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“Ho chiesto asilo mi risponderanno fra tre anni”

Permessi umanitari e burocrazia: la storia di un musicista liberiano. Ora sotto esame le pratiche del 2016 “Mi hanno preso le impronte e dato un codice. Poi non ho saputo più nulla. Mi sento di vivere in un limbo”
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Due anni per un appuntamento. Altri nove-dodici mesi per una risposta. Abdul deve avere pazienza. Per sapere se ha diritto o meno a restare in Italia dovrà arrivare a contare oltre mille giorni. Del resto la commissione asilo di Firenze l’ha scritto chiaramente: «L’interessato deve aspettare perché stiamo convocando il 2016». Eccolo uno dei tanti granelli di sabbia che inceppa la macchina del Viminale: anni per vagliare una domanda d’asilo. Con buona pace del ministro Salvini e della sua recente circolare sull’accelerazione dei tempi.
Abdul (il nome è di fantasia) è un musicista liberiano di ventitré anni. Le sue canzoni raccontano la guerra civile in Liberia, la corruzione e la mancanza di libertà di espressione in molti Paesi africani. La sua storia parte da lontano, quando vittima di persecuzioni fugge da casa e cerca di mettersi in salvo. Il suo è un viaggio di sei anni. «Prima di arrivare i…
Due anni per un appuntamento. Altri nove-dodici mesi per una risposta. Abdul deve avere pazienza. Per sapere se ha diritto o meno a restare in Italia dovrà arrivare a contare oltre mille giorni. Del resto la commissione asilo di Firenze l’ha scritto chiaramente: «L’interessato deve aspettare perché stiamo convocando il 2016». Eccolo uno dei tanti granelli di sabbia che inceppa la macchina del Viminale: anni per vagliare una domanda d’asilo. Con buona pace del ministro Salvini e della sua recente circolare sull’accelerazione dei tempi.
Abdul (il nome è di fantasia) è un musicista liberiano di ventitré anni. Le sue canzoni raccontano la guerra civile in Liberia, la corruzione e la mancanza di libertà di espressione in molti Paesi africani. La sua storia parte da lontano, quando vittima di persecuzioni fugge da casa e cerca di mettersi in salvo. Il suo è un viaggio di sei anni. «Prima di arrivare in Italia — ricorda Abdul — ho attraversato Guinea, Senegal, Mauritania, Mali e Algeria. In Mauritania sono stato arrestato e torturato. Ero accusato di immigrazione illegale. Ho pagato una cauzione e mi hanno liberato. Mi sono rimesso in viaggio e ho raggiunto l’Algeria». Abdul si mette a lavorare, fa di tutto per racimolare i soldi necessari alla traversata. Quindi il passaggio in Libia e l’appuntamento con il trafficante. «Ho pagato tanti soldi e sono salito a bordo di un barcone sfondato».

Abdul arriva in Italia a maggio del 2017 e trova alloggio in un Cas (Centro d’accoglienza straordinaria) in Toscana. A giugno dello stesso anno presenta domanda d’asilo, gli prendono le impronte digitali e la sua pratica viene regolarmente registrata nel sistema Vestanet del Viminale. Riceve così un numero di codice della banca dati dei richiedenti asilo. Poi più niente. Nessuna chiamata per il colloquio davanti alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Così, dopo più di un anno, Abdul si rivolge al numero verde dell’Arci. Gli uffici si attivano subito e a fine agosto 2018 scrivono alla Commissione asilo competente. La risposta arriva a stretto giro. Per Abdul è una doccia fredda: «Buongiorno, in relazione all’oggetto, si informa che l’interessato deve aspettare perché stiamo convocando il 2016». Firmato: Segreteria Commissione rifugiati asilo Firenze.

«Insomma — commenta Filippo Miraglia dell’Arci nazionale — se a settembre 2018 stanno ancora alle domande del 2016, vuol dire che il caso di Abdul sarà trattato tra un anno. Non solo. Dopo il colloquio dovrà aspettare i soliti 9 mesi, talvolta un anno, per la risposta. Tradotto: tre anni in tutto per sapere se otterrà l’asilo». Tempi lunghissimi, in attesa dei quali l’ospitalità del richiedente asilo resta a carico dello Stato. «E per me — spiega Abdul — è come rimanere in un limbo». Poco si è mosso, col ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Il vicepremier infatti il 4 luglio scorso in una circolare aveva chiesto sia una stretta sui permessi umanitari, sia una velocizzazione nell’esame delle domande. Eppure i lavori proseguono a rilento e la storia di Abdul sta lì a dimostrarlo. «I tempi sono sempre stati lunghi, è vero, ma le cose stanno peggiorando — sostiene Miraglia — e di questo spreco di risorse pubbliche dovrebbe preoccuparsi il Viminale».