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La nave Diciotti a Catania (ansa)

Dieci aggressioni in tre mesi. "L'intolleranza è stata legittimata"

Il sociologo Marzio Barbagli: "Siamo intolleranti". Giuseppe De Rita: "Parlerei di rancore"
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ROMA. Quel monopattino è troppo costoso per te, negro». E giù botte, calci, pugni, in tre contro uno, contro Kofi Florentin Godova, 24 anni, ragazzo del Benin “reo” ai loro occhi di possedere un oggetto per “bianchi”. L’ultimo episodio di questa lunga estate solcata da razzismo e intolleranza è avvenuto dieci giorni fa, vicino a Pavia, ma in tre mesi, a volerli contare, gli attacchi contro gli immigrati sono stati più di dieci, senza citare insulti, scritte xenofobe e aggressioni verbali. Una scia di odio che ha puntato contro migranti, rom, comunque contro gli stranieri. A partire dal giorno più tragico, il 3 giugno scorso a Vibo Valentia quando Soumalaya Sacko, sindacalista maliano che denunciava la nuova schiavitù gestita dai caporali in Calabria, viene assassinato con un colpo fucile.
Un bollettino di soprusi piccoli e grandi, episodi quasi quotidiani, mentre l’Italia per ordine del ministro dell&r…
ROMA. Quel monopattino è troppo costoso per te, negro». E giù botte, calci, pugni, in tre contro uno, contro Kofi Florentin Godova, 24 anni, ragazzo del Benin “reo” ai loro occhi di possedere un oggetto per “bianchi”. L’ultimo episodio di questa lunga estate solcata da razzismo e intolleranza è avvenuto dieci giorni fa, vicino a Pavia, ma in tre mesi, a volerli contare, gli attacchi contro gli immigrati sono stati più di dieci, senza citare insulti, scritte xenofobe e aggressioni verbali. Una scia di odio che ha puntato contro migranti, rom, comunque contro gli stranieri. A partire dal giorno più tragico, il 3 giugno scorso a Vibo Valentia quando Soumalaya Sacko, sindacalista maliano che denunciava la nuova schiavitù gestita dai caporali in Calabria, viene assassinato con un colpo fucile.
Un bollettino di soprusi piccoli e grandi, episodi quasi quotidiani, mentre l’Italia per ordine del ministro dell’Interno Salvini fermava in mezzo al mare navi cariche migranti, con donne e bambini ammalati. E nel giorno in cui l’Onu decide di inviare nel nostro paese “violento e razzista” un team di ispettori, bisogna chiedersi che cosa è successo, cosa siamo diventati. La deriva leghista e sovranista del governo giallo-verde sta facendo diventare gli italiani xenofobi, o semplicemente oggi quella paura dell’invasione straniera non ci si vergogna più di dichiararla?

L’11 luglio a Latina tre italiani feriscono con una pistola ad aria compressa due immigrati nigeriani, il 17 luglio a Roma una bimba Rom viene colpita da un piombino che le si conficca nella schiena e forse non camminerà più. E poi un ragazzo senagalese aggredito a Partinico, spari a Pistoia contro un immigrato del Gambia.

Sono numeri di un’emergenza? Forse no. Non ancora, dice il sociologo Marzio Barbagli, che invita a leggere i dati con pacatezza. «Non c’è un aumento dell’intolleranza, non ci sono statistiche sufficienti per fare dei confronti, credo invece che ci siano in Italia una insofferenza e un’ostilità radicata contro gli immigrati che il governo Salvini ha semplicemente legittimato. Siamo un paese di immigrazione recente, è naturale che ci siano dei problemi di integrazione, pensate alla storia degli Stati Uniti». Per Marzio Barbagli però l’insofferenza, l’aggressività che una parte dell’Italia sta mostrando, ha radici nella storia degli ultimi vent’anni, non nell’attualità.
Dice Barbagli: «La grande colpa della sinistra è stata quella di non voler vedere i problemi che l’immigrazione portava, sul welfare, sulla sicurezza. Poi è arrivato Salvini che ha dato voce a un mondo che oggi esprime verso gli stranieri una rabbia accumulata nel tempo».
Insomma eravamo già razzisti prima che arrivasse Salvini, anche se la parola razzismo Barbagli non la usa mai, visto che il razzismo è sentirsi razza superiore, «ma gli italiani — dice — non si sentono superiori, sono semplicemente intolleranti».

In fondo un po’ lo stesso pensiero che esprime un altro sociologo famoso, Giuseppe De Rita. «Più che di razzismo parlerei di rancore. Quel rancore che dagli anni della crisi in poi è entrato nella vita degli italiani. Perché il ceto medio si è impoverito, i ceti più bassi non riescono più a salire. E se alcune stagioni fa il rancore attaccava la casta, i politici, oggi attacca gli immigrati percepiti come ladri di ricchezza». De Rita allarga lo sguardo: «Siamo oggi peggiori di un tempo? No, non credo. Ricordatevi la Storia: nel 1938 gli italiani in massa diventarono antisemiti. E le stelle gialle cucite sui vestiti degli ebrei, nel silenzio di molti, continuano a farmi più paura di questi episodi di intolleranza. Oggi contro i razzismi abbiamo gli anticorpi. Almeno lo spero».