✕
Un momento della maxi operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Roma contro il 'clan Casamonica', con un bilancio di 31 arrestati e 6 ricercati, 17 luglio 2018 

Roma, il sistema Casamonica. Così le vittime di usura diventavano loro informatori

2 minuti di lettura
Tante vittime, così terrorizzate da non riuscire a pronunciare il nome di chi le vessava. Ma allo stesso tempo pronte a diventare complici dei Casamonica, il clan che ha dominato la periferia romana. Ora le motivazioni con cui il Tribunale del Riesame ha confermato l’accusa di associazione mafiosa mostrano un coro di paura e omertà, togliendo gli omissis su una serie di nomi: lo specchio di una città rassegnata alla loro arroganza. «Non voglio denunciare, sono 15 anni che ho paura di questa gente …come fai a metterti a muso duro? Ti ci devi mettere d’accordo e basta!», confida al telefono un giovane che aveva ottenuto prestiti a tassi altissimi. Intercettazioni e testimonianze gli tributano un marchio criminale: i Casamonica “sono la famiglia più pericolosa in Italia”, “animali che squartano le persone”, “me sparano in testa, con quella gente non si scherza”.

Davanti agli investigatori quas…
Tante vittime, così terrorizzate da non riuscire a pronunciare il nome di chi le vessava. Ma allo stesso tempo pronte a diventare complici dei Casamonica, il clan che ha dominato la periferia romana. Ora le motivazioni con cui il Tribunale del Riesame ha confermato l’accusa di associazione mafiosa mostrano un coro di paura e omertà, togliendo gli omissis su una serie di nomi: lo specchio di una città rassegnata alla loro arroganza. «Non voglio denunciare, sono 15 anni che ho paura di questa gente …come fai a metterti a muso duro? Ti ci devi mettere d’accordo e basta!», confida al telefono un giovane che aveva ottenuto prestiti a tassi altissimi. Intercettazioni e testimonianze gli tributano un marchio criminale: i Casamonica “sono la famiglia più pericolosa in Italia”, “animali che squartano le persone”, “me sparano in testa, con quella gente non si scherza”.

Davanti agli investigatori quasi tutti preferiscono tacere: imprenditori costretti a versare il pizzo, commercianti a cui non pagano il conto, debitori stretti nella morsa dell’usura. La radiografia di una parte di Roma che sprofonda nella loro ragnatela, senza distinzioni di ceto o notorietà. Tanto che in molti li mettono in guardia delle indagini, informandoli di essere stati contattati dai carabinieri. «Simò sanno tutto…» rivela Luciano, il figlio adottivo di Franco Zeffirelli, a Simone, al secolo Consiglio Casamonica. «Mi hanno mostrato la tua fotografia», confida un altro usurato. Ad avvertirli della convocazione in caserma anche Marco Baldini, l’ex spalla di Fiorello che sostiene di avere ricevuto soltanto «delle cortesie, molti anni fa».

I Casamonica sanno come controllare il territorio: «Io mi accavallo (ndr, prendo una pistola) e ti sparo. Devi stare attento alla famiglia tua», promettono a un debitore in ritardo con le rate. E persino quando quello trova il coraggio di denunciare non si arrendono: si presentano nella camera di consiglio del Palazzo di Giustizia durante l’incidente probatorio, nonostante l’udienza non sia aperta al pubblico. Le vittime credono che neppure gli arresti li abbiano piegati: «Sì, li hanno carcerati, ma ci sono ancora la moglie, i cugini…».

Loro sono compiaciuti di questa fama nefasta: «A Roma semo i più forti», «siamo mafiosi». Nessuno osa opporsi. Un ‘ndranghetista trapiantato nella Capitale ritiene che l’unica soluzione sia andare in Calabria «per far intervenire qualcuno. Perché sono tanti e sono organizzati bene, diventano potenti sia con i soldi che con i morti…I romani non ci vanno a fare la guerra ai Casamonica perché sanno che vanno in perdita, che quelli comunque o sparano o vengono in venti, in cinquanta». Una capacità di intimidazione riconosciuta persino dal re nero Massimo Carminati che si rivolge a Luciano Casamonica, ripreso in una celebre foto con una tavolata di politici, non solo come “mediatore culturale” per i campi rom, ma anche per interrompere le minacce del clan a un’avvocatessa.

Per i difensori “il metodo mafioso” non esiste. Di più: “si esclude un’attualità della presunta pericolosità di Giuseppe Casamonica”. Una tesi che si scontra con la ricostruzione dell’ultima spedizione punitiva. E’ la storia di uno dei tanti investimenti nel cuore della Capitale: lo Snob fish restaurant music bar. A gestire quel ristorante con tripudio di pesce a due passi da Campo de’ Fiori nel 2017 avevano messo un prestanome. Con insolito tempismo, appena otto giorni prima dell’arresto di Pasquale Casamonica, viene costituita la Luisa srl in omaggio alla figlia dell’altro fratello Massimiliano: se uno del clan rischia il carcere, c’è subito chi è pronto a curarne gli affari. Quando il gestore cerca di sfuggire alle loro pretese, i suoi parenti vengono convocati per darne conto: «Io e mia madre siamo andati, ma abbiamo detto che non potevamo rispondere per le sue azioni, che era all’estero». Il “padrino” Giuseppe non accetta scuse: «Dovete trovare una soluzione, altrimenti ci rimette la famiglia». E mostra che il clan è in grado di controllare ogni movimento: «Non risulta espatriato». Alle parole si aggiungono le mani: quando l’anziana donna si fa coraggio e reagisce, il boss si alza di scatto dal suo trono dorato e le si avventa addosso. Più tardi, il prestanome finisce in carcere, ma loro sono pronti a minacciarlo anche in cella: «Infame di merda, qui ci rimani, ti stacco la testa». Una vendetta condotta anche dopo la retata che ha decimato il clan. Con un’arroganza predatoria che ha ignorato il monito della lapide latina affissa davanti al ristorante: “Non approfittate della fortuna”.