visita di controllo, prescrivetegli di giocare”, raccomanda l’American Academy of Pediatrics (Aap) ai suoi associati. Tra il 1981 e il 1997 - scrive l’Accademia nel suo studio The power of play – è calato del 25% il tempo dedicato a bambole, macchinine, cucù e acchiapparella. Solo il 51% dei bambini negli Usa esce ogni giorno per una passeggiata. Il 94% dei genitori è preoccupato se il figlio gioca all’aperto.
In Italia, secondo il rapporto Istat del 2011 “Infanzia e vita quotidiana”, dal 1998 sono calati i giochi di movimento. I maschi fra 3 e 5 anni che li praticano regolarmente sono passati dal 55 al 45%. Solo il 25,5% frequenta il cortile e i giardini. A spingere i pediatri verso una dichiarazione così provocatoria è la tendenza a forzare lo sviluppo cognitivo in età sempre più precoci: “I programmi per la prima inf…
In Italia, secondo il rapporto Istat del 2011 “Infanzia e vita quotidiana”, dal 1998 sono calati i giochi di movimento. I maschi fra 3 e 5 anni che li praticano regolarmente sono passati dal 55 al 45%. Solo il 25,5% frequenta il cortile e i giardini. A spingere i pediatri verso una dichiarazione così provocatoria è la tendenza a forzare lo sviluppo cognitivo in età sempre più precoci: “I programmi per la prima inf…
Non medicine, ma gioco. “Quando i bambini vengono da voi per la visita di controllo, prescrivetegli di giocare”, raccomanda l’American Academy of Pediatrics (Aap) ai suoi associati. Tra il 1981 e il 1997 - scrive l’Accademia nel suo studio The power of play – è calato del 25% il tempo dedicato a bambole, macchinine, cucù e acchiapparella. Solo il 51% dei bambini negli Usa esce ogni giorno per una passeggiata. Il 94% dei genitori è preoccupato se il figlio gioca all’aperto.
In Italia, secondo il rapporto Istat del 2011 “Infanzia e vita quotidiana”, dal 1998 sono calati i giochi di movimento. I maschi fra 3 e 5 anni che li praticano regolarmente sono passati dal 55 al 45%. Solo il 25,5% frequenta il cortile e i giardini. A spingere i pediatri verso una dichiarazione così provocatoria è la tendenza a forzare lo sviluppo cognitivo in età sempre più precoci: “I programmi per la prima infanzia aggiungono componenti didattiche ai danni del gioco”, scrive il rapporto dell’Aap. Meno Baby Einstein e più immaginazione, chiede l’Accademia. Sembra quasi che si paghi lo scotto di una fase storica – l’inizio degli anni 2000 – in cui ci si rese conto di quanto il cervello di un bambino sia aperto all’apprendimento fin dalle prime fasi di vita. E si iniziò a infilarci dentro più nozioni possibili. “Ma i bambini lasciati liberi di giocare con i mattoncini sviluppano migliori facoltà cognitive e linguistiche rispetto a chi segue i video di Baby Einstein”, contesta l’Aap.
Il gioco spontaneo e non strutturato permette di fantasticare, porsi obiettivi, escogitare strategie, fallire, cercare alternative, litigare, rappacificarsi, imparare a rispettare le regole. “E queste sono le abilità più importanti per affrontare il 21esimo secolo”. I bambini possono essere paragonati ai frutti di un orto, immagina Giorgio Tamburlini, pediatra, presidente del Centro per la Salute del Bambino, la onlus di Trieste che promuove il programma Nati per Leggere. “Gli vanno date le sostanze di cui hanno bisogno, ma non devono essere forzati come le coltivazioni fuori stagione, iperconcimate e cresciute in serra”. Antonella Costantino, presidente della Società di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, medico in forza al Policlinico di Milano, aggiunge anche che “attraverso il gioco libero simbolico i bambini imparano a superare i traumi. Non penso alle grandi tragedie, ma alla perdita del giocattolo preferito, al momento di andare a scuola. Le difficoltà di ogni giorno vengono rielaborate fantasticando nelle ore libere”. Stesso potere “taumaturgico” hanno i libri e le storie. “Parliamo di lettura tranquilla, senza interrogazioni continue”, prosegue la neuropsichiatra. La “libertà” di gioco è uno degli aspetti su cui l’Accademia insiste e nel rapporto si fa l’esempio del puzzle: il bambino deve farlo da solo. Gli adulti possono al massimo ruotare il pezzo, se serve. “Il giusto equilibrio, spiega Tamburlini, consiste nell’aiutare il bambino solo quando ne ha davvero bisogno, per permettergli di superare un ostacolo e procedere oltre”.
In Italia, secondo il rapporto Istat del 2011 “Infanzia e vita quotidiana”, dal 1998 sono calati i giochi di movimento. I maschi fra 3 e 5 anni che li praticano regolarmente sono passati dal 55 al 45%. Solo il 25,5% frequenta il cortile e i giardini. A spingere i pediatri verso una dichiarazione così provocatoria è la tendenza a forzare lo sviluppo cognitivo in età sempre più precoci: “I programmi per la prima infanzia aggiungono componenti didattiche ai danni del gioco”, scrive il rapporto dell’Aap. Meno Baby Einstein e più immaginazione, chiede l’Accademia. Sembra quasi che si paghi lo scotto di una fase storica – l’inizio degli anni 2000 – in cui ci si rese conto di quanto il cervello di un bambino sia aperto all’apprendimento fin dalle prime fasi di vita. E si iniziò a infilarci dentro più nozioni possibili. “Ma i bambini lasciati liberi di giocare con i mattoncini sviluppano migliori facoltà cognitive e linguistiche rispetto a chi segue i video di Baby Einstein”, contesta l’Aap.
Il gioco spontaneo e non strutturato permette di fantasticare, porsi obiettivi, escogitare strategie, fallire, cercare alternative, litigare, rappacificarsi, imparare a rispettare le regole. “E queste sono le abilità più importanti per affrontare il 21esimo secolo”. I bambini possono essere paragonati ai frutti di un orto, immagina Giorgio Tamburlini, pediatra, presidente del Centro per la Salute del Bambino, la onlus di Trieste che promuove il programma Nati per Leggere. “Gli vanno date le sostanze di cui hanno bisogno, ma non devono essere forzati come le coltivazioni fuori stagione, iperconcimate e cresciute in serra”. Antonella Costantino, presidente della Società di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, medico in forza al Policlinico di Milano, aggiunge anche che “attraverso il gioco libero simbolico i bambini imparano a superare i traumi. Non penso alle grandi tragedie, ma alla perdita del giocattolo preferito, al momento di andare a scuola. Le difficoltà di ogni giorno vengono rielaborate fantasticando nelle ore libere”. Stesso potere “taumaturgico” hanno i libri e le storie. “Parliamo di lettura tranquilla, senza interrogazioni continue”, prosegue la neuropsichiatra. La “libertà” di gioco è uno degli aspetti su cui l’Accademia insiste e nel rapporto si fa l’esempio del puzzle: il bambino deve farlo da solo. Gli adulti possono al massimo ruotare il pezzo, se serve. “Il giusto equilibrio, spiega Tamburlini, consiste nell’aiutare il bambino solo quando ne ha davvero bisogno, per permettergli di superare un ostacolo e procedere oltre”.